FABRIZIO CARCANO.
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MILANO ASSASSINA.
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2019. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nella Milano che si fa bella in attesa delle feste natalizie: ordigni esplodono davanti alle sedi dei partiti al governo, nelle periferie circolano manifesti che inneggiano al ritorno delle BR.
E spuntano cadaveri. Nei giorni in cui lo Stato italiano stringe il cerchio in Sud America intorno al latitante Cesare Battisti vengono freddati due irriducibili degli anni di piombo, terroristi che custodivano i segreti tra rimorsi e silenzi.
Il capo della sezione Omicidi, il vicequestore Bruno Ardig, si trova a indagare su delitti che affondano le loro radici nell'odio politico dei primi anni Ottanta, tra attentati dimenticati e crimini irrisolti.
Sar un viaggio nel passato che non vuole morire.
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Il commissario Bruno Ardig  un personaggio immaginario della letteratura italiana, creato dallo scrittore milanese Fabrizio Carcano.  un commissario di Polizia di Stato, responsabile della sezione 'Omicidi e reati contro la persona' della Questura di Milano.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano 1973)  giornalista professionista e scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo Sera e Affari Italiani. Milano Assassina  il suo decimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017), In nome del Male (2018) e Il codice di Giuda (2018). Tutti editi da Mursia. La versione ebook del suo romanzo d'esordio Gli angeli di Lucifero  stata la pi scaricata dai lettori milanesi, nell'ambito dell'iniziativa Milano che legge, con quasi 17mila download in ottanta giorni. I suoi romanzi sono in vetta alle classifiche di vendita di Amazon.
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MILANO ASSASSINA.
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Dedica.
A chi ama gli animali.
Alla mia compagna Liliana, presenza silenziosa nei giorni e nelle sere di scrittura e alla nostra gatta Milou.
Ai miei genitori, Marinella e Antonio.
A Gianni Stirati, un amico mancato troppo presto.
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Prologo.
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Milano, 24 novembre 2018.
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Solo due uomini seguivano il carro funebre, camminando a passo spedito, come se avessero fretta.
Due uomini che il tempo aveva segnato e scolpito.
La testa reclinata, lo sguardo incollato sull'asfalto.
I passanti osservavano incuriositi quell'insolito corteo funebre.
Non c'era stata nessuna cerimonia religiosa a precedere il trasporto della salma, nessun sacerdote a officiare il trapasso della defunta. Nemmeno una camera ardente nella sala del commiato dell'agenzia di servizi funebri.
Erano partiti dal domicilio della cara estinta, a Bruzzano,
attraversando la periferia estrema di Milano, tra vecchi condomini e strade dai nomi di sconosciute localit geografiche, nell'indifferenza dei passanti.
Non la conosceva quasi nessuno, non era di quella zona e non aveva lasciato traccia del suo passaggio.
Nessuno la ricordava, nessuno la piangeva.
Tranne quei due uomini di mezza et.
Non erano l per lei, ma per la ragazza che era stata in un'altra vita, quando le bolliva il sangue nelle vene.
Era bella come una dea cattiva.
Uno dei due, per la foto che l'avrebbe accompagnata negli sguardi fugaci che le avrebbe dedicato chi fosse passato davanti alla sua lapide, aveva scelto un'immagine conservata nel corso di una vita maledettamente difficile.
Un'immagine in cui lei era ventenne, con i capelli sciolti e lo sguardo intenso. Giovane per sempre.
Perch la sua vita era finita con la giovinezza.
Tutto il resto era stato noia e malinconia.
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1.
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Non ci sono state presentazioni.
Non servono, si conoscono tutti.
Sono al bancone di un bar malfamato in viale Jenner, posto da perdigiorno e zanza. Mica da gente che timbra il cartellino in ditta...
Una sala biliardi sul retro, una nuvola di fumo intorno a loro.
L ognuno si fa i cazzi suoi.  la regola.
Per quello lo hanno scelto come posto di ritrovo.
Ordinano caff da bere in silenzio.
I pensieri restano ingabbiati nelle teste, non trovano il pertugio fino alla bocca per essere esternati. Hanno paura, come ogni volta, anche se non  la prima e non sar l'ultima.
Messi insieme non arrivano al secolo di vita.
La peggio giovent, bruciata sull'altare di una guerra che combattono solo loro, senza insegne, senza un nemico.
Forse persino senza un perch.
Sono foglie soffiate da un vento di protesta che sta scemando.
Ma sono tutti l.
Giubbotti scuri da avieri, jeans, espressioni tirate, al limite della rottura.
Contano le monetine per gli espressi.
Per una strana ironia della sorte fanno la colletta per mettere insieme quelle mille lire da lasciare sul bancone, quando stanno per compiere una rapina da mezzo miliardo.
Escono accolti da un vento freddo che sta spazzando Milano, vento di Tramontana che soffia dal Nord.
La citt batte i denti, anche se aprile sta arrivando.
Salgono in auto.
Partono in silenzio.
Milano, 2 dicembre 2018.
Un pomeriggio di fine estate, eppure  buio.
Nuvole scure come la notte a soffocare il cielo, un diluvio, diventato un'inondazione, si stava riversando su quel lembo meridionale del Garda.
L'uomo con la pistola aveva un giubbetto di goretex e il cappuccio alzato per ripararsi dalla furia dell'acquazzone.
Di fronte, su quel promontorio alla fine di tutto, dietro al parapetto di legno, in bilico sull'orlo dell'abisso, una donna dallo sguardo gelido. Con la mano sinistra si teneva appoggiata allo steccato, con la destra stringeva una pistola con cui minacciava l'ostaggio.
Il buio era sopraggiunto improvviso, rendendo tutto confuso, agitato.
Fino al risveglio.
Ardig aveva la bocca impastata.
Deglutiva chiodi virtuali, ugualmente dolorosi, anche se inesistenti. Il male, quello pi oscuro e subdolo, lo aveva aggredito nell'unico momento in cui teneva abbassate le sue difese: nel sonno.
Sorprendendolo.
Se fosse stato superstizioso avrebbe pensato a un cattivo presagio, ma non lo era.
Non era neppure quello.
Non era niente.
Contestualizz dove si trovava, che ora era, perch era sveglio.
Per lui era solo una domenica mattina come le altre, mentre per gli altri, per tutti gli altri, era la prima domenica di dicembre.
Il primo assalto alle trincee di corso Vittorio Emanuele, di piazza San Babila e delle strade del quadrilatero della moda. La prima domenica da consumare, sacrificandola sull'altare dello shopping natalizio.
Disgustato, pens alle migliaia di concittadini gi pronti ad assalire il centro, ossequiando l'undicesimo comandamento milanese: Acquista
ci che vedi, compralo, esibiscilo, ostentalo.
Lui no. Il suo programma prevedeva altro, lontano da piazza del Duomo e dalle luci del centro.
La prima chiamata di quella domenica lo sorprese e lo sment, obbligandolo a vestirsi e uscire.
Un altro poliziotto era stato tirato gi dal letto a un'ora inclemente per essere domenica mattina.
Il cellulare di Ettore De Bellis, un cinquantenne romano deportato nelle barbare nebbie padane, come ripeteva spesso enfatizzando il trauma di trasferirsi da una capitale all'altra, era squillato intorno alle 8: un attentato esplosivo nella zona di viale Giovanni da Cermenate contro una sede politica.
Nessun ferito, pochi danni e un polverone che avrebbe agitato il mare sempre in tempesta della politica in perenne campagna elettorale.
Per questo il responsabile della DIGOS era stato subito avvisato.
Mentre si faceva la barba il funzionario romano osservava fuori dalla finestra. Oltre il vetro intravedeva gli alberi secchi e spogli che si ostinavano a campare, nonostante lo smog che li assediava in quella strada cos trafficata.
Viale Brianza, lo stradone che collega piazzale Loreto ai bastioni della stazione Centrale. Un vialone anonimo, che lo aveva accolto da due anni. Senza reciproco entusiasmo: Milano non faceva per lui. Troppo ordinata e precisa.
Sbuff, mentre faceva scorrere sulle guance, in contropelo, il rasoio con la lametta piatta e molleggiata.
La domanda di trasferimento che aveva presentato da mesi attendeva in qualche ufficio romano, sotto quintalate di scartoffie burocratiche.
E lui era atteso da una giornata difficile.
Dicembre per Ardig iniziava nel peggiore dei modi.
Una domenica mattina del cazzo con una temperatura rasente allo zero e una pioggia sottile e tagliente.
Aveva lasciato la Giulietta all'angolo con via Orefici, con la paletta del ministero degli Interni ben in vista per i ghisa, per evitare una contravvenzione che tanto non avrebbe pagato, avendo una vettura di servizio.
L'aveva sistemata davanti alle celebri palme, impiantate dal munifico sponsor del verde pubblico, la nota caffetteria statunitense Starbucks, che tante polemiche avevano sollevato tempo prima.
Cento metri pi indietro, in piazza Cordusio, non c'erano pi le file chilometriche dei giorni successivi all'inaugurazione.
Per bersi un caff americano o mangiare una vera NY cheesecake non bisognava pi farsi crescere la barba nell'attesa. Passata la sbornia iniziale era subentrata la normalit, come per ogni novit a Milano, dove tutto scorre alla velocit della luce.
Magari pi tardi ci sarebbe passato anche lui nella caffetteria a stelle e strisce per una fetta di torta, di quelle buone.
Prima il dovere per, che in quel caso coincideva con un mero adempimento burocratico: il morto c'era, ma non era un morto ammazzato.
Gli operatori ecologici intorno alle 8 avevano rinvenuto il cadavere di un barbone. Era raggomitolato tra vecchie coperte in un angolo dei portici laterali al Duomo. Si era addormentato e il freddo gli aveva risucchiato la vita nel sonno. Per quello era l, inviato per un sopralluogo utile solo a livello di scartoffie da compilare.
Una breve passeggiata nei rigori di inizio mattina della prima domenica natalizia.
L'assessore comunale al Commercio e al Turismo aveva gi sollecitato il capo di gabinetto del Prefetto, per chiedergli di far sparire quel corpo scomodo e ingombrante il prima possibile. Stava per iniziare lo show atteso dai commercianti del centro da undici mesi e il clima di festa non si poteva guastare per un cazzo di homeless che aveva avuto l'insensata idea di andare a crepare proprio l, davanti al salotto buono, anzich in un anfratto della stazione Centrale dove nessuno avrebbe badato a lui, per cui massima urgenza, ma non solo.
Nel clima del politically correct che imperava a livello istituzionale bisognava far vedere che per la Questura di Milano non c'erano cadaveri di serie A e B, che anche un clochard meritava la presenza di un dirigente al suo capezzale.
Dirigente da citare poi nel lenzuolistico comunicato che l'ufficio stampa avrebbe ricamato a uso e consumo dei giornalisti. E poi, dato che non c'erano casi urgenti su cui indagare, non potevano trascurare nulla, neppure un barbone assiderato. Prima di archiviarlo dovevano fare come San Tommaso, verificare che davvero la signora con la falce avesse fatto tutto da sola, senza botte, coltellate o colpi inferti con qualche attrezzo.
Alle nove meno qualche minuto piazza del Duomo si stava svegliando, alzando il sipario su un'altra giornata frenetica.
Una domenica di negozi aperti, una domenica che sembrava un luned. Una di quelle giornate dove tutti corrono come criceti su quella ruota metropolitana che fino a tarda
serata non smette mai di girare. La solita Milano che va sempre di fretta e non si volta a osservare se qualcuno arranca, inciampa, cade per terra.
L'homeless era avanti con gli anni, un disperato con le unghie lerce e i denti spezzati. Una barba ispida, ingrigita, gli ricopriva disordinatamente le guance. Tra i sacchetti in cui ospitava tutta la sua vita aveva una vecchia carta d'identit scaduta, ma buona per identificarlo: italiano, classe
1955, nato a Cesano Maderno, Carlo Della Morte.
Cognome infelice, che non faceva presagire nulla di buono per lui. E infatti...
Era duro come il marmo, si doveva essere spento nel corso della giornata precedente, probabilmente nella prima mattinata del sabato ed era rimasto l tra le coperte per tutto il giorno senza che nessuno lo notasse.
Si rabbui al pensiero che quel poveraccio avesse tirato le cuoia nel primo sabato di dicembre, nella prima giornata di acquisti, tra la Galleria e il salotto buono di corso Vittorio Emanuele, senza che nessuno se ne fosse accorto.
Congelato nell'indifferenza di migliaia di milanesi che gli erano sfilati accanto allegri e spensierati, con le mani ingombre dei primi pacchi natalizi.
Con la mente prov a tratteggiare le ultime ore terrene di questo Della Morte. Solo, infreddolito, il solito cartoccio di vino come unico amico.
Decise che ne aveva abbastanza. Avrebbe atteso solo l'arrivo del magistrato, poi sarebbe tornato in ufficio a chiudere la pratica.
Il magistrato di turno era Francesco Pisticci, uno tosto, un potentino quarantenne. Da poco era stato trasferito dalla procura di Bari, dove si era occupato di criminalit organizzata, la Sacra Corona Unita, la nuova emergente mafia pugliese, una realt malavitosa di cui si parlava pochissimo, nonostante l'elevato tasso di omicidi commessi nell'ultimo decennio.
Pisticci aveva ficcato il naso nei loro affari sporchi, nei traffici del porto di Bari, tra contrabbando di armi dall'Albania e spaccio, collezionando minacce e avvertimenti sempre pi espliciti.
Una moglie in attesa del secondogenito lo aveva spinto a chiedere il trasferimento a Milano dove era approdato da pochi mesi, finendo per occuparsi nuovamente di criminalit organizzata: appalti, cantieri, commesse e tutto quanto muove milioni di euro invisibili ai pi. I nuovi crimini del millennio 2.0, dove non si spara ma si minaccia, soprattutto al Nord, dove i mafiosi vestono in completo di sartoria e parlano inglese, anche se utilizzano gli stessi metodi intimidatori dei loro nonni.
Per questo Pisticci girava scortato da quattro agenti, con un secondo livello di protezione, uno di quelli riservati alle pi alte cariche istituzionali, roba da ministro con portafoglio, da segretario di partito.
Domand a un agente della Mobile, a sua volta in contatto con la Procura, quanto ci volesse.
Purtroppo ci informano che il sostituto procuratore Pisticci sta recandosi in un'altra zona della citt dove c' stato un attentato incendiario.
Che attentato?
Hanno fatto saltare la saracinesca di una sezione della Lega.
Porca puttana.
Niente di grave. Non ci sono feriti.
Precedenza all'attentato, lo comprendeva. Il barbone morto dal freddo veniva dopo.
Potevano chiudere loro gli adempimenti e far rimuovere il corpo, prima che i curiosi cominciassero a ronzare l intorno in cerca della foto perfetta da postare sui social.
La vibrazione del cellulare nella tasca lo allontan dalla visione del barbone, era il numero del centralino del commissariato.
La voce del piantone gli arriv monocorde come fosse quella di un operatore di un call center.
Dottore mi perdoni, la sta cercando il signor Rossi.
Sostiene che si tratti di urgenza.
Il capo della Omicidi trattenne un vaffanculo per il sottoposto.
Quella domenica mattina sembrava un centrifugato di rotture.
Rossi chi? Ha un nome?
S, mi scusi, dottore. E il signor Paolo Rossi, il direttore della casa di reclusione di San Vittore.
Una conoscenza relativamente recente il Paolo Rossi, dirigeva l'istituto di pena cittadino da meno di un anno.
Tra loro si era instaurato un insolito rapporto di complicit professionale. Rossi aveva concesso ad Ardig di interrogare pi volte un detenuto, un detenuto particolare, senza espletare la complicata trafila burocratica necessaria per accedere ai colloqui con i reclusi.
D'accordo, ci penso io.
Lo chiam immediatamente sul cellulare.
Dottore, come va? esord Rossi, con il consueto tono amichevole.
Tutto bene. E lei?
Una pausa di un lungo secondo separ i due interlocutori.
Mah, io bene, sempre affannato dietro a mille seccature, come potr immaginare. Gestire un istituto con oltre ottocentocinquanta reclusi quando le strutture ricettive ne potrebbero contenere appena la met...
S, lo immagino lo interruppe il commissario, facendogli capire che non aveva n il tempo, n l'umore per intrattenersi in chiacchiere sugli atavici problemi di sovraffollamento del penitenziario storico di Milano.
Rossi afferr il concetto e arriv al dunque.
Mi sono permesso di disturbarla di domenica, nel suo giorno di riposo...
Non si preoccupi, per me non  mai domenica. E non mi sto riposando, per cui mi dica.
Se non la disturbo meglio cos, avrei l'urgenza di aggiornarla su una questione che ritengo abbia a cuore.
Quale?
Ecco, si tratta del professor Nebuloni.
Ardig si irrigid.
Nebuloni era stato per alcuni anni un consulente della Questura, uno psichiatra forense che li aveva affiancati nelle indagini su diversi omicidi. Era lui a ricostruire il profilo criminale di sospettati assassini, dandogli le chiavi per entrare in quelle menti cattive e malate.
Non esistono omicidi perfetti, solo quelli di mafia lo sono sentenziava sempre, quando gli sottoponevano l'incartamento di un caso su cui necessitavano del suo sapere.
Poi improvvisamente aveva fatto il salto dall'altra parte della barricata, in una notte di assurda follia, diventando un uxoricida.
In un inspiegabile impeto d'ira aveva aggredito la moglie, la sua amata signora Giovanna, fracassandole la testa con una statuetta. Passata la furia si era chetato, aveva chiamato la Polizia e li aveva attesi, coccolando il corpo della consorte.
Era toccato proprio ad Ardig l'ingrato compito di arrestarlo, nel salotto del suo elegante appartamento, in una strada acquattata dietro al Teatro alla Scala. Lo avevano portato via in pigiama, senza neppure mettergli gli immobilizzatori, mentre piagnucolava in un delirio da invasato.
In sede processuale non aveva cercato di ottenere nessuna attenuante, neppure la scontata incapacit di intendere e di volere. Si era fatto condannare per omicidio volontario con l'aggravante della crudelt, accettando il verdetto quasi fosse un sollievo.
Per anni Ardig non aveva pi pensato a lui, fino a quando lo aveva incontrato per caso, dietro le sbarre, utilizzandolo nuovamente come consulente per decifrare la
mente perversa di un assassino giustiziere che aveva insanguinato le strade di Milano, alcuni mesi prima, uccidendo nel nome di Giuda. Se lo aveva acciuffato era stato solo per Nebuloni, per il suo acume, che non si era ammuffito negli anni bui nei raggi di San Vittore.
Che succede?
Beh,  una situazione quanto meno delicata. E vorrei confrontarmi con lei di persona, se fosse possibile.
Ardig osserv il barbone rattrappito tra le sue coperte;
il caso andava semplicemente archiviato, senza alcuna urgenza.
Se vuole posso venire anche tra un'ora.
Sta bene, la aspetto.
Il commissario ordin ai necrofori di sbrigarsi a rimuovere il corpo, quindi lasci un ispettore della Mobile a sovrintendere per le ultime formalit.
Il carro funebre municipale stava gi arrivando, insieme alle prime avanguardie di milanesi alla caccia del regalo giusto.
La vecchia saracinesca metallica si era accartocciata, come fosse la linguetta di una lattina.
La deflagrazione l'aveva spinta in alto, stritolandola con la compressione prodotta. Eppure i cardini inseriti nella parte superiore della porta d'ingresso non si erano divelti, a conferma del fatto che si era trattato di un'esplosione di portata limitata, poco pi che un petardo.
La canonica bomba carta zeppa di polvere pirica. Una di quelle bombone che girano nelle curve degli stadi, che fanno pi rumore che danni, come in quel caso. La saracinesca accartocciata, la vetrata alle sue spalle in frantumi, niente di pi.
Era scoppiata prima delle sette, quando il marciapiede era deserto, in una via a senso unico, via Giulio Carcano, una strada come tante, che ospita una sede della Lega da alcuni anni.
Una sede come tante, niente di speciale, un negozio riadattato a sezione politica.
Non era la prima volta che la prendevano di mira. Fino a quella mattina era stata attaccata solo con scritte di insulti e minacce con le bombolette spray. Questa volta era stata una bomba carta.
Gli agenti del commissariato di viale Giovanni da Cermenate
stavano gi interrogando i residenti e alcuni esponenti politici della sezione appena sopraggiunti.
Tra loro un consigliere comunale giovane e battagliero.
Uno sempre in prima fila, con il megafono, per chiedere lo sgombero di centri sociali, di campi nomadi, di appartamenti dell'Aler occupati abusivamente.
Non sembrava preoccupato o intimorito per quell'attentato, anzi. Il suo primo pensiero fu quello di scattare le foto con l'iPad alla porta d'ingresso sventrata e postarle su Facebook.
Non ci fermeranno, avanti come prima il commento secco a corredo dell'immagine. A seguire una prezzemolata di hashtag.
I cold case sono delitti irrisolti perch incompleti a livello investigativo. Sono quelli in cui l'assassino resta ignoto perch non si trova un elemento utile per risalire alla sua identit e le indagini finiscono per impantanarsi per troppo tempo, fino a raffreddarsi, a congelarsi, per finire nel dimenticatoio della cronaca e della giustizia.
Non tutti i delitti si congelano.
Perch la morte non  uguale per tutti. Semplicemente perch le vittime non sono tutte identiche e la tipologia di omicidi non  uguale.
Milano, a pi di quarantasette anni di distanza, continuava a interrogarsi sul delitto della Cattolica, su quella ragazza di ventisei anni massacrata a coltellate nei bagni dell'ateneo da un misterioso assassino, forse un serial killer
che, in quell'inizio degli anni Settanta, aveva trucidato almeno undici donne.
Quel delitto non era mai diventato un cold case, restando sempre hot.
L'omicidio della signora Giovanna Nebuloni invece era stato risolto in un battito di ciglia. Eppure per Ardig restava un cold case.
Un'indagine colpevolmente mutilata: l'assassino colto sul fatto, con l'arma lorda di sangue tra le mani tremanti.
Reo confesso. Non aveva fornito un movente.
Era strafatto di farmaci e allucinogeni - questo lo avevano verificato - ma perch li aveva assunti? Non se l'erano domandato, non fregava a nessuno.
Lei ora riposava in un'elegante tomba di marmo realizzata da uno scultore, in un campo del cimitero Monumentale, mentre lui invecchiava in una cella del sesto raggio di San Vittore, l'ex monastero trasformato in prigione.
Ardig sapeva di non aver fatto il suo dovere come avrebbe dovuto, accontentandosi del minimo sindacale.
Troppi casi da seguire, troppi assassini da rincorrere per perdere tempo su un omicidio dove tutto era chiaro, seppur soltanto in apparenza: perch scavare nel torbido di un delitto casalingo?
Aveva tirato dritto, archiviando il caso, in quanto risolto.
Senza neppure un dubbio.
E forse proprio questo lo spingeva a galoppare lungo i vicoli del centro storico, non per la riconoscenza verso lo psichiatra che lo aveva affiancato in tante indagini, ma per il senso di colpa verso l'uxoricida, su cui non aveva approfondito un'inchiesta rimasta colpevolmente monca.
Perch quella notte di pioggia Nebuloni si era imbottito di farmaci e pasticche e aveva tracannato mezza bottiglia di whisky, amplificando l'effetto degli allucinogeni?
La Polizia Postale stava gi monitorando la galassia delle pagine web e social dell'universo anarchico, no global, antagonista. In rete le notizie corrono cos veloci da deformarsi, frantumarsi come schegge impazzite.
Diversi account anonimi esultavano per la bomba alla sede della Lega ottenendo like e condivisioni, molti da parte di ragazzini minorenni, che manco capivano di cosa si stesse parlando.
Il vecchio ispettore della Postale, che sovrintendeva le operazioni da un seminterrato della Questura, rimpiangeva i bei tempi passati. Il si stava meglio quando si stava peggio, quando un attentato dimostrativo veniva rivendicato con un volantino stampato in una tipografia con carta, inchiostro e mani che lo maneggiavano.
La solita trafila all'ingresso di piazza Filangeri.
Al mitico civico numero due, da l quell'appellativo sprezzante, il Due, con cui i malavitosi di una volta avevano ribattezzato San Vittore.
Una guardia in divisa invernale lo scort nel cortile interno, alla palazzina degli uffici amministrativi, fino all'ultimo piano.
Rossi lavorava anche di domenica.
Lo stupiva sempre quell'uomo mingherlino e basso di statura, con i capelli radi e gli occhiali sproporzionati, in una stanza troppo grande per un uomo solo, con un arredamento troppo imponente per un uomo piccolo e magro.
Ormai si conoscevano abbastanza per saltare i preliminari, per cui il direttore non perse tempo con il rito del caff nel servizio buono.
Abbiamo un problema e vorremmo coinvolgerla, confidando che possa aiutarci in qualche modo.
Sentiamo il problema.
Il professor Nebuloni da oltre due settimane non si alimenta spontaneamente.
Sta facendo lo sciopero della fame? Uno come lui?
Lo sciopero della fame era una delle poche armi di ricatto di cui disponevano i detenuti, senza dover ricorrere a forme di violenza. Una scelta autolesionistica, che raramente arrivava a conseguenze estreme come accadeva con i detenuti politici in passato: i reclusi moderni scioperavano per avere maggiori spazi, migliori servizi igienici, migliori condizioni di vita, battaglie a volte anche comprensibili.
Oppure digiunavano per ottenere dei trasferimenti in altre strutture o contro disposizioni decise dall'amministrazione carceraria.
Tuttavia Nebuloni non era un detenuto comune, non aveva un passato criminale. Era un uomo perbene, uno studioso che, in pochi istanti di follia, si era condannato alla reclusione in quell'inferno, dove non si era mischiato con gli altri, restando una mosca bianca.
Rossi da dietro l'imponente scrivania scosse la testa.
No, no. Non si tratta di uno di quegli scioperi di protesta.
Non posso neppure definirlo uno sciopero vero e proprio, non c' nessun proclama in tal senso, nessuna richiesta da parte sua.
E allora?
Semplicemente Nebuloni da settimane non mangia.
Rifiuta il cibo. Senza protestare o lamentarsi, senza fornire una spiegazione. Digiuna e basta.
Ardig rimase basito davanti a quella spiegazione cos elementare, non intravedendo nessun quarto mistero di Fatima da rivelare all'umanit.
Una forma di depressione, suppongo non sia il primo detenuto che ne soffra, no?
Stavolta Rossi annu. Quasi mortificato.
Naturalmente. Ma comprender che proprio la complessit del quadro psicologico del detenuto non ci aiuta ad... aiutarlo.
Avrete dei protocolli medici per questa tipologia di situazioni.
Naturalmente, naturalmente. Proprio ieri il nostro personale medico ha sottoposto il professor Nebuloni a una flebo con vitamine e sali minerali. Anche se comprender anche lei la particolarit della questione.
Suppongo lo tratterete anche con psicofarmaci o antidepressivi.
Su quello lo sa... se il paziente si rifiuta di assumerli spontaneamente. Possiamo solo sedarli con i tranquillanti, a cui purtroppo dobbiamo ricorrere quotidianamente, altrimenti si immagina i problemi. Ma il punto non  questo.
Rossi si blocc imbarazzato, prima di ripartire titubante.
Comprendo che la richiesta che sto per sottoporle rappresenti qualcosa di insolito. Mi sto rivolgendo a lei in maniera informale. Questa non  una scuola, un collegio, insomma, parliamo di criminali condannati dalla nostra giustizia...
tuttavia Nebuloni  un uomo solo, senza parenti in vita. Da anni non riceve una visita o una lettera e solo lei...
Stavolta fu Ardig ad annuire, anche per levare Rossi dall'imbarazzo.
... e io sono uno delle poche persone con cui abbia intrattenuto un rapporto negli ultimi mesi.
Il silenzio di Rossi valeva come un assenso e come un'insolita richiesta di aiuto.
Un assurdo paradosso: lui, che aveva arrestato Nebuloni,
consegnandolo ai giudici e a tutti quegli anni di galera che lo stavano rosicchiando nel corpo e nell'animo, ora doveva convincerlo a riprendere a mangiare.
Conosceva il carattere inflessibile dello psichiatra, nemmeno Freud risorto e in carne e ossa lo avrebbe convinto a ricominciare ad alimentarsi. A ogni modo non poteva sottrarsi.
Dove si trova Nebuloni?
Lo abbiamo trasferito in infermeria.
Me lo fa incontrare per favore?
Mi sono rivolto a lei proprio per questo.
Nebuloni non aveva soltanto smesso di nutrirsi.
Le unghie lunghe e i capelli scompigliati trasmettevano l'idea di un uomo che si stava abbandonando a un disordine tipico dei soggetti depressi.
L'essere umano in pigiama, barba incolta e pelle tirata che riposava in quel letto era lo spettro dell'elegante professionista degli anni, non cos lontani, in cui veniva utilizzato come consulente criminale dalla Questura di Milano.
Eppure gli occhi scuri, che saettavano dietro le lenti degli occhiali, raccontavano che l'intelligenza che aveva accompagnato la vita di quell'essere umano era ancora l, forse solo assopita, anestetizzata da quella privazione della libert e tuttavia ancora pronta a emergere, come un lampo che squarcia le nubi.
In mano aveva un libro dalla copertina di pelle.
Si stup.
Era L'elogio della follia, l'opera rivoluzionaria di Erasmo da Rotterdam.
Ardig lo osserv con un misto di rabbia e malinconia.
Rabbia per un sistema carcerario che imbruttisce le persone, malinconia per un passato che non sarebbe mai tornato, come la povera signora Giovanna.
Nebuloni emerse dal torpore improvvisamente, appena messa a fuoco la figura del commissario.
Che cosa ci fa qui?
Sono venuto a farle visita.
Spiacente di averla incomodata. Spero non sia venuto qui coltivando l'illusione di farmi il lavaggio del cervello.
Mi ascolterebbe?
Lo psichiatra si adagi sullo schienale.
Solo per la curiosit di vederla all'opera, sarei tentato di ascoltarla solo per quello.
Mah... se non fosse lei, se si trattasse di un altro... le direi di continuare a digiunare e di crepare pure, un detenuto in meno per lo Stato da mantenere a spese dei contribuenti.
Certo. Cos  assolutamente convincente.
Ardig si avvicin al letto.
La maggior parte di quelli che sono qui dentro meriterebbero una palla in fronte. Spacciatori, stupratori, assassini senza scrupoli, gente che per me andrebbe messa al muro borbott, abbassando la voce per non farsi sentire dagli infermieri.
Sono un assassino anch'io.
Per la legge. Ma io ne ho visti tanti di assassini, li ho fissati negli occhi, gli ho letto il male che avevano dentro, che portavano. Lei non  come loro. Non lo sar mai.
Nebuloni scosse la testa.
Io sono il peggiore di tutti loro.
Tempo perso, anche provocarlo non serviva.
Ardig decise di cambiare registro.
Ha mai pensato che un giorno tutto questo finir? Un giorno non lontano?!
L'uxoricida si alz ulteriormente sul cuscino.
 tutto finito quella sera.
La sua intelligenza, la sua conoscenza della mente degli uomini sono un patrimonio che non va disperso, un patrimonio che potr mettere al servizio di tante persone quando avr terminato di scontare la sua pena.
La mia pena non avr mai fine rispose tranciante Nebuloni.
Di fatto era la sua ultima parola.
Lo sa, vero, che possono tenerla in vita per anni con le flebo.
L'altro si strinse nelle spalle come se fosse indifferente all'argomento.
Il commissario si arrese.
Torner a trovarla.
Faccia come crede. Se ha tempo da perdere...
Tempo da perdere, volendo, ne aveva.
Il magistrato inquirente invece no.
Il dottor Pisticci non lo aveva perso il suo tempo, scrivendogli direttamente sul cellulare. Una grandinata di messaggi WhatsApp, tutti di una riga e senza punteggiatura.
Gli domandava di predisporre l'incartamento sul decesso del senza tetto assiderato e se cortesemente poteva portarglielo direttamente in Questura, dove avrebbe presenziato a delle riunioni.
Poteva ben immaginare il perch il magistrato trascorresse la domenica nell'austero edificio di via Fatebenefratelli: per la bomba alla sede della Lega, priorit massima per la Polizia come per la Procura. Certo, loro di tempo da buttare non ne avevano.
Ardig rientr tagliando dai vicoli del centro storico, per fare prima. In quelle strade strette, dove non c'erano negozi e uffici ma solo appartamenti, non si incrociava quasi nessuno.
La bellezza di quella vecchia Milano che trasudava storia e un'opulenza sapientemente celata lo rilassava e, al tempo stesso, consentiva ai suoi pensieri di snodarsi pi agevolmente, di fluire, liberi e incontrollati.
Ripensava alla faccia smunta del professor Nebuloni, al suo aspetto trasandato. A quella sua spiazzante apatia.
Quel suo voler staccare la spina in silenzio, senza dare fastidio a nessuno.
Tanto nessuno si interessava a lui.
E allora perch impedirglielo e prolungare la sua sofferenza?
Mezz'ora era bastata per assemblare il fascicolo per la prematura scomparsa di Carlo Della Morte.
I suoi agenti stavano cercando di contattare qualche parente, attraverso i loro commissariati in Brianza.
L'ultima loro incombenza, il resto sarebbe toccato ad altri uffici. Per quello Ardig aveva fretta di passare la pratica ai colleghi della Questura.
Ripart con il solito passo da bersagliere.
La solita breve passeggiata fendendo a falcate il centro storico di Milano. Via Torino, piazza del Duomo, la Galleria, piazza della Scala, via Manzoni, via dei Giardini, fino alla Questura di via Fatebenefratelli, sfilando tra palazzi addobbati per le festivit e marciapiedi gi ripuliti a lucido.
Tutto pronto per il 7 dicembre, per la giornata pi elegante della City.
Anche in Questura c'era fermento.
Il trambusto sulle scale, con un insolito via vai per essere domenica, di uomini della DIGOS e funzionari che conosceva solo di vista perch distaccati in commissariati periferici, gli fece subito capire che in ballo c'erano cose grosse.
Stavano gi organizzandosi per perquisizioni e retate nei soliti ritrovi di anarchici, no global o antagonisti: l'onda d'urto della bomba artigianale esplosa davanti alla sede della Lega era arrivata fin l.
A Milano le sedi del movimento leghista erano almeno sei o sette.
Interpell il primo agente che passava in corridoio per ottenere maggiori ragguagli.
 quella di via Giulio Carcano.
Zona sud ovest di Milano mapp il commissario, mentre si preparava a salire le scale dell'austero palazzo istituzionale.
Rimase davanti alle scale, a domandarsi se fosse opportuno andare a rompere le palle all'ufficio del questore in una giornata da bollino rosso.
L'alveare di via Fatebenefratelli sembrava sul punto di impazzire: da giugno era il quarto pacco esplosivo che qualcuno collocava davanti a sedi di movimenti politici di destra.
Prima era saltata la saracinesca di una sede di Casa-
Pound a Niguarda, poi una di Fratelli d'Italia al Lorenteggio,
quindi una di Forza Nuova in zona Bovisa. E adesso una sezione leghista.
Attentati notturni con bombe carta a innesco classico.
Ordigni solo relativamente pericolosi, perch mirati a mandare in frantumi una serranda, tuttavia se qualcuno si fosse trovato in quel momento sul raggio della deflagrazione avrebbero avuto un morto, o un mutilato cui dare giustizia.
E non c'erano solo le bombe nel tormentato 2018 milanese.
A un'altra sezione della Lega, in zona Mac Mahon, avevano mandato in frantumi le vetrate e imbrattato i muri con scritte spray a tinte rosse che inneggiavano alle nuove BR. E la stessa sede storica di via Bellerio, ad Affori, pur sorvegliata ventiquattro ore al giorno da una camionetta dell'Esercito, era stata vandalizzata ripetutamente. Quasi sempre con le solite scritte, ma anche inviando lettere con proiettili.
Erano tutti attentati anonimi, raid compiuti sempre con le tenebre, per non incocciare in testimoni, e rivendicati dalle solite sigle anarchiche, antagoniste o no global.
Anche se quelle rivendicazioni erano tutte da verificare, in quanto la galassia della protesta antagonista, dalla sinistra radicale ai movimenti anarchici, era difficile da mappare perch in continua mutazione.
E infatti a Milano non c'erano imputati per questi attentati.
Nel secolo 2.0 la politica non si faceva pi nei circoli, tra persone fisiche, con posacenere intasati di mozziconi e bottiglie svuotate sul tavolo. Ormai la protesta contro il sistema, le istituzioni politiche e quelle economiche, navigava veloce in rete, facendo proseliti tra sconosciuti.
Eppure le bombe erano vere, non virtuali. Non erano le tastiere o i mouse a farle esplodere.
In qualche cantina a Milano c'era chi rischiava di perdere le dita per assemblare quei petardi imbottiti di chiodi.
E fuori, di notte, sui marciapiedi, c'era chi rischiava un bel po' di annetti di galera per devastare i simboli politici odiati da quelle frange minoritarie.
Ecco, forse era questo aspetto a stupirlo di pi.
La protesta di anarchici, antagonisti, disobbedienti, centri sociali e no global era ormai confinata a poche centinaia di fanatici. Gente attenzionata dalla DIGOS, gente facilmente individuabile, che intorno aveva il vuoto.
Nulla di paragonabile con gli anni Settanta, dove i terroristi trovavano coperture e sponde nel terreno fertile delle assemblee delle universit o nel malcontento delle fabbriche.
Eppure nel 2018 c'era ancora chi metteva ordigni davanti a una saracinesca di un ritrovo politico e, con il nuovo Governo a trazione leghista, la rabbia delle frange antagoniste era divampata, deflagrata, come le loro bombe carta.
Sal all'ultimo piano.
La fortuna gli sorrideva, il pubblico ministero era in corridoio, parlava al cellulare.
Si avvicin, sorvegliato dai due agenti incaricati della sicurezza del magistrato che non lo perdevano di vista neppure l, nei corridoi della Questura.
Pisticci lo not facendogli segno di attendere due minuti.
Neppure troppo.
Quando chiuse la chiamata si fece passare l'incartamento.
Giornata complicata esord il PM.
Ho saputo.
Devo sapere qualcosa di questo homeless? gli chiese.
No, lo ha ucciso il freddo.
Bene, meglio cos tagli corto il magistrato lasciando Ardig a domandarsi cosa fosse bene e cosa fosse meglio.
Era morto un uomo, dimenticato dallo Stato e dagli altri esseri umani. Era morto un uomo, ucciso dal freddo. Era
morto un uomo e nessuno lo aveva degnato di uno sguardo o di un pensiero.
Non c'era nessun motivo per dire bene.
E neppure per dire meglio cos.
Il resto della domenica lo aveva trascorso rilassandosi.
A suo modo.
Nel tardo pomeriggio la partita di basket dell'amata Olimpia Milano, vista in streaming con l'iPad sprofondato sul divano, con la solita birra danese da cullare, riposando la mente e anche il fisico che aveva stancato per oltre un'ora nella piscina comunale di piazzale Bacone.
Il nuoto. Una recente novit nel suo allenamento per allungare la schiena che da qualche tempo iniziava a fargli male troppo spesso.
I primi inevitabili segni di invecchiamento a quarantacinque anni. Eppure, paradossalmente, non era per quello che aveva cominciato a nuotare.
Proprio lo scoccare dei quarantacinque gli aveva fatto scattare la voglia di un colpo di coda di giovent e vigore fisico.
Un'ultima sfida per il suo corpo, quella di provare a cimentarsi in un Iron Man, la massacrante sfida sportiva che prevede tre prove, bici, corsa e nuoto.
Le gambe per pedalare e per correre le aveva. Mancava il ritmo per il nuoto.
Per quello si era convertito alla piscina scoprendo un nuovo piacere.
L'acqua pulita dal cloro, la leggerezza del corpo che scivola senza peso, movimenti armoniosi in un ambiente cos diverso e naturale. Ci stava prendendo gusto a sguazzare in quelle acque cos chimicamente chiare, fresche e dolci.
Anche troppo.
Quel pomeriggio aveva nuotato per un'ora esatta.
E adesso fisicamente era un rottame.
Gli arti indolenziti, il serbatoio in riserva.
Ma la stanchezza serviva per immunizzarlo dai cattivi pensieri, dal barbone assiderato, dal volto scheletrico del professor Nebuloni e da lei, la ragazza del lago uscita da quelle acque nere, risorta dalle sue ceneri disperse da quel promontorio.
...
.
...
2.
...
.
...
Hanno imboccato il ponte della Ghisolfa, la lunga sopraelevata del Macula, fino al Portello.
C' traffico, vanno a passo di lumaca.
Scendono per svoltare verso la Fiera campionaria.
Che fretta cera, maledetta primavera, che fretta c'era...
Il ragazzo nel sedile posteriore inizia a canticchiare a fil di voce, per stemperare la tensione. Quello davanti impreca per il freddo.
Altro che primavera, qua siamo ancora in inverno, porco mondo, va che freddo.
Manca un minuto alle undici e quella mattina del 29 marzo a Milano sembra di essere ancora a gennaio.
Eppure quella canzone della Goggi, Maledetta primavera,  il tormentone delle radio private. La gente la fischietta sui tram, nei vagoni delle due metropolitane, la cantano tutti dopo Sanremo, anche se manco l'ha vinto il festival. 
arrivata seconda la Goggi, dietro ad Alice.
Nella FIAT 130 cala nuovamente il silenzio.
Improvvisamente stanno zitti.
La berlina non corre.
Non ha fretta.
Pulita e tirata a lucido sembra una di quelle auto blu su cui scorrazzano i ministri per le stradine strette del centro di Roma. A Milano invece le strade sono larghe.
Percorre via Mascheroni diretta verso il centro, sfilando tra le case eleganti della borghesia, della gente perbene, dei nemici di classe.
Arriva all'angolo con piazza Giovine Italia, accostando senza dare nell'occhio sul lato opposto alla farmacia, all'angolo con via Boccaccio.
Dentro i quattro passeggeri sembrano identici con quei giubbotti di pelle.
Di colpo i volti scompaiono sotto dei passamontagna neri, ricavati dagli stessi maglioni. Li hanno calati mentre si fermavano.
Nessuno li ha ancora notati.
Alle 11,01 schizzano fuori come demoni dall'inferno, per infilarsi nella gioielleria Prover, irrompendo dalla porta a vetri.
Uno ha il Remington, gli altri una Luger e una Star MMS.
Viaggiano leggeri, non devono affrontare un esercito e nemmeno uno sceriffo.
Lo sanno che il gioielliere  disarmato e non ha un mondialino a sorvegliarlo.
La 130 li attende all'esterno con il motore acceso e gli sportelli spalancati.
L'autista guarda nervoso l'orologio al polso, le lancette che sembrano muoversi velocissime mentre tutto intorno il mondo intorno a loro sembra essersi arrestato.
Dalla farmacia lo stanno guardando, vedono che ha un cappuccio di lana al posto della faccia. Capiscono che  un rapinatore, che sono dei rapinatori, lo capiranno.
Lo sa che faranno scattare l'allarme.
 il punto debole del piano, quello.
Due minuti  il tempo che si sono dati.
Hanno solo centoventi secondi.
E sono gi trascorsi, maledizione.
L'uomo impreca e bestemmia.
Ha sangue freddo, tiene il motore acceso al minimo e il piede appoggiato sulla frizione.
Smette di imprecare e prega qualunque Dio, tanto non crede in nessun padre eterno. Prega perch faccia uscire i suoi complici da quel negozio.
Osserva ancora l'orologio.
Le 11,03 stanno per diventare le 11,04.
Anche il terzo minuto se n' andato.
...
.
...
Milano, 3 dicembre 2018.
...
.
...
Trenta metri sotto di loro il lago sembrava un oceano, o l'inferno, con le acque gonfie di quella pioggia maledetta che un cielo in collera con gli umani stava rovesciando su di loro inzuppandoli.
Faceva freddo.
Era buio, anche se era giorno.
L'uomo incappucciato teneva la pistola puntata.
La donna era spaventata, indecisa. Dietro di lei il vuoto, il baratro, il lago che pareva un mostro pronto a prendersela.
Davanti lui, pronto a fare fuoco.
Una lunghissima frazione di un secondo, interminabile, li obblig a incrociare gli sguardi.
Vedeva lampi di follia illuminare lo scuro di quegli occhi cattivi. Occhi assassini di chi aveva gi ucciso e avrebbe ucciso ancora, subito, l, in quel momento.
Un suono metallico irruppe nel buio, obbligandolo a svegliarsi.
Il telefono impostato su vibrazione e suoneria veniva in suo soccorso, scacciando quell'incubo.
Ardig rispose affannato, senza quasi ascoltare la voce piatta del funzionario della sala operativa.
Il solito omicidio nel cuore della notte. Una fune a cui
aggrapparsi disperatamente, per non precipitare in un pozzo scuro di rimorsi e spettri.
Lo spettro era lei, una giovane donna. Un'anima nera, una Medusa che si era presa la vita di almeno due uomini che avevano avuto la sventura di incrociare il suo destino malvagio.
Era successo sette anni fa.
In mezzo un silenzio che si stava tramutando in oblio.
L'aveva quasi dimenticata, quasi rimossa. Invece da qualche notte lei era tornata, improvvisamente, senza un motivo, per tormentarlo, riemergendo dal caos dei suoi incubi.
Per fortuna era arrivata quella telefonata.
Il suo primo pensiero, da sveglio, fu quello di rivolgere un grazie a un assassino ignoto che, con il suo delitto, aveva innescato quella chiamata nel cuore della notte.
Fuori Milano dormiva ancora, cullata dal freddo, quello vero. Era arrivato da un paio di giorni, con l'inizio di dicembre, temperatura rasente lo zero, il ghiaccio a ricoprire con una patina bianca le strade, i marciapiedi, i tetti delle auto che apparivano ibernate.
Attravers la metropoli silenziosa, zero traffico a quell'ora.
Sopra di loro si spalmava un cielo grigio come un banco di nebbia, il sole scomparso chiss dove.
In pochi minuti arriv dall'altra parte della citt, sotto lo stesso cielo antipatico. Nuvole compatte a formare una sorta di tappeto uniforme sopra la Madonnina.
Tempo da neve sentenziava un agente meridionale con la faccia annoiata e i piedi infreddoliti, atteggiandosi a esperto meteorologo.
Le 7 non ancora scoccate di una mattina gelida.
Ardig si annod la sciarpa scura sul cappotto nero, come il suo umore. Come il ricordo del fantasma in rosa di quel pomeriggio sul lago, quell'anima dannata che non trovava pace.
Sbadigli, imprecando mentalmente contro se stesso.
Condannato volontariamente a un mestiere che da troppi anni lo imprigionava in un eterno girone infernale di delitti e orrori metropolitani, incatenandolo al peggio dell'essere umano, che aumentava ogni giorno, omicidi, delitti, morti.
Anche se stavolta lo avevano scaraventato gi dal letto per niente, per sbaglio, solo per mero scrupolo, solo per essere certi di essersi parati il culo, scomodando anche la sezione Omicidi per fare bella figura con il questore.
Facile fare i froci con il culo degli altri ragionava, pur ringraziando quella nuova sveglia ingiustificata.
Per la seconda volta in due giorni nessun omicidio.
Ancora una morte naturale, seppur tragica e purtroppo non inedita. Un altro senza tetto ucciso da un assassino facile da individuare, meno da ammanettare: il generale Inverno. Il secondo homeless falcidiato dalla signora in nero in questo inizio di dicembre.
Due giorni prima avevano trovato quell'altro poveretto raggomitolato tra le sue vecchie coperte, in un angolo dei portici laterali al Duomo. Era passato dal sonno temporaneo a quello eterno senza opporsi, se non tremando per il freddo, arrendendosi a quel nemico invisibile, che lo aveva ingannato, approfittando dell'indifferenza dei milanesi, che a quel corpo ammassato tra gli stracci non avevano rivolto neppure uno sguardo compassionevole.
Stavolta il clochard era assiderato lontano dalle luci della ribalta del centro, su una panchina interna a un giardino pubblico, in un
parco giochi per bambini in via Calabiana, zona sud est di Milano.
Un quartiere intermedio, che cambiava nome a seconda della strada, in quella zona che non  pi Porta Romana, ma non  ancora il Corvetto.
Zona Ripamonti, zona Scalo Romana, zona San Luigi, la zona affacciata sugli scali ferroviari. La grande ragnatela di binari e scambi, che taglia in due la citt in quell'area
dove finisce il centro e inizia la periferia, che attira decine di disperati per il rame da estrarre dai binari isolati e rivenderlo a due lire a un fiorente mercato nero in continua crescita. Un crimine dei nostri giorni, commesso da balordi di varie etnie, spesso legati ai campi rom, specializzati nel prelevare il rame dalle sedi dei binari, con gravi danni per la circolazione e la sicurezza ferroviaria, per offrirlo a ricettatori che a loro volta lo rivendevano alle aziende del settore per riciclarlo. Furti da poveracci che, messi insieme, alimentavano un business milionario.
E la zona degli scali ferroviari, con quel dedalo di binari inutilizzati, era una calamita per questi disperati in cerca di qualche spicciolo per un cartoccio di vino.
Eppure quell'area nell'ultimo decennio era stata ribaltata, abbellendosi, con un'imponente operazione di maquillage edilizio. Addio ai vecchi edifici fatiscenti e ai capannoni abbandonati, acquistati per un tozzo di pane e rasi al suolo per fare spazio al nuovo che a Milano avanzava inesorabile sotto colate di cemento e cristallo, puntando sempre pi verso l'alto.
Come funghi anche l erano spuntati immobili di pregio, figli della grande riqualificazione immobiliare in corso, dove il vintage veniva rimpiazzato dal moderno: condomini eleganti con aree verdi e tutti i servizi, sedi distaccate di alcune eccellenze ospedaliere e, poco pi in alto, il cuore pulsante della sede della Fondazione Prada, fiore all'occhiello del nuovo quartiere riqualificato.
Una zona che Ardig ricordava molto bene, in prima persona, e ricordava molto diversa.
Prima di sistemarsi in viale Gran Sasso aveva vissuto l per oltre un anno, in un loculo di una cinquantina di metri quadrati. A due passi dalla stazione di Porta Romana, in via Brembo, al terzo piano di un vecchio condominio: un minuscolo bilocale con un balconcino con vista che spaziava proprio sui binari correndo fino al ponte di via Ripamonti. Quando ancora quella zona non era in, ma
ci abitava gente semplice, che pagava affitti bassi e si accontentava di quello che aveva. Tanti anni fa, in una Milano diversa, pi orizzontale, dove forse si remava tutti con lo stesso ritmo di vogata.
Adesso invece i ricchi in centro filavano come razzi, e gli altri, quelli delle periferie, arrancavano a inseguirli, sempre pi distanziati.
Milano diventava ogni giorno pi bella, ma anche pi esigente e selettiva. Il centro protetto dalla cerchia dei Bastioni, appannaggio esclusivo di un'elite ristretta di privilegiati;
fuori dall'anello delle circonvallazioni, crescevano quartieri popolosi e sempre pi popolari, con decine di migliaia di appartamenti occupati abusivamente e un degrado che, a macchia d'olio, si estendeva in maniera uniforme, sempre pi in contrasto con quelle nicchie di benessere ricercato che sconfinava in opulenza ostentata, come quelle belle case di pregio con il parchetto per i bimbi, dove un clochard nella notte pi buia si spegneva tremando, battendo i denti, senza essere soccorso da nessuno.
Alla faccia dello spirito natalizio.
Scacci i ricordi ingrigiti dal trascorrere degli anni passati e i pensieri sull'odierno egoismo metropolitano per soffermarsi su quell'uomo.
Come sempre ipotizzare la reale et di un senza tetto che vive di stenti e non pu concedersi il lusso di una doccia, come di una seduta da un dentista,  un azzardo complicato.
Sulla sessantina, forse dell'Est, a giudicare dai tratti somatici.
Disseminata intorno a lui la solita piccola carovana di borse di plastica in cui aveva stipato il poco che aveva. Vestiti, scarpe, coperte. Addosso abiti logori, a strati. Diversi maglioni sovrapposti, una giacca di flanella scucita e una giacca a vento con la cerniera lampo rotta.
Gli agenti lo avevano perquisito sommariamente. Nessun documento identificativo.
Sull'erba, l accanto, una bottiglia di grappa, svuotata, tracannata per cercare quel calore che una panchina di legno e un cielo buio non possono darti in una notte cattiva di dicembre.
Era riverso per terra, supino.
Al medico legale il compito di capire se fosse ruzzolato perch ubriaco o se, cadendo, avesse perso i sensi, senza pi risvegliarsi.
Diagnosi immediata: deceduto per assideramento dovuto a ipotermia.
Non sarebbe stato l'ultimo in quell'inverno milanese, anche se l'inverno, stando al calendario, doveva ancora arrivare, insieme al Natale.
Eppure Milano stava gi battendo i denti mentre si stava agghindando per le feste.
Tre giorni alla prima della Scala, con la messa in scena della discussa rappresentazione di Attila, opera verdiana per inaugurare la stagione lirica e aprire le danze dei festeggiamenti cittadini. Sant'Ambrogio, la festa del santo patrono cittadino, che da il via al mese delle celebrazioni per il Natale e per il fine anno.  il primo giorno in cui si accendono le luminarie pubbliche nelle strade, in cui si aprono i mercatini tradizionali degli Oh bej, oh bej intorno al perimetro del Castello sforzesco, in cui inizia la caccia al regalo, con il rito dello shopping sfrenato per bruciarsi le tredicesime.
Un'euforia che non contagiava Ardig, per cui Natale era un giorno come gli altri, un normale 25 come gli altri undici degli altri mesi del calendario.
Intorno al barbone surgelato danzavano allegre migliaia di luci. Le luminarie appese alle ringhiere dei balconi regalavano una contagiosa voglia di fare festa che faceva a cazzotti con la disperazione di quella morte solitaria.
Era questo a roderlo di pi, sapere che, mentre quell'homeless moriva sbranato dal freddo, scolandosi una bottiglia di grappa come unica alleata contro il gelo, in quegli edifici di pregio famiglie felici, al caldo, si godevano sul divano una serie TV.
Intanto il comprensorio si stava svegliando, le tapparelle si alzavano, le luci illuminavano gli interni degli appartamenti.
Qualcuno era gi sceso a portare il cagnolino a fare i bisogni e osservava incuriosito il plotone di poliziotti intirizziti intorno a quella panchina.
Lui di curiosare non aveva alcuna intenzione, per cui salut il circo Barnum della Scientifica, ordinando di adempiere a tutti i controlli di rito. La sua parte l'aveva fatta.
Era a posto con la coscienza dell'uomo e la deontologia dello sbirro.
Un anno prima aveva sottovalutato l'omicidio di un altro homeless, che sembrava essere stato ucciso in una banale rissa tra ubriachi. Curiosamente sempre vicino a una panchina di un parco cittadino, in
quel caso il parco Ravizza. Pensava di dover indagare svogliatamente
su un disperato accoppato per contendersi un cartoccio di vino da due soldi e invece quell'indagine lo aveva condotto sulle tracce di una sanguinaria setta di satanisti che operava tra Milano e la bergamasca. Ma quel giorno al parco Ravizza c'era il sole e alle 7 del mattino boccheggiavano gi per l'afa di un giugno torrido.
Quella era un'altra storia e poi stavolta il senza tetto non era stato assassinato.
Il suo vice, Massimo Santoni, pure lui sbadigliante e infreddolito, lo raggiunse per il solito aggiornamento.
Il magistrato ha detto che non si scomoda, tanto non ne vale la pena, chiede solo il verbale del medico legale e della squadra Mobile per archiviare il caso.
Chi  il fenomeno di turno? chiese con le palle che gli giravano vorticosamente, pensando al magistrato al caldo, a casa sua, mentre loro surgelavano davanti a quel cadavere assiderato.
 il crapa pelata.
Ovvero il sostituto procuratore Todeschi, un cinquantenne con una palla da bowling sopra il collo... e non per l'alopecia totale che aveva sterminato il suo crine. Insieme ai capelli erano caduti anche i neuroni, un totale demente con cui Ardig non riusciva a rapportarsi, se non mandandolo al diavolo in continuazione.
Meglio cos. Del resto per un homeless nessuno voleva sprecare anche solo un briciolo di intelligenza investigativa, per cui Todeschi era l'uomo giusto per un fascicolo che non sarebbe mai neppure stato aperto.
L'unica vera incombenza era identificarlo.
Santoni se ne stava gi occupando: Stanno effettuando i rilievi delle impronte digitali.  questione di minuti e sapremo se questo qui  tra gli schedati del nostro archivio.
L'avanzare della tecnologia, applicata anche a livello investigativo, ormai permetteva di dare un nome e un cognome, abbinando una storia criminale a un uomo di identit ignota.
Non c'era altro da fare, per cui torn verso l'auto.
Uscendo dai giardinetti incroci un uomo anziano, magro e pallido, che camminava deciso, quasi di corsa, pur barcollando.
Lo sfior appena con lo sguardo.
Il collo infagottato dentro uno sciarpone di lana, un volto che gli diceva qualcosa. Gli diceva di pi il colletto bianco che si intravedeva sotto la sciarpa.
Un sacerdote che accorreva fuori tempo massimo a dare l'estremo sacramento a quel poveraccio dimenticato da ogni Dio in vita. Almeno qualcuno si preoccupava di lui da morto, anche se troppo tardi.
Rientr sulla strada principale. Un'occhiata alla Giulietta dove aveva lasciato Frog sul sedile posteriore per evitargli un'insana razione di freddo. Il bastardino ronfava avvolto in una delle sue coperte di lana, inutile svegliarlo.
Decise di farsi un caff.
Sull'altro marciapiede un bar elegante. Tre vetrine affacciate sulla
via dedicata all'ottocentesco religioso piemontese Luigi Nazari di
Calabiana, arcivescovo della prima Milano piemontese, quella liberata dall'oppressione austriaca.
Caff corretto con Stravecchio Branca, per svegliarsi e per scaldarsi.
Chiss se quel poveraccio poteva permettersi anche solo un caff. Poteva domandarlo al barista anche se la risposta non gli interessava. Non era l per un'indagine, ma solo per un eccesso di zelo altrui che gli aveva regalato una sveglia inutile alle sei del mattino.
E dato che non aveva altri casi su cui indagare decise di prendersi un'ora libera per allenarsi. Perch le lancette, anche quelle del suo orologio biologico, correvano velocissime e il tempo per partecipare al primo Iron Man della sua vita era maledettamente breve, una finestra che stava per chiudersi, per cui doveva sbrigarsi.
Ogni ora era buona, ogni mattina quella giusta per correre, per pedalare, per nuotare. In macchina ormai teneva una borsa sportiva con accappatoio, ciabatte, occhialini e costume.
Controll sull'iPad: la piscina comunale di via Mincio aveva aperto da pochi minuti. Era vicinissima, avrebbe potuto andarci anche a piedi. Ovviamente si spost in auto.
Dieci minuti dopo era gi nello spogliatoio insieme a un'altra manciata di adulti. Tutte persone che facevano tappa in piscina prima di iniziare la giornata lavorativa.
Quella mattina si era concesso quaranta vasche a ritmo tranquillo in altrettanti minuti, poi la colazione al bar dell'impianto, con fetta di torta e spremuta d'arancia e limone e per concludere il caff.
Il cellulare inizi a vibrare appena appoggiata la tazzina sul bancone, costringendolo a una nuova raffica di imprecazioni e a un nuovo cambio di programma. Sembrava che qualcuno quella mattina avesse deciso di prenderlo per il culo con una serie di macabri scherzi.
Dal nulla era saltato fuori un altro corpo.
Lo attendeva un altro cadavere congelato. Ma questo era congelato per davvero e sembrava raccontare un'altra storia.
Una sola buona notizia: lo attendeva un percorso breve, meno di cinque minuti in quelle strade ancora sgombre dal traffico.
Milano  una citt unica per la sua capacit di mutare pelle improvvisamente, regalando scorci incredibili per una metropoli proiettata al futuro come la valle della Vettabbia.
E gi parlare di una valle in un'area urbana come la City sembra uno scherzo, perch una valle presuppone delle alture a contornarla.
Tuttavia era la realt di quella zona agricola ancora incontaminata con una roggia, la Vettabbia, che, in un tempo ormai remoto era stata un torrente addirittura navigabile che scorre a tratti interrato nelle viscere della parte meridionale della citt, andando a irrigare l'area verde del parco agricolo sud fino alla duecentesca abbazia cistercense di Chiaravalle, tagliando un'area di campi e acquitrini sotto ai quartieri di Corvetto e del Vigentino.
Il parco della Vettabbia da alcuni anni era diventato un curatissimo polmone verde, ripopolato da essenze arboree, con una pista ciclabile in terra battuta ad attraversarlo longitudinalmente. Una meta obbligata di brevi gite domenicali e delle corse mattutine dei forzati del running.
E infatti, a trovare quel cadavere, era stato il solito cazzo di runner che si alzava alle 6 del mattino per il piacere inspiegabile di correre nel freddo. Fanatici malati di fitness e forma fisica esattamente come lui, solo che lui correva tra l'asfalto e lo smog della circonvallazione, gli altri nel verde di una campagna attaccata al cemento della City.
Per Ardig era un classico, gli era gi capitato diverse volte che la chiamata alle 7 del mattino arrivasse da uno
sportivo in tuta da corsa, i primi esploratori dell'alba di un nuovo giorno sotto la Madonnina.
Si avvicin all'oggetto della sua inchiesta.
Era riverso dietro ad alcuni cespugli, sul greto della roggia, quasi nascosto, come se non volesse farsi trovare. Il giaccone verde e marrone quasi lo mimetizzava nell'ambiente circostante.
Un uomo di mezza et, barba folta, corporatura robusta, spalle larghe. Berretto di lana a coprirgli capelli ribelli, indossava una giacca a vento imbottita sopra una tuta, ai piedi scarpe da trekking.
Un abbigliamento da escursionista perfettamente in linea con il contesto del parco agricolo.
Quello che stonava erano quei fori scuri che laceravano la lana del berretto e la tela del giaccone sul lato posteriore.
Due squarci all'altezza delle scapole, il terzo, un piccolo cratere nero, nella nuca.
Il colpo di grazia di un'esecuzione in piena regola.
Chi aveva sparato lo aveva fatto per uccidere, per tappargli per sempre la bocca.
La ricostruzione appariva facile, qualcuno lo aveva sorpreso alle spalle e aveva esploso i colpi da vicino, da un metro, al massimo due, non di pi.
Non doveva essere un tiratore scelto, uno sicuro della sua mira.
Poi lo aveva lasciato l, a surgelare, a conservarsi per loro, per quelli che lo avrebbero dovuto esaminare.
Nessuna aggressione fisica, nessuna colluttazione.
Sul volto di quell'uomo rughe profonde e una smorfia di incredulit, pi che di dolore.
Gli occhi erano spalancati. Non se l'aspettava di morire, di essere ucciso. Non aveva provato il terrore che precede quell'ultimo fatale istante. Non aveva chiesto piet, non aveva reagito.
La morte era sopraggiunta da dietro, vigliacca e invisibile, portandoselo via come fosse un vento gelido che
scende da nord, senza guardarla in faccia, come adesso facevano loro, nella speranza che quegli occhi spenti della corrente vitale potessero trasmettergli un'ultima immagine dell'assassino.
Niente, solo due pupille castane, immobili.
La postura scomposta sembrava identica a quella del barbone. Due uomini della stessa et, ritrovati entrambi duri e freddi, in una gelida mattina milanese.
Si domand quale giro tortuoso avessero compiuto quelle vite, quei due uomini, pi o meno della stessa et, per arrivare a concludersi nella stessa mattina, nella stessa citt, sotto lo stesso cielo uggioso, davanti agli stessi sguardi perplessi.
Ma il clochard aveva gli occhi chiusi, la morte lo aveva ingannato nel sonno, questo era sveglio, vivo e vegeto, quando era incocciato in quei tre proiettili. E il decesso era antecedente.
Il corpo doveva essere li gi da qualche giorno.
Il gelo dicembrino lo aveva indurito come uno stoccafisso.
In estate probabilmente lo avrebbero rinvenuto immediatamente, ma con quel freddo anche i runner stavano disertando le uscite.
Non c'era molto altro da vedere.
Torn a confrontarsi con il morto.
L'agente Linares, un trentenne siciliano con la voglia di menare le mani e spaccare il mondo, da poco trasferito dal reparto Mobile, stava perquisendo il corpo. Era uno dei suoi peggiori agenti, inesperto e impulsivo, che annunciava ad alta voce scoperte banali come fossero rivelazioni di segreti destinati a riscrivere la storia dell'umanit.
La vittima non ha il portafoglio.
Normale per uno sportivo che non vuole appesantirsi con ingombri inutili.
Nella tasca destra del giaccone deteneva una banconota da venti euro e un cellulare.
Deteneva, linguaggio tipico da sbirro.
L'agente mostr a tutti il telefono, un vecchio modello, spento. La marca non era di quelle tradizionali, sulla cover una W simile a quella di wikipedia.
 un Wiko, un modello francese gracchi un agente della Scientifica.
Anche l'orologio cinghiato al polso era di marca francese e funzionava regolarmente.
Nella tasca sinistra teneva queste.
Da deteneva a teneva... di male in peggio.
Era un voluminoso mazzo con almeno una quindicina di chiavi, lunghe e corte, raggruppate in due anelli concatenati in un curioso portachiavi dove uno scorpione dorato, su uno sfondo blu, era circondato da stelle luminose.
Un pendaglio dal chiaro significato zodiacale.
Nella tasca marsupiale c'era questo termin Linares brandendo un lumino bianco da campo santo.
Il cimitero di Chiaravalle era proprio l, a due passi.
Forse non proprio due passi, ma quasi: venti minuti di buona passeggiata tagliando dal parco.
Ecco dove poteva essere diretto quell'uomo in abbigliamento sportivo. Andava a fare visita ai suoi cari, magari di sabato o domenica, con una salutare camminata attraverso i campi. Evidentemente non era uno che soffriva il freddo e non doveva abitare molto lontano. Probabilmente al Corvetto o al Vigentino.
La scena era pulita, l'erba brinata camuffava eventuali impronte o segni di trascinamento.
L'uomo doveva aver incontrato l il suo assassino. Forse avevano un appuntamento, forse erano arrivati insieme.
Forse l'altro lo stava aspettando.
Non era stata una rapina, naturalmente.
Nessun rapinatore scarica tre palle di piombo nella carne di un povero Cristo per poi lasciargli addosso cellulare e orologio.
Era un omicidio, stavolta era davvero pane per i suoi denti.
Si apriva la caccia a un nuovo assassino, un uomo o una donna che avrebbero ossessionato i suoi prossimi giorni e le prossime notti, rubando la scena anche a lui, a quell'essere umano senza vita.
Lo fiss per il consueto interrogatorio postumo che intratteneva con tutte le vittime cui doveva dare giustizia.
Quell'uomo robusto e barbuto pareva uno di quei personaggi mitologici abbattuti dalle saette degli di.
Un brivido freddo lo sorprese, quel brivido freddo che in tanti anni di esperienza investigativa aveva imparato a interpretare.
C'era qualcosa di strano in quell'uomo, che non riusciva a individuare. Percepiva una sorta di messaggio silenzioso che gli inviava quel corpo svuotato di sentimenti e corrente vitale. Un messaggio che avrebbe dovuto dipanare con elucubrazioni e tormenti.
Perch ogni indagine era un viaggio negli inferi, tra sentimenti bastardi e cattiverie raccapriccianti che trasformano un essere umano in un carnefice.
Prima di andarsene raccolse un'ultima osservazione da Linares, che improvvisamente sembrava aver trovato il cavo per attivare il cervello e collegarlo agli altri comandi.
Ma i bossoli dove minchia sono?
Uno di quelli della Scientifica anticip la risposta pi logica.
O ha sparato con un revolver, oppure aveva coperto l'arma con un involucro. Ma se  cos lo scopriremo.
E se fosse stato cos, la sua sensazione di pessimismo si sarebbe accentuata, perch solo un professionista del mestiere non lascia i bossoli sul terreno d'azione.
Attese ancora qualche istante.
Il magistrato di turno non si vedeva, tanto gliene fregava di quel morto ammazzato...
Anche questo menefreghismo lo faceva somigliare al barbone di via Calabiana. A loro non si interessava nessuno, neppure l'autorit preposta.
Chi mandano dalla Procura?
L'agente titub con un po' di imbarazzo.
Mi dicono che arriver, dovrebbe arrivare... insomma, la dottoressa Pollini bofonchi a bassa voce, come se ci fosse qualcosa da nascondere...
Tutti quelli che bazzicavano tra il Tribunale e la Questura malignavano sul loro rapporto a corrente alternata, a mesi alternati, ad anni alternati. Un rapporto che avevano ripreso da qualche tempo, con le solite stranezze e irregolarit che lo contraddistinguevano.
Due amanti clandestini nel privato.
Due estranei scontrosi in pubblico.
Quando compariva sulla scena di un delitto diventava insopportabile per la sua pedanteria. E quella mattina non aveva nessuna voglia di sorbirsi il suo atteggiamento da Torquemada in toga, tacchi a spillo e tette da copertina di
Playman, cos decise di andarsene lasciando all'ispettore Pinton le redini del comando, salutando con un cenno della mano la compagnia cantante delle tute bianche della squadra Scientifica.
La priorit era identificare il morto.
Avrebbero dovuto sperare nelle denunce di scomparsa, partendo da quelle pi recenti, a meno che non fosse un pregiudicato identificabile attraverso le impronte digitali.
Stava per rientrare in commissariato quando una telefonata di Santoni lo costrinse all'ennesima deviazione.
Come se fosse nel gioco dell'Oca doveva tornare alla casella di partenza di quella mattina, di nuovo ai giardinetti di via Calabiana, dove lo attendeva una sorpresa.
Santoni lo aspettava insieme a un ispettore del commissariato locale di Ripamonti. Un campano, forse avellinese, uno che conosceva di vista e di cui ricordava solo il cognome, Ianniello.
Li raggiunse e si spostarono in un altro bar, stavolta meno
elegante del precedente. Un altro caff prima di svelare la sorpresa annunciata per telefono dal vice... una doppia sorpresa!
La prima era che l'homeless assiderato si chiamava Bostjan
Naumoski. Sul monitor dell'iPad dell'ispettore Ianniello
era raccontata la sua misera storia criminale.
Una storia di cronaca ordinaria: Macedone, anni cinquantasei, lo abbiamo arrestato nel 2006 per una serie di furti di auto. E accusato anche di ricettazione e associazione a delinquere. Con i suoi compari vendeva ricambi e gomme tramite uno sfascia carrozze del loro giro, uno di un campo rom di Muggiano.
Niente di eclatante, intorno alle tangenziali milanesi proliferavano incontrollati piccoli accampamenti di rom e sinti, campi abusivi dove si svolgevano traffici illeciti di vario genere.
Naumoski si era fatto dentro qualche mese nella casa circondariale di Opera.
Nel 2008 lo abbiamo pizzicato ancora, sempre in un giro di auto e moto rubate. E si  fatto un'altra vacanza in hotel per dieci mesi.
Poi era svanito nel nulla, risucchiato in quel buco nero che fagocita tanti invisibili. Poveracci disperati, senza casa e senza famiglia, senza un oggi e senza un domani, che vivono di piccoli espedienti, come per esempio i furti di rame dai binari ferroviari, barcamenandosi come equilibristi su quella pericolosa sottile linea di confine che li separa dall'illegalit. Gente che a volte finisce male, come quell'uomo, schiattato per ipotermia su una panchina in un giardino pubblico.
Non uno stinco di santo, ma neppure un assassino o uno stupratore, gente per cui non si applica l'umana pietas.
Questo era solo un poveraccio, morto da poveraccio.
Rilevare le impronte - prosegu Santoni - non serviva neppure, lo ha riconosciuto il prete della parrocchia, che aiuta i senza tetto di quella zona, la chiesa  quella... aspetta,
quella... sotto al cavalcavia della stazione di porta Romana.
La parrocchia di San Luigi Gonzaga lo anticip l'ispettore Ianniello.
Ardig ben ricordava quella chiesetta con un piccolo oratorio e una comunit di volontari che operavano in un modesto ma efficiente centro di ascolto dedicato allo stesso santo. Gente di buon cuore, persone che, nelle sere di inverno, giravano nelle strade limitrofe a corso Lodi con contenitori plastificati contenenti zuppe calde da distribuire a quei poveretti, accampati gi negli scali ferroviari, in piccole baraccopoli di alloggi fatti di cartoni, teli e sacchi a pelo.
Spesso, insieme alla minestra e a un sorriso, gli allungavano anche un cartoccio di vino, un dono molto pi gradito di qualunque pasto caldo. Un elisir per tirare avanti nelle notti buie, dimenticandosi il freddo e l'indifferenza di una citt che non vedeva quei poveracci.
Gli invisibili.
Anche quando schiattavano.
I quotidiani, cartacei e online, non avrebbero sprecato spazio per loro, relegandoli in trafiletti anonimi, senza neppure la firma, come le storie sfortunate di quei disgraziati.
Improvvisamente si ricord anche del prete, don Stefano.
Uno tosto, uno di quei preti da prima linea che andava nei giardini pubblici a prendere a schiaffi i ragazzini che si facevano le canne e a calci nel sedere gli spacciatori che gli giravano intorno. Lo ricordava vigoroso e robusto, non lo scheletro imbacuccato che aveva intravisto poco prima nel parchetto...
Ianniello sembrava leggergli nei pensieri e gli scodell la seconda sorpresa di quella mattina siberiana.
Come diceva il collega poco fa, a riconoscere il Naumoski
 stato il parroco, don Stefano, che si trovava con noi casualmente quando ha udito del ritrovamento del corpo di quell'uomo al parco della Vettabbia. Si  agitato
vistosamente quando gli abbiamo spiegato che era stato rinvenuto un cadavere vicino al torrente. E riuscito solo a dirci che sapeva chi era, il morto intendo, poi ha avuto un'acuta crisi respiratoria ed  rientrato in parrocchia.
Sapeva o immaginava chi fosse il morto?
No, no, ha detto proprio che lo sapeva.
Ardig si stup per un istante solo.
Forse quell'uomo risiedeva proprio in quel quartiere.
Magari era un fedele che partecipava alle funzioni liturgiche domenicali. Soltanto cos il sacerdote poteva immaginare che la vittima fosse lui.
Ma perch ipotizzare che gli fosse accaduta una disgrazia?
E poi da l alla Vettabbia c'erano almeno tre o quattro chilometri, anche di pi.
Ianniello lo anticip nuovamente.
Il parroco vuole parlarci immediatamente, ci attende in chiesa. Dato che non sta bene di salute ha chiesto se possiamo andare noi da lui.
Andiamoci.
Una breve passeggiata.
Stavolta si trascin dietro anche Frog. Tagliarono attraverso una strada interna e raggiunsero la piccola parrocchia schiacciata tra i condomini.
Il curato era nel retro, nel suo alloggio.
Sul tavolo un t bollente in una tazza fumante, lui appoggiato con la schiena a un calorifero verticale in ghisa, attaccato alla parete.
Ardig conosceva don Stefano soltanto di vista e per sentito dire.
Ne parlavano tutti bene quando abitava in quel quartiere.
Allora don Stefano doveva essere poco oltre la cinquantina, adesso veleggiava intorno ai settanta e non li portava affatto bene. Magro, smunto, il colorito ceruleo, un vistoso collare di lana intorno al collo.
Il sacerdote li invit a sedersi al tavolo mentre restava incollato al calorifero.
Frog si accucci ai suoi piedi, attirato dal tepore del termosifone, per accumulare calore corporeo, esattamente come stava facendo il religioso. E il perch lo svel lui, senza girarci intorno.
Vogliate scusare i miei modi un po' insoliti, ma la salute mi sta tradendo pi rapidamente di quanto avrei immaginato.
La voce risuonava metallica pi che roca.
I poliziotti annuirono, imbarazzati. Lui sgombr il campo da ogni ipotesi.
Sono in cura all'istituto oncologico per un carcinoma alla trachea, non asportabile. Purtroppo per via delle terapie a cui mi sto sottoponendo le mie difese immunitarie sono azzerate e con queste basse temperature, lo capirete anche voi...
Lo annunci con un tono distaccato, come se la malattia non riguardasse lui ma un perfetto estraneo, di cui gli importava poco. Gli importava molto di pi dei due cadaveri rinvenuti a cos breve distanza.
Ditemi dell'uomo che avete rinvenuto gi nel parco.
Ardig lo esamin con lo sguardo. Quel prete non era un veggente per cui...
Padre, abbia pazienza, come fa a ritenere di sapere di chi si tratti?
Perch un uomo che conosco, potrei anche definirlo un amico,  scomparso da qualche giorno. E credetemi, non  da lui andarsene cos.
Di chi si tratta?
Una persona particolare.  lui che gestisce il piccolo dormitorio dove trovano ospitalit i senza tetto di notte.
Quel poveretto di Bostjan ci dormiva quasi sempre. Ma da giorni il dormitorio  chiuso. Per cui...
Ardig si convinse.
Il sacerdote lo anticip, con un tono che non ammetteva repliche.
Avrete fatto una sua foto con i vostri telefoni? Potete mostrarmela?
Parlava bene, con un'impostazione controllata.
Anni e anni di omelie domenicali, dal pulpito, davanti a un pubblico attento ed esigente, dovevano averlo formato anche come oratore.
Ardig annu. Gli porse il telefono dopo aver selezionato l'immagine dalla App della galleria fotografica, facendola comparire sul display.
La testa del morto era deformata dall'urto del proiettile penetrato nella nuca, i lineamenti irrigiditi dal freddo.
Tuttavia era chiaramente riconoscibile.
Il religioso la osserv un paio di secondi, poi scosse la testa, rabbuiandosi.
Alla fine lo scorpione  stato ucciso dal suo stesso veleno.
La frase rimbomb nella stanza mentre don Stefano reclinava la testa, diventata improvvisamente pesantissima.
Che cosa ha detto, padre?
Don Stefano sollev una mano per agitarla, come se volesse allontanare quelle parole di troppo, pronunciate in un momento di debolezza.
Niente. Niente.
Ardig ripens a quel ciondolo con lo scorpione inciso tra le stelle, quindi torn a rivolgersi con lo sguardo al religioso.
Sia fatta la volont di Dio, che il Signore lo accolga nella sua casa e gli dia la pace eterna. Presto, accompagnatemi da lui, voglio almeno impartirgli l'estrema unzione.
Non riusc neppure a terminare la frase che un violento attacco di tosse lo pieg in due. Uno spiffero di troppo avrebbe spedito al Creatore anche don Stefano.
Padre per favore, abbia pazienza. Abbiamo gi rimosso il corpo e lo abbiamo trasferito nei nostri laboratori,
nessuno lo pu visionare senza l'apposito permesso del giudice incaricato dell'indagine.  una procedura complessa, a cui non possiamo assolutamente derogare.
Una comoda balla, una balla colossale, eppure sempre meglio di una verit scomoda, che avrebbe messo a repentaglio quella salute cos fragile.
Don Stefano strinse le sbarre del calorifero, per scaldarsi le mani.
Povero Matteo. Povera la sua anima infelice. Forse cos ha finito di soffrire, magari adesso star meglio e sar davvero libero da tutti quei suoi fardelli interiori che lo gravavano.
Un epitaffio tutto da interpretare se dedicato a un uomo freddato con tre proiettili.
Un momento, aspetti, ci aiuti a capire. Intanto, chi era questo Matteo?
Il sacerdote si stacc dal termosifone per andare a sedersi con loro e sorseggiare il t, dopo aver aggiunto un cucchiaio di miele. Frog rimase appisolato sotto il calorifero.
Tra poco lo scoprirete con i vostri computer, perch Matteo  Matteo Sala.
Ianniello si irrigid.
Quel Matteo Sala?
Don Stefano annu con un'aria stanca.
Si era trasferito qui a Milano pochi anni fa per lasciarsi alle spalle un passato oscuro, costellato di errori, di dolori.
E di lutti.
Che errori?
Il parroco scosse la testa.
Non amava parlare di s e neppure del suo passato.
Era un uomo difficile da catalogare. Di sicuro era un uomo che viveva tra rimorsi, silenzi e segreti. Prendersi cura degli ultimi, di chi non aveva nulla, era il suo modo per riconciliarsi con la vita e con Dio.
Riconciliarsi perch?
Anni fa aveva subito la pi terribile delle perdite, la
moglie e il figlio, scomparsi in un incidente stradale. Era successo quando stavano in Francia. E da quel momento aveva scelto di dedicarsi completamente agli altri.
Ardig faticosamente tentava di mettere insieme i pezzi.
Un uomo dal passato oscuro, fatto di errori, di rimorsi, di silenzi e di segreti. Un uomo che, dopo aver perso la moglie e il figlio in un tragico incidente stradale, trova il suo conforto nel volontariato, per questo don Stefano lo conosceva cos bene e si era accorto della sua scomparsa fin da sabato.
Mi perdoni, ci spiega perch, pur senza vederlo, ha immediatamente dedotto che il corpo trovato alla Vettabbia
fosse proprio quello del suo amico?
Il sacerdote trangugi il t per scaldarsi dentro, nell'anima raggelata da quella scoperta.
Perch da quel parco ci passava ogni giorno, avrei dovuto pensarci e farlo cercare da qualcuno. Ormai erano diversi giorni, era da sabato che era scomparso. Non era da lui, non c'era motivo. Ero preoccupato, me lo sentivo che era successo qualcosa di brutto.
Ha detto che  scomparso da sabato?
Proprio cos. Da allora nessuno lo aveva pi visto.
Ardig prese il pacchetto di Camel blu.
Posso? Se non le arreca fastidio? domand al religioso che lo fulmin con lo sguardo.
 sempre stato il mio vizio. Il mio unico vizio. Ne ho sempre fumate troppe, me lo dicevano tutti che esageravo.
Erano il mio peccato, erano loro le mie trasgressioni, le mie femmine, le mie bionde... e infatti, ecco come mi sono ridotto.
Indic il collo coperto dal collare di lana, un collare protettivo dal freddo, su cui era appoggiato il collarino bianco identificativo del sacerdozio.
Esplose in un'altra raffica di colpi di tosse che lo sconquassarono per qualche istante. Il prete sembrava stremato.
Ardig decise di lasciarlo riposare.
Don Stefano, non vogliamo abusare del suo tempo e delle sue forze. Se possiamo tornare a trovarla pi tardi...
Passate a met pomeriggio, perch dopo pranzo mi riposo.
Ardig e Santoni erano usciti a dir poco confusi da quel colloquio surreale.
Ianniello li accompagn in un altro bar, di fronte alla caratteristica minuscola stazione ferroviaria di Porta Romana per un altro caff.
Dentro al bar nessun cliente. Ardig mostr una Camel al barista che gli rispose sollevando il pollice destro.
Via libera alla fiamma azzurrognola dell'accendino, e al fiume in piena di Ianniello.
Brutta storia, 'sto Sala era un piantagrane.
Lo conoscevi?
Non di persona, ma lo monitoravamo. Era arrivato cinque anni fa e aveva aperto il dormitorio per i barboni accampati negli scali ferroviari. E da quel momento erano iniziati i problemi con i residenti che non gradivano quel via vai di gentaglia sotto casa. Capirete, c'erano stati piccoli furti, quelli si mettevano agli angoli a chiedere le elemosina...
Non mi pare nulla di cos problematico, direi che in questa zona avete problemi ben peggiori. Se penso alle occupazioni abusive nei palazzoni di edilizia popolare, allo spaccio nei parchetti.
Ianniello annu, poi riprese a raccontare.
S, s, ma non  solo quello. C'erano stati anche problemi con un gruppetto di skinhead che bazzicavano un baretto di viale Brenta.
Che baretto?
Un buco, ma ha chiuso da anni.
Che problemi avevano?
Una sera avevano aggredito questo Sala, erano volati schiaffi e pugni. Poi  bastato fare qualche giro in pi con le volanti di notte e tutto  rientrato.
Ardig incass la notizia.
Decise di lasciare il vice e Ianniello l, nel quartiere degli scali ferroviari, per cominciare a comprendere chi fosse davvero Matteo Sala.
Che quella fosse una mattina del cazzo lo aveva capito quando lo avevano svegliato prima delle sei sottraendolo a quell'incubo che stava per ghiacciargli l'anima. Poi il freddo a congelargli il corpo.
Il riscaldamento condominiale ancora spento, la casa con una temperatura da frigorifero, fuori anche peggio, con Milano sotto zero.
Quindi tre ore a danzare intorno a corpi gelati, prima di sorbirsi i deliri di un prete malato e adesso pure la scoperta del passato di questo Matteo Sala.
Non solo un criminale, ma anche un terrorista. Uno dei tanti, una di quelle anime perdute nel turbine esplosivo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.
All'anagrafe cittadina, nell'archivio comunale, c'era la foto formato tessera della vecchia carta d'identit italiana.
Una foto datata in cui Sala era molto pi giovane e molto pi robusto, decisamente pi in carne rispetto a quell'essere ibernato trovato nell'acquitrino della Vettabbia. E
non aveva la barba.
Era nato a Milano l'11 settembre 1956.
L'11 settembre, data evocativa.
Ma questo Sala era nato quasi mezzo secolo prima di quella giornata che nessuno avrebbe dimenticato.
Il commissario rilesse la data, settembre. Leone o Vergine.
Di sicuro non Scorpione, peraltro proprio il suo segno zodiacale. Dunque quel medaglione appeso al mazzo delle chiavi di casa non rivestiva un significato zodiacale.
Risultava essere residente in via Benaco, di professione rotocalcografo.
Per gli sbirri del nuovo millennio, come lui, era un perfetto signor nessuno. L'oblio aveva fatto dimenticare il suo nome e le sue malefatte.
Per quelli del secolo precedente doveva essere stato un bel problema.
La sua scheda penale raccontava di una serie di condanne per comuni reati criminali. Rapina a mano armata, appropriazione indebita e ricettazione. Pi interessante appariva l'elenco dei carichi pendenti, ovvero quei reati per cui era stato indagato senza essere condannato in via definitiva.
Un elenco che non risulta negli estratti che ogni cittadino pu normalmente richiedere alla cancelleria del tribunale, per esibirli per concorrere a cariche pubbliche.
Ufficialmente i carichi pendenti vengono cancellati una volta estinta l'accusa a carico dell'indagato. Eppure di essi resta una traccia permanente negli atti procedurali e processuali emanati nei vari passaggi, dall'avviso di garanzia fino al rinvio a giudizio.
Sala era stato indagato per banda armata, associazione a delinquere di stampo eversivo e concorso morale in omicidio.
Si sofferm su quest'ultima imputazione.
Concorso morale, un retaggio dell'emergenza legislativa degli anni di piombo, quando si imputava questo reato anche a chi non aveva partecipato materialmente a un'azione omicida, ma semplicemente ci aveva gravitato intorno come fiancheggiatore o basista.
Una pena pi severa, per scoraggiare le seconde linee, per una repressione pi efficace, per non cavillare troppo nelle aule dei tribunali ingolfati di processi su chi materialmente avesse premuto il grilletto o il detonatore e chi avesse fatto semplicemente da autista o da palo. Tutti colpevoli dello stesso crimine, autori materiali e appunto morali.
Chiese all'agente Scalise di procurarsi i fascicoli relativi a queste imputazioni e di redigere una scheda della vittima, sulla sua persona, con annessi dati patrimoniali. Sapeva che ci sarebbero volute ore.
Nell'attesa potevano abbeverarsi alla fonte dell'oracolo
di Google, in grado di dare risposta a qualunque domanda.
Anche chi era stato questo Matteo Sala.
Non solo rapinatore, ladro, bandito. L'enciclopedia online di Wikipedia lo definiva un militante politico di sinistra, inserendo il suo nome nella pagina dedicata ai Proletari Armati per il Comunismo. Addirittura veniva indicato come uno dei fondatori della colonna milanese dei PAC, che operavano principalmente nel Meridione, a Napoli soprattutto, in quelle regioni del sud agricolo e meno industrializzato dove il seme dell'odio delle Brigate Rosse e dell'eversione armata non aveva quasi attecchito.
I PAC a Milano erano una sigla minoritaria, dietro le BR e dietro a Prima Linea, ad Avanguardia operaia, ai Nuclei Armati Proletari, alle Formazioni comuniste combattenti.
I veri eserciti nella guerriglia contro il sistema.
I PAC erano un gruppo violento e sanguinario, di criminali comuni travestiti da rivoluzionari, lo stesso in cui operava Cesare Battisti, l'uomo del giorno. Perch da qualche settimana il vento politico in Brasile era cambiato radicalmente e con il nuovo presidente di destra,
Jair Bolsonaro, l'estradizione dell'ex terrorista e bandito sembrava finalmente a portata di mano.
Sembrava, perch Battisti era irreperibile e stava dandosi all'ennesima fuga in qualche staterello sudamericano per sottrarsi a quell'arresto rinviato da troppi anni.
La rete traboccava di articoli che ricostruivano le vicende criminali dei PAC, con l'elenco cronologico dei tanti reati a loro attribuiti in un magma spesso confuso e indefinibile, fino al loro snodo processuale nell'arco dei tumultuosi anni Ottanta.
Ai PAC veniva imputata la responsabilit di una lunga serie di rapine per esproprio proletario a filiali di banche, uffici postali ed esercizi commerciali.
Sala faceva parte del mucchio selvaggio degli accusabili, quasi sempre irriconoscibili perch agivano a volto coperto e non c'erano testimoni attendibili per identificarli.
Molti dei loro crimini erano stati successivamente ricostruiti da pentiti non sempre attendibili, che raccontavano verit con il tassametro degli sconti di pena: pi nomi facevano, pi si abbassava il loro conto da pagare a una giustizia fallace e desiderosa di chiudere quel capitolo repubblicano di odio e sangue.
A ogni modo, ecco spiegato il perch dell'accusa per omicidio morale. Accusa per cui per non era mai stato condannato in maniera definitiva.
Avrebbe approfondito i motivi non appena avesse avuto le carte processuali a disposizione.
Tuttavia non poteva escludere che, nel dicembre del
2018, Sala fosse stato ucciso per debiti, per questioni sentimentali, perch coinvolto in qualche giro losco. Oppure, naturalmente, per il suo passato di estremista.
Per questo Santoni era rimasto nella zona dello scalo di porta Romana, per farsi un giretto nel quartiere, per fare le domande giuste nei bar e nei negozi. Scalise, invece, faceva viaggiare a pieni giri la stampante in corridoio. Il profilo e la storia di questo Matteo Sala rischiavano di far esaurire il toner.
Ardig inizi a leggere le carte senza un metodo.
Si sofferm sulla vicenda di cronaca nera del 2014 che per qualche giorno aveva acceso i riflettori su via Benaco, quando Milano aveva scoperto l'esistenza del piccolo dormitorio per senza tetto, La porta delle stelle, dove chi non aveva un riparo poteva dormire gratis, ricevendo quella solidariet umana, quell'affetto e quel calore, insieme a una tazza di latte e biscotti che la citt dalle mille luci negava agli invisibili. Una casa con la porta sempre aperta per tutti, un abbraccio quotidiano a chi dalla vita non aveva pi nulla.
Un luogo dove si faceva del bene che, invece, aveva attirato il male.
Contestazioni del quartiere, proteste, raccolte firme e persino una
spedizione punitiva di teste rasate che volevano ripulire gli scali
ferroviari dal sudiciume dei pidocchiosi barboni accampati nella zona.
Ricordava vagamente la vicenda di quell'aggressione ai senza tetto. Episodio deprecabile, seppur senza conseguenze, neppure penali. Indignazione per qualche ora, poi tutto dimenticato da una citt che inghiotte e digerisce le notizie nel tempo di un battito di ciglia.
A immortalare quella brutta storia di violenza metropolitana erano alcuni articoli del quotidiano Repubblica
nel settembre del 2014.
La penna raffinata di Piero Colaprico, giornalista nerista
di lungo corso ma anche apprezzato giallista milanese, ricostruiva la storia del dormitorio di via Benaco, delle proteste del quartiere per quel bighellonare di homeless, della tensione agli scali ferroviari, sfociata nell'aggressione a Matteo Sala da parte di un gruppetto di hammerskin, ragazzi con i bomber neri, gli anfibi e le teste rasate.
In un link un titolo eloquente: Dalla violenza degli anni di piombo alla mano tesa al prossimo. Ecco chi  l'uomo che offre un letto a chi non ha un tetto.
L'articolo collegato - siglato PI.CO. - ricostruiva la figura di Matteo Sala.
Una vita da romanzo noir. Cinquantotto anni ben portati, un passato da rapinatore di banche ed estremista politico, fuggito in Francia, anni da latitante per scampare alla pena per le rapine commesse. Un uomo dai trascorsi difficili e sofferti, con il cuore sanguinante per una ferita che non si potr mai rimarginare, la perdita della moglie e del figlio in un incidente stradale. Violenza, crimine, prigione, dolore, solitudine. Cicatrici che hanno reso dura la scorza di quest'uomo che adesso tira dritto, tra minacce e problemi quotidiani, per regalare calore e un sorriso a chi non ha pi nulla. Dice di non aver paura. Tutti gli credono.
Dopo quello che ha vissuto sulla sua pelle non sono i calci e i pugni degli skinhead a spaventarlo, ma l'indifferenza dilagante tra la gente.
Erano trascorsi pi di quattro anni, che potevano aver raffreddato i bollori maneschi dei giovani skinhead dalla testa calda, trasformandoli in uomini con la testa sulle spalle. In quel normale percorso di vita che modella un ventenne irruento e pugnace in un giovane adulto pi riflessivo e comprensivo delle ragioni altrui.
Avrebbero indagato anche in quella direzione, anche se un pestaggio con anfibi e mani nude  lontano anni luce da un'esecuzione con tre colpi alla schiena.
Santoni rientr dalla zona degli scali ferroviari che era ormai ora di pranzo. Scesero nel solito baretto di via Cardinal Federico per le solite piadine e le solite spremute.
La faccia piena di notizie interessanti che l'ispettore ligure, come al solito, avrebbe centellinato un po' per volta, in un rituale ormai consolidato per godersi l'attesa dell'interlocutore, per farlo pendere dalle sue labbra.
Partiamo dall'inizio. Questo Sala era veramente un tipografo come risulta dai documenti. Era un figlio d'arte perch pure il padre aveva una piccola stamperia, con annessa casa editrice. Poca roba, stampavano opuscoli, volantini, libretti...
L'ispettore si ferm per azzannare la sua piadina e tenerlo sulle spine prima di mostrare il jolly che teneva nascosto.
Ardig evit di spazientirsi e attese che il vice ripartisse con il racconto.
E questa tipografia a fine anni Sessanta pare fosse un ritrovo per gli anarchici della zona.
Sempre l in via Benaco?
Yes. Erano tutti casa e bottega.
Dimmi del padre.
Ecco, qui viene il bello. Davide Sala, che  mancato circa quarantanni fa, era anche lui un bel soggettino, era uno degli anarchici che il commissario Calabresi e i suoi uomini avevano torchiato dopo la bomba di piazza Fontana.
Pare fosse sospettato di aver preso parte a degli attentati dimostrativi su alcuni treni nei mesi precedenti all'attentato alla Banca dell'Agricoltura. Per cui il nostro Matteo  davvero stato un figlio d'arte, nell'arte della tipografia e in quella dell'eversione. E non solo, anche il fratello Giovanni, che risulta deceduto nel 2011, aveva pure lui precedenti per questioni di politica.
Gli agenti stavano verificando anche quello. I precedenti, la famiglia e tutto quanto riguardava la turbolenta e tormentata esistenza di questo Sala, inclusa la perdita della moglie e del figlio.
Santoni complet il quadro.
Come gi sappiamo, da qualche anno questo Sala era tornato in Italia e aveva utilizzato i locali della vecchia tipografia dismessa per ricavarne un centro di accoglienza per senza tetto, La porta delle stelle, scatenando le accese proteste del quartiere per il degrado e perch un dormitorio per barboni in mezzo alle case dava fastidio.
E la storia degli skinhead?
Non  che la gente del quartiere abbia molta voglia di parlarne, pare fosse stata una sorta di spedizione militare durante la quale lo stesso Sala era stato malmenato dagli aggressori.
Che sono stati poi identificati?
No, mai risaliti alla loro identit.
Ardig azzann la piadina senza assaporare il gusto del pollo, della maionese e del mais.
A ogni modo, il Sala non si era mai fatto intimidire e aveva tirato dritto con il suo centro di accoglienza. Per questa, a mio avviso,  una pista da seguire. Perch, fatto fuori lui, ora il dormitorio  chiuso e i barboni sloggeranno da qualche altra parte.
Poteva starci, per si trattava di un omicidio, non di un pestaggio.
Ardig trangugi gli ultimi morsi del wrap, l'arrotolato, focalizzandosi sul destino di questo Sala.
Lo scorpione ucciso dal suo stesso veleno, quella frase di don Stefano non lo convinceva, non del tutto.
Sala per la giustizia italiana, quella delle sentenze dei tribunali, era un rapinatore, non un assassino: per il concorso morale in omicidio era stato prosciolto. Dunque solo un rapinatore, un'anima non candida ma neppure cos nera!
Probabilmente il sacerdote era a conoscenza di qualcosa che loro, gli inquirenti, non avevano mai scoperto.
Un segreto che Sala doveva aver rivelato soltanto con la sicurezza di aver il vincolo della confessione a tutelarlo. E
forse in quel segreto era contenuta la chiave di quell'omicidio: l'omicidio dello scorpione.
Chiuse gli occhi per farsi una sua idea della vittima.
Un uomo dal passato turbolento, con fardelli a gravargli la coscienza e che, oltrepassata la soglia dei cinquantanni, si ritrova solo con fantasmi e rimorsi a circondarlo di giorno e di notte. Cos, per scacciare solitudine e sensi di colpa, sceglie di dedicare il suo tempo e i suoi giorni agli ultimi spogliandosi dei suoi beni, per aprire La porta delle stelle.
Un novello San Francesco dal passato oscuro e torbido, un passato che forse era tornato a saldare il conto con il piombo.
Caso complicato, lo intuiva, e il clima politico a Milano lo complicava ulteriormente.
Doveva riferire immediatamente al questore, adempimento gerarchico obbligatorio dopo un omicidio.
Milano si stava tirando a lucido.
Stuoli di operatori ecologici ramazzavano i marciapiedi di via Torino, i negozianti stavano allestendo le vetrine con luminarie e addobbi natalizi. Quasi tutto pronto per la festa. La citt guardava solo a Sant'Ambroeus e a tutta l'indigestione di feste che sarebbero arrivate nelle settimane successive.
In Questura invece il clima era diverso.
Il frastuono della bomba di via Carcano echeggiava ancora nei corridoi, sulle scale. Si stavano raccogliendo informazioni, la DIGOS era sotto massima pressione.
Ardig sapeva di portare un carico da novanta: l'omicidio di Matteo Sala poteva essere maturato nello stesso alveo in cui incubavano gli attentati esplosivi contro le sedi politiche dei partiti di destra.
Uno come lui, un ex PAC, forse poteva saperne qualcosa.
Addirittura poteva essere stato contattato dai nuovi terroristi, per avere dritte su come partecipare a quel gioco pericoloso. Oppure qualche nostalgico di quegli anni funesti era tornato sulla scena e magari aveva cercato di coinvolgerlo in una guerra che non combatteva pi da decenni.
Poi certo, c'era la pista del dormitorio, ricettacolo di vagabondi e forse piccoli criminali. Un centro di accoglienza che generava degrado e insicurezza, creando scintille che potevano innescare la fiammata di un omicidio.
Magari da parte di quegli skinhead che lo avevano gi aggredito anni prima.
Dipanando questi pensieri si ritrov nel corridoio davanti all'ufficio del segretario del questore che lo preg di attendere su una poltroncina, offrendogli gentilmente un caff del distributore automatico. Come offrire una bistecca al sangue a un vegano!
Rifiut con meno gentilezza e ingann il tempo, una ventina di minuti,
scorrendo i quotidiani online con l'i-Pad di servizio.
Corriere e Il Giorno aprivano con titoli analoghi collegando i due cadaveri a un'unica linea bianca di decessi, quelli degli invisibili stroncati dal gelo di quelle notti dicembrine.
Strage silenziosa di invisibili titolavano quelli di via Solferino. Il freddo fa strage uccidendo altri due senza tetto replicavano quelli di corso Buenos Aires.
Entrambi i quotidiani puntavano l'indice sulla mancanza di efficienza delle strutture cittadine deputate all'accoglienza e sulla poca attenzione verso gli ultimi da parte di una citt troppo distratta nella corsa agli acquisti natalizi.
Repubblica ipotizzava invece che il morto del parco della Vettabbia fosse uno sportivo stroncato da un malore, per la serie tutto e il contrario di tutto.
Del resto il freddo e la scomodit di raggiungere il parco agricolo sud avevano sconsigliato i neristi dal fare un sopralluogo in quell'area verde periferica, cos nessuno di loro aveva ben chiaro cosa fosse successo e nessuno ancora ipotizzava che si trattasse di un omicidio. Semplicemente quel cadavere apparteneva a un homeless crepato per il freddo o a uno sportivo falciato da un malore.
La porta del questore si apr.
Lo accolse una folata di vento freddo. Il superiore aveva spalancato le finestre interne affacciate sul cortile per far cambiare aria.
Il piccolo cortile interno era quello in cui quarantanove anni prima, in una notte di follia, era precipitato l'anarchico Giuseppe Pinelli. Tra pochi giorni Milano avrebbe commemorato l'attentato di piazza Fontana e ignorato il volo del ferroviere scambiato per stragista che sarebbe stato ricordato come martire dagli anarchici, riaprendo una ferita che, in quasi mezzo secolo, non si era mai cicatrizzata.
La finestra da cui Pinelli era ruzzolato era quella al piano di sotto. Dei protagonisti di quella notte maledetta restavano solo i nomi impressi sulle targhe in cortile e i ricordi di chi li aveva conosciuti. E i fantasmi che forse aleggiavano ancora in quei corridoi, in quelle stanze dove i muri erano impregnati di fumo, di sospiri e di segreti inconfessabili.
Il questore era un uomo robusto con un volto giovanile su un corpo invecchiato, quello di un uomo avviato alla sessantina, sempre elegante, in abito grigio, un suo vezzo.
Non era il solito funzionario scalda sedie promosso a suon di raccomandazioni ministeriali. Si era fatto il mazzo da commissario in prima linea nelle trincee calabresi nella guerra sotterranea contro la 'Ndrangheta. Da Lamezia Terme aveva risalito lo Stivale, combattendo contro le nuove mafie, transitando da Bologna e Genova, per poi approdare a Milano dove la criminalit organizzata agisce dietro le quinte, in silenzio, senza fare rumore, con agguati o esecuzioni, abbattendo gli ostacoli delle regole e della legalit con la corruzione, con il denaro, comprando e mai minacciando.
Un nemico invisibile e per questo pi difficile da snidare.
Ardig, almeno lei non mi porti rogne che oggi proprio non  giornata.
Invece temo di portargliele. Eccome...
Lo aggiorn nel giro di un minuto, strappandogli due sole esternazioni, cazzo seguito pochi istanti dopo da
minchia. Infine gli snocciol la storia dell'aggressione delle teste rasate al Sala.
Interessante, ci pu stare. Ma anche 'sta storia dei naziskin, mannaggia, va sempre a toccare la politica. E qui, quando tocchi quelli a sinistra, pure se quello era stato uno dei PAC, si incazzano; se vai a toccare quelli a destra, anche se sono naziskin, si incazzano anche loro. Qui, come ci muoviamo, sono cazzi concluse il superiore.
A seguire istruzioni da manuale delle forze dell'ordine:
Si coordini con i colleghi della DIGOS, mi raccomando massima sinergia e, nei limiti del possibile, massima discrezione con la stampa. Questa proprio non ci voleva.
Proprio non ci voleva, maledizione.
Scese dai colleghi dell'ex ufficio Politico. Avevano gi ricevuto via mail tutte le foto e le schede dalla sezione Scientifica.
Il vice questore Ettore De Bellis lo fece accomodare. Si vedeva che non aveva voglia di perdere neppure un istante.
Questo Sala era fuori dai giri da almeno trent'anni. I
PAC, se non fosse per quel bastardo di Battisti, manco sapremmo che sono esistiti. No, no, per me il delitto non c'entra un cazzo con l'eversione di oggi.
Lapidario, senza aggiungere altro. Ponziopilatescamente
preferiva non sbilanciarsi.
Mi risulta che intorno a quel dormitorio si agitassero i soliti problemi di degrado, micro criminalit. E che ci sia pure stato un raid degli skin lo incalz Ardig.
De Bellis appoggi le mani sul tavolo, abbandonandosi sullo schienale della poltrona.
Gi verificato nei nostri incartamenti. Pi che un raid punitivo al dormitorio, La porta delle stelle, si trattava di un'aggressione mirata allo stesso Sala, forse per questioni personali. La stampa milanese lo ha enfatizzato dandogli una colorazione politica, gli skin che fanno la spedizione, ma era molto pi semplice.
Uhm...
Fidati. E una vicenda che avevamo seguito noi perch il commissariato di zona Ripamonti se ne lavava le mani. Una sera di fine estate un gruppetto di skin era andato da Sala con intenzioni manesche, insulti, poi ceffoni.
Niente di che. Per lui non aveva collaborato, dicendo che non aveva visto in faccia i ragazzi. Poi i fatti non erano avvenuti davanti al dormitorio, ma agli scali ferroviari.
Parliamo di qualche centinaia di metri pi lontano.
E parliamo di quattro anni fa. Certo, il fatto che un rosso
gestisse un centro di accoglienza dove bazzicavano tanti immigrati...
Gli rivolse uno sguardo eloquente.
Lo so a cosa pensi. Perch lo penso pure io. A meno che tu non abbia altre piste, che so... debiti, usura, amanti...
altrimenti non possiamo escludere che dietro ci sia un movente politico. Magari un movente ammuffito come
'sto Sala, mortacci all'anima sua.
Stavano mettendo sotto pressione gli ambienti anarchici e antagonisti,
ma senza cavarci nulla. Brancolavano nel buio anche loro.
Ardig ripart di buon passo, diretto verso piazza San Sepolcro dove, da ormai undici anni, per ragioni logistiche mai ben precisate, era stata temporaneamente distaccata la sezione Omicidi della Questura di Milano.
Avevano scelto di distaccare loro, i cacciatori di assassini, proprio perch erano sbirri diversi, che non dovevano confrontarsi quotidianamente con il crimine, per prevenirlo. Loro non potevano arrivare prima, fermarli prima.
Perch fino a quando non c' un Caino da arrestare non c' nemmeno un Abele cui dare giustizia. Perch  Caino a generare Abele, non il contrario.
Anche se Abele  un vecchio criminale.
Un pomeriggio di accertamenti.
Curiosamente sulla vicenda dell'aggressione degli skinhead non c'era nessun atto ufficiale. Sala non aveva sporto denuncia, le autorit non avevano potuto procedere d'ufficio perch le lesioni erano lievi, per cui occorreva una querela della parte offesa.
Semplicemente la vicenda era stata ricostruita in un verbale redatto dal funzionario del commissariato di zona Ripamonti, intervenuto con un agente su chiamata di un passante. Erano arrivati quando tutto era finito, in tempo per vedere le guance arrossate di Matteo Sala. La vicenda si era chiusa l. Vicolo cieco.
Torn al presente.
Il telefono di Sala era semplicemente scarico.
Una volta attaccato alla corrente era risorto, ma senza aiutarli pi di tanto. Pochissime telefonate in entrata e uscita, non aveva l'applicazione WhatsApp. Anche i messaggi erano pochi.
Sbuff, stavano girando a vuoto.
All'ispettore capo Farris e all'agente Foglia era toccata l'incombenza della perquisizione del dormitorio e dell'appartamento di Matteo Sala.
Avevano cominciato con La porta delle stelle.
Uno spazio ampio di un centinaio di metri quadrati. Un cucinotto, con fornello, rubinetto e uno scaffale con latte, biscotti, fette biscottate e vasetti di marmellata.
Zero alcolici. Tra le posate solo coltelli di plastica, nessuna bottiglia di vetro, niente forbici o utensili utilizzabili come armi.
Scelta chiara, per ridurre al minimo il rischio di risse tra persone che non avevano nulla da perdere.
Un bagno simile a uno spogliatoio, con due vani doccia con tendina e un cesto per asciugamani, quindi lo stanzone dove erano sparpagliate una quindicina di brande spartane, senza comodini, disposte a rastrelliera. Caloriferi alle pareti, in fondo una vecchia cassapanca con coperte e cuscini.
Nell'ultima stanza era stata ricavata una lavanderia con una grossa lavatrice, un asse da stiro e un piccolo ripostiglio con stracci, scope e detersivi.
Niente da segnalare.
Infilarono il portone del condominio e salirono due piani di scale.
L'appartamento con il citofono con la targhetta SALA-CIABETTI
si trovava proprio due piani sopra. Era la casa che Sala aveva ereditato dal padre, l'ex tipografo anarchico.
Un odore di pulito li sorprese entrando in quella casa che sembrava svuotata di tutto quanto non fosse strettamente necessario.
Era un ampio trilocale con due stanze da letto e due bagni.
La presenza dei vecchi padroni di casa aleggiava in maniera ingombrante, come se il nuovo inquilino, quel figlio tornato dalla Francia, avesse scelto di non violare quell'appartamento che profumava di passato, entrando in
punta di piedi, arrecando il minor fastidio possibile ai ricordi che continuavano a vivere tra quelle pareti con la tappezzeria logora.
La stanza matrimoniale, con le tapparelle abbassate e il letto intonso, odorava di chiuso, sulla cassettiera foto ingrigite dal tempo.
Una sorta di museo di una famiglia che non esisteva pi.
Incocciarono in una foto in bianco e nero: un gruppo di trentacinquenni con una bandiera anarchica sullo sfondo e il pugno destro alzato. Tutti barbuti, facce serie, da duri.
Uno di loro sembrava Giuseppe Pinelli.
Uno era Davide Sala che nelle foto con la moglie e i figli, due ragazzini sbarbati e capelloni, appariva pi disteso, persino sorridente.
Nella cucina e nel bagnetto adiacente avevano scoperto l'acqua calda di una normale vita disordinata di un uomo rimasto solo: piatti sporchi nel lavandino, abiti da stirare, polvere negli angoli.
Il computer fisso in salotto aveva pochi programmi e la memoria zeppa di foto di una famiglia francese.
Una giovane donna e un bambino sorridenti a Disneyworld, lungo gli Champs-Elyses, sotto la Tour Eiffel. Nelle foto cresceva il bimbo e invecchiavano i genitori, Matteo Sala era sempre barbuto.
In quella casa non sembrava esserci niente di rilevante.
Sala viveva nella camera pi piccola, in una branda, con un ripiano dove aveva ammassato un'inquietante collezione di effigi della Madonna, di santi vari, di padre Pio, di ex voto e crocifissi in legno.
Oggetti che evidenziavano un culto ostentato, quasi ossessivo.
L'uomo doveva essersi aggrappato alla fede come a un'ancora di salvezza, per non annegare nel mare dei suoi rimorsi.
Farris osserv meglio.
In alto, in mezzo a due lumini consumati, c'erano due
anfore di plastica ruvida e trasparente, dentro della sabbia grigiastra.
Impieg un istante prima di realizzare e trasalire.
Cenere, era cenere.
Erano due urne funerarie. Quello che rimaneva di due esseri umani, di una moglie e di un figlio, collocate in una sorta di santuario domestico. Sotto il ripiano una lugubre fila di ceri di plastica, come quelli consumati, e di candele bianche, come quelli che avevano trovato nella tasca del giaccone del morto.
Cazzo, vieni qui, vieni a vedere.
La voce dell'agente Foglia rimbomb nel silenzio.
Lo chiamava dal bagno, indicandogli la vasca ingombrata da una grande teca di vetro zeppa di scorpioni. Una quindicina, sistemati in un habitat che richiamava il deserto.
Un terrario con fondo in pietra, sabbia e rami senza foglie, con una serie di casupole o caverne ricavate da tegole di terracotta e una sorta di depressione con dell'acqua che scendeva da una cannula collegata a un serbatoio esterno. Sulle estremit delle ventole per areare il terrario, esposto alla luce della finestra.
Una visione impressionante, come il barattolo di vetro dove orribili lombrichi si attorcigliavano tra loro.
Che cazzo si teneva in casa questo? domand l'agente con un'espressione schifata.
Farris allarg le braccia.
Vermi... sono la pappa degli scorpioni, se li mangiano vivi.
Che roba orrenda...
Avverti in Questura che mandino qualcuno, un veterinario o un esperto, che cazzo ne so...
Torn nella stanzetta dove l'uomo dormiva. Per completare l'ispezione inizi a rovistare nei cassetti: documenti di vario genere, modelli Unico, autorizzazioni ASL, tutta roba relativa al dormitorio e una busta di Banca Intesa con tre banconote da cinquecento euro perfette,
immacolate, di quelle uscite dal distributore e mai messe in commercio. Non una grande cifra.
Il portafogli era sul comodino, dentro la carta d'identit europea della vittima. Qualche banconota, una carta di credito della BNP, una foto di una famiglia in montagna.
Abbracciati e sorridenti una giovane donna, un bambino piccolo e un quarantenne con la barba scura.
Il passato felice di Matteo Sala.
Sotto il portafogli una fattura emessa in data 24 novembre dalla Casa del funerale snc.
Ammontare rilevante: tremilaottocento euro.
L'intestatario era lui, Matteo Sala.
Ardig osservava perplesso la carta d'identit in formato europeo trovata nell'appartamento di via Benaco. La scritta celeste su sfondo blu RPUBLIQUE FRANAISE, seguita da CARTE NATIONALE D'IDENTIT.
La foto impressa era quella di un volto barbuto con lo sguardo spento. Con un FR stampato sulla parte in alto a destra.
Nom: MATTEO
Prnom (s): SALA
Sexe: M
N le: 11,09.1956
A seguire l'indicazione PARIS 13 ARRONDISSEMENT.
Santoni aveva gi inoltrato una richiesta attraverso il consolato francese a Milano. Nell'Europa comunitaria senza frontiere o barriere la collaborazione tra forze di Polizia era rimasta all'epoca dei confini: senza una lingua comune e senza procedure uniformate la sinergia investigativa era una chimera.
Nel giro di qualche ora avrebbero avuto alcune risposte alle loro domande. Intanto il resoconto di Farris coincideva con quanto scoperto da Pinton che si stava occupando della situazione patrimoniale della vittima.
Il conto corrente superava di poco la soglia dei ventimila euro e lentamente, esaminando gli estratti semestrali, si stava prosciugando.
L'ex terrorista, o l'ex tipografo, stava sacrificando tutti i suoi averi per finanziare il suo dormitorio e tutto quanto occorreva per farlo funzionare: riscaldamento, coperte, generi di conforto.
Faceva del bene, forse per dimenticare il male che aveva fatto ad altri tanto tempo prima, in un'altra vita, e che carta e inchiostro stavano riportando al presente, ai giorni nostri, nero su bianco.
Intanto Ardig maneggiava stupito la fattura fiscale della Casa del funerale.
Un'agenzia di servizi funebri con sede a Bruzzano.
Chiese a Farris di farci un salto l'indomani.
Per conoscere Matteo Sala erano partiti dal suo passato, dalla sua radice, suo padre Davide, indagato per due attentati dimostrativi commessi tra il 1968 e il 1969 su alcuni treni nella tratta Milano-Bologna, petardi o poco pi.
Nella ricostruzione del commissario Luigi Calabresi, allora dirigente dell'ufficio Politico della Questura di Milano, quei piccoli ordigni erano il prologo delle bombe milanesi del maledetto pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Quella esplosa dentro la Banca dell'Agricoltura, alle 16,37, e quella collocata in contemporanea nella vicina Banca Commerciale e fatta deflagrare qualche ora dopo dagli artificieri.
Davide Sala era tra gli anarchici fermati quella notte, era rimasto in Questura, sottoposto a continui interrogatori, fino alla notte del 15 dicembre. La notte del volo di Pinelli, di cui era amico, come lo era di Valpreda.
Poi Sala era scomparso nel nulla, risucchiato nell'anonimato che aveva avvolto gli anarchici di quella notte, eclissandosi dai radar della Questura.
Un errore, perch da quel terreno maligno, dall'erba
cattiva dell'anarchico Davide Sala, era spuntato il fiore del male, il figlio Matteo. Non un anarchico, ma un estremista di sinistra.
Il suo fascicolo processuale era di quelli panciuti e voluminosi che racconta storie violente.
La polvere del tempo e le carte ingiallite accolsero Ardig.
A trattenere gli incartamenti un filo di spago, imbrigliato con un nodo che nessuno scioglieva da oltre trent'anni.
All'interno verbali, referti, foto, rapporti dell'ufficio Politico, testimonianze, anche documenti secretati.
La storia del tipografo-rapinatore-terrorista Matteo Sala emergeva da un passato ormai remoto, un passato oscuro di violenze e coperture politiche negli anni pi difficili dell'Italia repubblicana, gli anni di piombo.
Matteo Sala era un soldato di una guerra mai dichiarata, un criminale
che commetteva reati comuni legittimandoli dietro la bandiera della lotta armata.
Ardig si stup nel notare come il latitante Cesare Battisti, assurto agli onori delle cronache francesi come scrittore di noir, fosse un nome noto a sessanta milioni di italiani, mentre un suo complice, colpevole di reati analoghi, fosse ignorato dalla memoria milanese e si fosse rifatto una vita rispettabile all'ombra della Tour Eiffel, con una famiglia e un lavoro onesto.
Eppure le vicende dei due erano simili.
Battisti era un pluriassassino, Sala aveva meno carichi da saldare sul conto penale e sulla coscienza, tuttavia era stato condannato per diverse rapine.
In comune il non aver pagato i debiti accumulati con la giustizia, sottraendosi all'arresto grazie alla discutibile dottrina Mitterrand: quell'inghippo giuridico per cui Parigi accoglieva i terroristi italiani, spagnoli o tedeschi, purch dichiarassero di ripudiare la lotta armata, negando l'estradizione ai loro Stati di appartenenza con l'inverosimile giustificazione del rischio di un trattamento
carcerario che andasse a ledere i diritti universali degli uomini, seppur ex terroristi.
Cos questi assassini, ospitati in terra francese, si erano goduti la libert e si erano rifatti una vita alla faccia delle loro vittime.
Matteo Sala, dopo un breve passaggio a San Vittore per soli dieci mesi, nel 1978, era poi rimasto libero e uccel di bosco, se pur condannato in due diversi filoni processuali.
Un ingorgo giudiziario complicato da dipanare.
Il primo arresto nel giugno del 1978 derivava dall'accusa di aver commesso tre rapine a mano armata. Dentro per nove mesi in attesa di processo, poi scarcerato con obbligo di dimora a Milano. Al processo non ci era mai arrivato: nel 1982 era gi fuggito in Francia, cos, nel procedimento in corte di assise celebrato nel 1983, lo avevano condannato in contumacia a quattordici anni e sei mesi per rapina e banda armata, concorso morale in omicidio con l'aggravante dell'associazione a delinquere.
Niente carcere perch non era possibile estradarlo dalla Francia.
Nel 1985 il colpo di scena: nel processo in Corte di Appello la condanna era stata dimezzata a otto anni, escludendo il concorso morale in omicidio e l'associazione a delinquere.
Tutto da rifare.
Ma non si era rifatto nulla. Non c'era stato ricorso in corte d Appello.
La storia processuale del terrorista Matteo Sala finiva l, l'amnistia del 1987 aveva scritto il the end cancellando la condanna per le rapine, restituendogli una libert che si stava gi godendo da latitante e la possibilit di una nuova vita che aveva scelto di costruirsi in Francia.
Un liberi tutti che gridava vendetta, eppure Ardig comprendeva che
quella scelta, politica, andava contestualizzata nel clima di fine anni Ottanta, con quell'amnistia che voleva cancellare gli anni
dell'odio e la relativa scia di sangue che si lasciava alle spalle e
pacificare un'Italia che si era ritrovata spaccata, come era successo
gi quarant'anni prima dopo la fine del conflitto mondiale.
Un colpo di spugna che accontentava i carnefici, i belligeranti, ma oltraggiava la memoria delle vittime e il dolore dei loro cari.
L'agente Scalise gli aveva selezionato alcuni articoli dell'epoca e di anni pi recenti.
Le notizie delle rapine erano confinate nei soliti trafiletti, perch le razzie negli istituti di credito e negli uffici postali in quel finire degli anni Settanta in cui Milano era stata ribattezzata la citt della paura erano la regola e non l'eccezione. Ottenevano attenzione mediatica solo quando ci scappava il ciocco, il conflitto a fuoco, e ovviamente se ci scappava il morto.
I trafiletti parlavano dell'arresto di due rapinatori, entrambi usciti lo stesso giorno, il 21 giugno 1978.
Iniziava un'estate calda, si giocava il Mondiale nell'Argentina della dittatura militare dei colonnelli e l'Italia era ancora sotto shock per il rapimento di Moro e il suo omicidio.
Era l'anno del terrore, l'anno della massima tensione politica nel Bel Paese.
La squadra anticrimine guidata dal commissario Sacchetti il giorno precedente, il 20 giugno, aveva messo gli immobilizzatori ai polsi di due sbarbati. Il ventiduenne Matteo Sala, residente in via Benaco, e il ventitreenne Mauro Libonia, residente in via Fratelli Rosselli.
Erano accusati di aver fatto parte delle bande di malviventi, armati e a volto coperto, che avevano razziato nei mesi precedenti le filiali Cariplo di San Giuliano Milanese, Locate di Triulzi e Binasco, comuni della cintura sud di Milano. Zone che evidentemente i giovani criminali conoscevano bene, risiedendo entrambi in Corvetto, nella parte meridionale della metropoli.
Nessun riferimento alla loro militanza politica, probabilmente i cronisti non ne erano a conoscenza.
Si annot di reperire questo Libonia, uno che poteva raccontargli qualcosa.
Era arrivato il momento di tornare nella chiesa di San Luigi.
Don Stefano era nuovamente in cucina.
Stavolta fronteggiava un bicchiere di latte, il solito barattolo di miele per addolcirlo.
Lo fece accomodare.
L'espressione sul volto era pi serena, seppur rattristata.
Un brutto colpo, mi creda. Ho perso un amico, commissario.
Forse uno degli ultimi amici che mi restava in questo poco tempo che ho ancora a mia disposizione
borbott, stringendosi un pesante maglione di lana sulle spalle.
Un giovane sacerdote dell'Est, un polacco che gli indic con il nome di Wojciech, gli vers il latte bollente nella tazza.
Un'inquietante fila di pillole lo attendeva.
Il sacerdote intu facilmente i suoi ragionamenti.
Si figuri che non ero praticamente mai entrato in una farmacia in vita mia. Quanto meno non per me. Ci andavo a prendere le medicine per gli anziani del quartiere. Ci crede che non mi veniva mai manco un raffreddore per sbaglio? Sembrava che fossi indistruttibile, che il Signore volesse preservarmi per compiere al meglio la mia missione terrena.
Inizi a tracannare il latte con le prime pillole.
Sono contrario all'accanimento della medicina,  il nostro Signore a decidere quanto lunga debba essere la nostra camminata su questa terra. Semplicemente la mia passeggiata  terminata e devo fermarmi. A ogni modo io sono pronto, sia fatta la sua volont bofonchi prima di trangugiare un'altra sorsata con un'altra pasticca piuttosto voluminosa.
Sa cosa mi spaventa di pi?
Il dolore rispose di getto Ardig.
Il sacerdote scosse la testa indicandogli il crocifisso.
Il mio  nulla rispetto al confronto di quello che ha sofferto lui. No, no. Ci sono la morfina e gli oppiacei per lenire le sofferenze della carne. Non mi spaventa neppure il buio della morte, perch sono conscio che dopo ci sar la luce. Vede, sono stato un uomo fortunato ad avere il dono della fede fin da ragazzino. E questa fede si  anche rafforzata con gli anni, toccando con mano i dolori delle vite altrui, le sofferenze quotidiane. E lei, la fede, che anche ora mi accompagna, mi protegge, mi rasserena.
No, non  il trapasso a spaventarmi, ci mancherebbe.
E allora cosa?
Stavolta gli indic padre Wojciech.
Quel ragazzo non dice ancora una parola di italiano.
Non si riesce nemmeno a pronunciare quel suo nome da ostrogoto. Io lo chiamo Voci. Lui tanto non capisce nulla.
Sorride e basta, comunica a gesti. Eppure qui c' tanto bisogno di qualcuno che sappia portare la parola del Signore. Non immagina quante persone ne abbiano bisogno.
Anziani, malati, persone che hanno perso il lavoro con la crisi, padri che hanno sperperato tutto con i videopoker.
Lei ha visto il corpo di quel povero ragazzo, quel Bostjan...
Ragazzo a cinquantotto anni anche no!
...non aveva pi nulla, nemmeno la speranza. Quelli come lui sono sempre pi soli. Matteo era un amico prezioso anche per questo, per il bene che faceva a chi ne aveva bisogno.
Ardig decise di venire al punto.
Ho bisogno di sapere chi era Matteo Sala.
Don Stefano termin il latte e rest qualche istante a fissare la scodella macchiata di bianco.
Era la dimostrazione terrena che Dio ha in serbo un
disegno preciso per ognuno di noi, che siamo tutti strumenti nelle sue mani. Matteo era la dimostrazione che al male si pu rimediare, che si pu espiare, facendo il bene.
Che ognuno di noi pu sempre ricominciare e vivere una seconda vita. Ecco, a Matteo questa possibilit era stata concessa e lo stava iniziando a comprendere.
Era molto devoto?
No, no, tutt'altro... era assolutamente ateo! In questo lui s che era un uomo sfortunato. Lui non aveva il dono della fede. Ci si  aggrappato alla fede,  stato obbligato ad aggrapparsi, come a una fune, quando si  trovato sull'orlo dell'abisso, spinto dai rimorsi interiori. Forse il male peggiore, la punizione pi crudele che subiamo,  proprio non poter tornare indietro, non poter riparare agli sbagli commessi. Ripeteva che Dio lo aveva punito per i suoi crimini, per quello che aveva fatto da giovane. Probabilmente per via di queste sue dolorose traversie stava comprendendo il significato profondo della fede.
Mi parli dei suoi crimini. Il suo fascicolo processuale lo accusa solo di rapine a mano armata, tuttavia da quel che lei ha accennato...
Commissario, lei si occupa di reati, di uomini malvagi, io invece di peccati compiuti da uomini normali che a volte diventano malvagi, ma non lo sono. Sono solo uomini che meritano il perdono, se il loro pentimento  sincero e viene dalla loro coscienza.
E quello di Matteo Sala lo era?
Senza dubbio, un pentimento autentico pronunciato davanti al Signore. Ma di questo non potr parlargliene, sono vincolato al segreto imposto dal mio abito, lei lo comprender.
E lei comprender che il suo amico Matteo quasi certamente  stato assassinato proprio per i suoi crimini passati.
Lo comprendo, tuttavia qui mi fermo per il segreto che mi impone il
mio giuramento. Lei  un uomo in gamba, ho letto tante volte sui giornali delle sue inchieste. Se oggi lei  qui, davanti a me,  perch il Signore ha scelto lei per fare luce su questa terribile vicenda. E sono certo che lei ci riuscir.
Aveva seri dubbi che un Dio in cui non credeva lo avesse scelto per
fare luce sull'esecuzione di un disgraziato con una fedina penale lunga un chilometro.
Vicolo cieco, andava a sbattere contro un muro... meglio girarci intorno.
Padre, lei  un uomo che ha vissuto in nome della bont e della generosit, come poteva essere amico di un ex criminale e di un terrorista? Uno che non si era mai assunto le responsabilit dei suoi crimini, scampando all'arresto, e pagando un prezzo cos basso per le sue malefatte.
Don Stefano sorrise per la prima volta in quella giornata.
Nel mio nome c' il mio destino. Stefano  stato il primo martire della cristianit. Lapidato a sassate per aver espresso la sua fede, per averla manifestata e difesa, senza orgoglio, semplicemente con sincerit. Lapidato dai peccatori che gli scagliarono addosso le pietre.
Quelle pietre che Ges Cristo aveva evitato alla Maddalena con la famosa frase del chi  senza peccato scagli la prima pietra.  questo che vuole dirmi?
Proprio questo. Come uomo non ho mai giudicato gli altri, come servitore di Dio ho accolto le loro confessioni e li ho assolti. E mi creda, Matteo meritava la mia amicizia, perch era un uomo che viveva solo per aiutare gli altri.
E si portava dietro il peso delle sue colpe, espiandole quotidianamente. La sua prigione era nella sua testa, nel suo cuore, laddove non poteva arrivare nessuna amnistia.
E Matteo era il giudice pi severo di se stesso e non si faceva nessuno sconto.
Comprendeva la sincerit del parroco, ma non la condivideva.
Un uomo buono, se davvero  tale, riconosce i suoi errori passati e ne ammette le responsabilit, pagandone il conto. Troppo comodo diventare un santo con i capelli grigi, facendo finta di non essere stato un criminale da giovane.
Uhm, cos mi sta confermando che Sala aveva commesso crimini peggiori di quelli che la giustizia gli aveva riconosciuto.
Don Stefano abbass lo sguardo per evitarlo.
Padre, mi ascolti, il suo assassino potrebbe averlo giustiziato per questo, per punirlo di colpe che la legge non gli aveva messo in conto.
Se  cos ci sar un altro tribunale, pi alto, che giudicher ognuno di loro.
Don Stefano, chi ha ucciso Matteo potrebbe uccidere ancora, magari un vecchio complice. Mi aiuti, mi dia almeno una traccia.
Il parroco scosse la testa con un'insospettata energia ritrovata.
No. Non verr meno al mio giuramento. Tuttavia mi creda,  stato lo stesso Matteo a indicarvi la strada da seguire.
Lei ha gi tutto quello che le occorre per comprenderlo.
E cosa avrei in mano?
Ci rifletta commissario, ci rifletta e ci arriver da solo.
E si rassereni. E stato il buon Dio a condurla qui ed  stato il buon Dio a farmi sfuggire quella frase dettata da un momento di confusione e di smarrimento.
Lo scorpione  stato ucciso dal suo veleno. Mi vuol spiegare cosa significa? E quegli scorpioni che Sala conservava in casa? Che significato avrebbero?
Quello di indicarle la direzione giusta da seguire per arrivare alla verit. Un percorso difficile. Lo sa come si dice...
Per aspera ad astra. Ci rifletta commissario. Per aspera ad astra....
Ardig decise di lasciar perdere.
 sicuro che Sala sia scomparso da sabato 1 dicembre?
E l'ultima volta che lo hanno visto nel dormitorio, da allora lui non  tornato. E nessuno ha riaperto La porta delle stelle. E quei poveretti come Bostjan hanno dovuto arrangiarsi, scendendo fino al
dormitorio gi in viale Ortles, dove per gira anche
brutta gente e alcuni di loro, alla loro et...
Conosceva il dormitorio di viale Ortles. Un anno prima i suoi uomini c'erano stati, mentre braccavano un criminale romeno accusato di omicidio e stupro. Un ricovero dove si ammassavano sbandati di ogni genere. Una promiscuit, una costrizione dove la legge del pi forte, del pi cattivo, del pi giovane poteva valere per contendersi una branda o una coperta. Ecco perch molti di quegli homeless preferivano il gelo di una panchina a quei ricoveri dove rischiavano di subire furti di quel poco che avevano.
Chi aveva ucciso Matteo Sala era responsabile anche della morte del senza tetto macedone.
Un'ultima domanda. E le proteste intorno al dormitorio?
L'aggressione dei naziskin? Cosa mi dice?
La stupir rispondendole che le comprendevo umanamente.
A volte anche chi ha bisogno, chi davvero ha bisogno commette degli sbagli. Perch spesso quegli uomini disperati si aggrappavano al vino e alla grappa per sconfiggere la solitudine e a volte commettevano anche dei furti per ottenere il denaro. Sono un prete che vive tra la gente e capisco che trovarsi un senza tetto accampato sulla panchina sotto casa non piaccia a un marito, a un padre...
Ho cercato pi volte di mediare. Ma a volte non  possibile mettere tutti d'accordo. Viviamo in spazi troppo stretti, finiamo per infastidirci solo per i respiri di chi ci sta accanto.
Uhm... certo eliminando Matteo Sala hanno risolto il problema del bighellonare dei barboni sotto casa.
No, dottore, ma cosa va a pensare? Padri di famiglia
che uccidono per questo? Non lo voglio neppure immaginare.
Non  nel quartiere che deve cercare l'assassino di Matteo.
E quegli skinhead?
Non so, quella mattina ero altrove e non ho seguito i fatti in prima persona. Matteo non li aveva riconosciuti, nemmeno tra i ragazzi che bazzicavano quel bar in viale Brenta. E di quella storia non ne ha pi voluto parlare.
Acqua passata.
Non aveva altro da chiedere a don Stefano e l'ennesimo colpo di tosse che aggred il religioso lo convinse a non tormentarlo ulteriormente.
Un'interminabile giornata.
Aggiorn la Pollini via WhatsApp. Lei rispose con il solito tono professionale, freddo e distaccato.
Si erano visti una decina di giorni prima per una cena a base di surgelati e una scopata molto arrapante, dal freddo a tavola ai bollori a letto. La foga sessuale era tale che non avevano nemmeno preso precauzioni. Nessuna via di mezzo.
Poi ognuno per conto suo.
Quella sera era stanco e non aveva nessuna voglia erotica da sfogare e probabilmente nemmeno lei. Oppure aveva un altro uomo a ingombrarle il letto. Non gliene fregava nulla.
Quando gliene era fregato qualcosa lei aveva risposto picche, erigendo un muro in difesa dei suoi spazi di donna felicemente sola e indipendente da ogni uomo. Era stata lei a decidere le regole del
gioco, lui si era adeguato, facendosele andare bene.
La telefonata dell'amico giornalista Federico Malerba lo sorprese obbligandolo a scacciare i pensieri sulla Pollini.
Meglio tardi che mai. Pensavo ti accontentassi anche tu di scrivere della strage dei barboni...
Il reporter de Il Giorno lo interruppe: Sulla pagina Facebook del gruppo di Corvetto scrivono che il morto del parco della Vettabbia  un ex brigatista. Il post peraltro  di un militante di Casa Pound.
No, brigatista non proprio,  un ex PAC.
Chi erano?
Quelli di Battisti, i Proletari Armati Comunisti.
Cazzo! Stanno lavorando per estradare Battisti dal Brasile e a Milano uccidono uno dei loro?
Frena, frena... non c' alcun collegamento, sono passati quarant'anni, a chi vuoi che freghi di questi scriteriati?
Uhm... e la bomba dell'altra notte alla sede della Lega?
Non  scoppiata nemmeno molto lontana da dove abitava questo tizio. Come che si chiama... Mario Sala?
Matteo Sala.
Figa, non  mica una coincidenza.
La DIGOS sta verificando tutto, ma al momento non c' un collegamento tra le bombe alle sedi politiche e questo tizio che aveva davvero cambiato vita. Fatti una ricerca su internet e vedrai, gli erano morti moglie e figlio in un incidente stradale. No, fidati, questo non era pi un terrorista.
Mah... sar.
Piuttosto, la sai la storia che era stato aggredito da un commando di naziskin?
S, lo avevamo scritto anche noi. Altro?
Bah, se ti pu servire il macedone congelato sulla panchina dormiva nel suo ricovero.
Mi serve, s.
Credo che il senza tetto, trovando chiuso il dormitorio del Sala, sia finito in quel parchetto, per cui volendo le due morti sono collegate.
Grazie, mi hai dato un bello spunto. Ti devo un favore.
Uno? Me ne devi mille come minimo. Ciao pennivendolo.
Ciao Killer Hunter.
...
.
...
3.
...
.
...
Dentro la gioielleria il tempo si  fermato.
Il titolare  l impalato con le mani alzate, letteralmente pietrificato da quando quell'incubo  iniziato.
Il signor Piermaria Prover ha gi subito altre rapine e ha imparato sulla sua pelle come comportarsi.
Stare fermo senza parlare e senza muoversi  il modo migliore per uscirne senza danni.
Anni prima teneva una pistola sotto il bancone, ma quando erano entrati i malviventi non aveva avuto il coraggio di estrarla.
Cos l'aveva riportata a casa e infilata smontata in un cassetto chiuso a chiave.
Ora la rimpiange. Vorrebbe averla l, sotto il bancone e impugnarla.
Quelli sono ragazzini, sbarbati, che sotto il passamontagna si fingono uomini.
Eppure sono dei duri, professionisti con le palle.
Uno lo tiene sotto tiro con una pistola, uno ripulisce i ripiani con le vetrinette e il terzo, il capo, quello con il fucile, quello che urla e grida impartendo gli ordini, va a colpo sicuro verso la cassaforte.
Sanno cosa c' dentro, sono informati.
Ordina al palo di puntargli il revolver in faccia, obbligandolo a snocciolargli la combinazione.
Prover obbedisce e resta davanti al bandito con la pistola.
E una strana rivoltella, di quelle che arrivano dall'Est, che utilizzano i militari del blocco sovietico.
Il gioielliere vorrebbe tenere lo sguardo abbassato, ma non ci riesce. Il suo aguzzino lo attira.
Non ha ancora detto una parola, non lo ha mai fissato negli occhi, si limita a brandire la pistola per ricordargli che  pronto a sparare.
Il capo ha finito con la cassaforte, quello tracagnotto invece ha razziato gli orologi.
Esulta raccogliendo il bottino.
Mona. Va che ben di Dio...
Si interrompe subito.
Zitto gli urla il capo mentre aggira il bancone.
Hanno ripulito tutto.
Prover si illude che sia finita.
Alza lo sguardo e ancora una volta lo incrocia con il terzo.
Occhi negli occhi. Li vede, li studia.
Quegli occhi li conosce. Anzi, li riconosce.
...
.
...
Milano, 4 dicembre 2018.
...
.
...
Ancora lei.
Sono su quel maledetto belvedere di Sirmione, quella lingua di promontorio affacciata su un lago agitato come fosse un oceano.
La pioggia torrenziale li inzuppa.
 fredda e cattiva come lei, come Rebecca.
Si  svegliato in tempo, prima del flash dello sparo. E
come se ogni notte l'incubo avanzasse, ricostruendo il ricordo in tutti i suoi dettagli.
Quei ricordi erano archiviati nei file della sua memoria, conservati tra le sue pareti cerebrali. Sigillati, incatenati al passato.
Rebecca Adorni era riemersa dal torpore magmatico dei ricordi da cancellare. Era stata sette anni in silenzio, nel buio dell'angolo pi remoto della sua memoria, acquattata, invisibile, dormiente. Dicembre l'aveva improvvisamente risvegliata.
Per scacciare il passato che era tornato a tormentarlo, aveva scelto il solito presente routinario: corsa, flessioni, doccia, colazione. Se nessun assassino si prendeva la briga di colpire nelle ore notturne, la tabella di marcia di inizio giornata del commissario Ardig era rigida come un codice militare.
Ultima tappa del rituale mattutino uno dei bar di viale Abruzzi, non sempre lo stesso, dipendeva dal parcheggio, da quanta gente c'era dentro, da come gli girava in quel momento. Aveva scelto una caffetteria dove facevano anche ottimi centrifugati vitaminici. Prima il solito espresso schiumoso, poi un beverone con arance, carote, mela e zenzero e dieci minuti di lettura dei giornali.
I quotidiani nazionali avevano relegato l'omicidio di Matteo Sala a ordinaria cronaca secondaria.
Un uomo adulto, solo, che da giorni diventava un ghiacciolo in un parco periferico, non faceva notizia come un femminicidio.
Le pagine milanesi invece ci aprivano, pur senza enfatizzare i possibili collegamenti con gli attentati esplosivi degli ultimi mesi.
Ordinaria amministrazione.
Repubblica, pi attenta alle questioni legate al sociale, ricordava per che l'aggressione di cui era stato vittima nel 2014 da parte di alcuni giovani di destra, teste rasate dei gruppi skinhead, andava inserita in un quadro pi inquietante, perch il pestaggio sarebbe avvenuto nel corso di una di quelle ronde che per qualche mese i ragazzi di un bar di viale Brenta avevano organizzato nel quartiere, dopo un'ondata di piccoli furti per cui era stato puntato l'indice contro i tanti homeless che stazionavano in zona.
Una sorta di tempesta in un bicchiere d'acqua: dopo quell'aggressione le ronde erano terminate e anche le polemiche.
Anche se sui social era nato un gruppo intitolato
Ripuliamo gli scali ferroviari chiuso dopo qualche giorno dalla Polizia Postale.
Una pista da non ignorare.
Ma qui non si parlava di vandalismo o di teppismo, qualcuno aveva ucciso un uomo dal passato criminale con tre colpi di pistola.
Per questo motivo era atteso dal medico dei morti, quello che i corpi non li curava, ma li sezionava.
Fuori si gelava. Dentro si rabbrividiva.
Gli ambulatori mortuari dell'istituto di Medicina Legale di via Celoria non sono riscaldati per ovvie ragioni: per facilitare la conservazione dei cadaveri ospitati in loculi termo-refrigerati a una temperatura sotto lo zero.
Uno dei pochi veri nemici di Ardig, oltre al suo carattere scontroso e autolesionista, era proprio il freddo. Quello che lo aggrediva nei momenti di immobilit fisica, sorprendendolo e spedendolo quasi sempre a letto con terrificanti raffreddori.
Il cacciatore di assassini non lo temeva quando era in movimento, quando usciva a correre in circonvallazione o attraversava quartieri della citt nelle sue passeggiate riflessive, imbacuccato con sciarpa e cappotto con interni di lana. Semplicemente lo evitava quando era costretto a fermarsi, per esempio mentre l'anatomopatologo scannava un povero cristiano con motoseghe da falegname e bisturi da chirurgo, trasformandosi in una specie di macellaio di carne umana.
Cos, per esorcizzare quelle temperature polari, attendeva al bar del presidio sanitario, caff e sigarette per riscaldarsi,
prima di salire nel gabinetto del coroner per fortuna riscaldato, almeno quello.
Il dottor Salerno si era lavato e indossava abiti borghesi, con jeans e pullover scuro e le crocs di ordinanza.
Direi che non ho molto da rivelarle. Come ha visto anche lei la scena del delitto parlava gi da sola.
Non molto incoraggiante come inizio.
La collocazione del decesso  intorno ai 4-5 giorni, per cui direi tra venerd e sabato.
Combaciava con quanto denunciato da don Stefano: Matteo Sala era scomparso la mattina del sabato, il primo giorno di dicembre.
Nessuna ecchimosi o escoriazione epidermica, nessuna lesione ossea o articolare. La vittima non presentava patologie di nessun genere. Non ritengo necessario sottoporlo a ulteriori esami tossicologici in quanto non ritengo facesse utilizzo di sostanze stupefacenti. Credo che per una volta tanto le saranno di maggior aiuto le conclusioni a cui dovrebbero giungere gli esami balistici tagli corto il dottor Salerno, lanciando una frecciata sottile ai laboratori della sezione Scientifica, con cui i rapporti non erano mai stati di reciproca collaborazione.
Ardig incass con un'alzata di spalle la non-notizia e accett il consiglio.
La prossima tappa del suo viatico investigativo i laboratori sotterranei della Questura di Milano.
Daniele De Piccoli era un poliziotto avviato alla pensione, senza aver mai fatto lo sbirro. Mai su una volante, mai su un marciapiede con la divisa, mai estratto la pistola dalla fondina o le manette per immobilizzare un fermato.
Il suo primo incarico era stato nella sezione Investigazioni Scientifiche come fotografo ma, fin da subito, era stato attratto da quei laboratori, dai microscopi, da tutti quegli elaborati strumenti che si perfezionavano di anno in anno.
La sua trentacinquennale carriera da poliziotto era trascorsa indossando un camice bianco in mezzo ad analisi, diagrammi, tabelle comparative. Da oltre dieci anni era il responsabile di quell'unit diventata il perno di ogni indagine investigativa, in particolare di quelle relative a un omicidio.
Per questo negli anni aveva instaurato un rapporto, atipico ma sincero, con il commissario Ardig. Amici no
- a separarli una dozzina di anni e due vite agli antipodi -
ma buoni colleghi si. Colleghi che magari ogni tanto battibeccavano, pur stimandosi a vicenda, anche in quella mattina in cui Ardig sembrava pi nero del solito, tanto per cambiare.
Evit di punzecchiarlo con battute.
Gli hanno sparato con un residuato bellico, una Luger P08 a calibro 9 millimetri. Roba da collezionisti.
Una pistola di quelle di una volta.
La pistola d'ordinanza dell'Esercito tedesco nella Seconda guerra mondiale, ma anche di molti partigiani che le avevano sottratte ai crucchi nelle imboscate nelle valli o nei passi montani. Pistole semiautomatiche che peraltro utilizzavano anche i malviventi negli anni di piombo...
Quando Ardig sparava con le pistole ad acqua e sognava di fare il pilota di Formula 1, non il poliziotto cacciatore di assassini.
Il delitto di un terrorista dimenticato dalla memoria di Milano compiuto con una pistola del secolo scorso.
Roba da collezionisti, o da vecchi. Vecchi che magari erano giovani proprio negli anni di piombo e stavano dall'altra parte della trincea politica rispetto al rosso Sala.
Un'ulteriore conferma dell'ipotesi che temeva fin dal primo momento. Un tardivo regolamento di conti.
Altro?
Abbiamo riscontrato tracce di fibre di nylon sia nella capigliatura del morto sia sugli abiti.
Un sacchetto?
S, che copriva la pistola per trattenere i bossoli.
Un lavoro da professionista.
Ma... perch poi l'assassino si  tenuto a brevissima distanza, dai fori d'entrata direi al massimo un metro. Perch non ha sparato da pi lontano?
Perch non era sicuro della sua mira borbott il capo della Omicidi.
Forse uno che prima non aveva mai sparato, per cui non un professionista comment De Piccoli.
Oppure uno che non sparava da qualche decennio
concluse il commissario. Si pu essere professionisti del crimine anche senza aver mai ucciso. E si pu essere assassini pur non avendo mai premuto un grilletto, no? aggiunse sibillino.
Lo attendeva una nuova camminata nel quartiere dove la vittima risiedeva.
Via Aldo Moro a Milano  una strada introvabile, il lembo estremo del confine settentrionale cittadino, una strada moderna che costeggia l'area verde del parco nord separandola dal cimitero di Bruzzano.
I grandi personaggi deceduti nell'ultimo mezzo secolo sono tutti ricordati in vie sperdute o lontane anni luce dal centro, per banali ragioni toponomastiche: le vie pi importanti sono state mappate con l'Italia unita e riviste con l'avvento della Repubblica.
I nomi sulle targhe se li sono presi tutti i vari protagonisti risorgimentali, le battaglie pi rappresentative, i pontefici, gli artisti che hanno dato lustro alla storia rinascimentale italiana.
Gli eroi moderni, come Falcone o Borsellino, come Pertini, il Papa buono e altri stavano in periferia, oppure avevano giardini pubblici a loro intitolati. Nessuna eccezione, nemmeno per Aldo Moro.
Infatti  una via dove finisce la citt e dove la Casa del funerale aveva la sua sede in una palazzina a due piani con la facciata intonacata di un inquietante lilla.
Ad accogliere i clienti uno slogan da toccarsi gli attributi:
Noi ci mettiamo il cuore appena il vostro smette di battere. A fianco all'edificio una via chiusa, che immetteva in un parcheggio interno dove un carro funebre attendeva con gli sportelli spalancati.
Farris entr dall'ingresso principale, venendo subito intercettato da una donna austera, con fare compito. Lo salut con aria contrita, come se stesse gi condividendo il dolore del potenziale cliente, come se quel lutto in arrivo fosse anche suo.
Il tesserino d'ordinanza brandito come un amuleto bast a far cambiare espressione all'impiegata castigata con uno chignon che incastrava i capelli mossi e un trucco volutamente pallido.
Nessun morto da inumare.
Ma un altro morto, a reclamare giustizia.
Come posso aiutarla?
Saltando presentazioni e preamboli le mostr la fattura rinvenuta nell'appartamento di Sala. La donna non perse tempo, spostandosi al desk per consultare l'agenda.
S, ecco qui,  il saldo delle esequie per la signora Susanna Casarsa.
Gli consegn la scheda funeraria.
La donna era deceduta a cinquantanove anni. Era residente in via del Danubio.
 una strada poco lontana, in piazza Bruzzano aggiunse la donna.
L'allestimento del feretro, il trasporto e la cassa erano costati duemilacinquecento euro, cui andavano aggiunti i milletrecento per la lapide marmorea realizzata da un artigiano, sempre di Bruzzano, che aveva allegato un'altra fattura. Farris chiese una fotocopia delle ricevute, quindi sottopose alla donna la foto di Matteo Sala.
Pura formalit.
Lei annu.
S, s. E lui quello che ha pagato.
Era da solo?
No, era accompagnato da un altro uomo.
Ricorda il nome?
No, non si  presentato.
Me lo pu descrivere?
Era uno normale, aveva la stessa et dell'altro. Non saprei cosa dirle di pi.
Via Benaco  la traversa che scende, nel senso letterale del termine, dalla sopraelevata degli scali ferroviari fino a piazza Bonomelli, la porta d'ingresso del quartiere Corvetto.
Case signorili, auto parcheggiate ordinatamente nelle strisce gialle, foglie morte sui marciapiedi a quell'ora deserti, in quella strada senza negozi e senza passeggio.
Della vecchia tipografia era rimasta l'insegna NERO
SU BIANCO seguito da Sala Davide e figli.
La porta delle stelle non aveva annunci a precederla.
La saracinesca metallica abbassata.
La stamperia era nel seminterrato di un condominio con la scala nel mezzo, a dividere due ali di appartamenti.
Tre piani, un giardinetto grande quanto un francobollo a precederlo con una passerella in tessere da mosaico.
Un edificio datato, di fine anni Sessanta, ma comunque un edificio di pregio.
Matteo Sala viveva l, al secondo piano, nel trilocale ispezionato da Farris.
Chiss se gli scorpioni e i vermi erano ancora l, oppure i colleghi della Questura si erano gi attivati per portarli altrove.
Ardig osserv la palazzina.
Quella dei Sala, padre anarchico e figli comunisti, doveva essere stata una vita tutta casa e bottega, con quei pochi scalini a separare la famiglia dalla tipografia che dava loro da vivere.
Dal portone emerse un anziano con cappotto e bastone
d'avorio, con un beagle scalpitante al guinzaglio. Stava uscendo per una passeggiata in tarda mattinata, approfittando di un pallido sole.
Il beagle punt dritto al muso di Frog, per la solita annusata di rito tra quadrupedi.
Il bello e il brutto, un classico con Frog.
Un copione banalmente sempre uguale, banalmente perch ogni cane che calpestava i marciapiedi di Milano era pi bello di quel bastardino grigio spelacchiato, con gli occhi velati da quelle incurabili cataratte.
L'anziano squadr con diffidenza quel cane macilento e quell'uomo robusto con l'aria incazzata.
Il tesserino della Polizia di Stato esibito con la mano destra bast a restituire un'aria meno severa ai suoi lineamenti.
Posso rivolgerle qualche domanda?
A disposizione. Con chi ho il piacere?
Vice questore Ardig, della Questura di Milano.
Dottor Tiziano Giavazzi. Vuol sapere di quelli l, vero?
chiese indicando con la mano la serranda abbassata con un'espressione nuovamente corrugata.
Deduco che il via vai di senza tetto la infastidisse
chiese Ardig, cogliendo il tono di disprezzo utilizzato dal pensionato.
Vorrei vedere se fosse capitato a lei di averli sotto casa.
Non mi fraintenda, perch poi fanno pena anche a me quei poveracci, ma se la immagina la scena, ogni sera e ogni mattina la fila di barboni sotto casa, con i loro sacchi...
suvvia, qui ci vive gente perbene, ma come si fa? Meno male che almeno adesso...
Meno male che Sala  morto? E questo che stava per dirmi?
Beh, cio... tartagli il pensionato.
Lo sa che in base a quanto mi sta dicendo potrei metterla al primo posto nella lista dei miei sospettati?
Il tono volutamente non era duro.
L'anziano sorrise, sardonico.
No, no, suvvia, cosa ha capito? Sono un medico, anche se ormai sono in pensione, per resto sempre un medico e per tutta la mia vita ho avuto a cuore la salute altrui.
Per cui davvero, non mi fraintenda. E mi sta bene che qualcuno la aiuti la povera gente come quella, ci mancherebbe, solo non qui, non sotto una casa di famiglie rispettabili.
Ci sono i dormitori, c' quello laggi in viale Ortles, che vadano l, no?
A pochi giorni dal Natale ecco uno spaccato dal manuale del perfetto egoista travestito da impeccabile benpensante.
Certo, giusto dare un letto, un tetto e un calorifero a chi altrimenti dorme per strada, come no, ma non sotto casa mia, che vadano altrove a scaldarsi.
Una trasposizione metropolitana della sindrome NIMBY, acronimo del famoso not in my back yard, letteralmente non nel mio cortile, applicato in questo caso alla cronica insofferenza a non volere infrastrutture vicino alle proprie finestre, pur lamentandosi della carenza altrettanto cronica di infrastrutture.
Decise di soprassedere e sfruttare l'incontro.
So che c'erano state proteste, anche un pestaggio da parte di naziskin.
Ma quella roba l non c'entrava con le proteste per il dormitorio. Alcuni ragazzotti esagitati che giocavano a fare i giustizieri della notte, le solite teste rasate. Si diceva che fossero di un bar in viale Brenta, ragazzi che si annoiavano e hanno incrociato due di quelli che avevano alzato il gomito e sa come vanno a finire queste cose... non li giustifico, per carit, per non era successo chiss cosa alla fine.
Qualche sberlone, un occhio nero. Per cui non  mica successo niente.
In che rapporti era con il Sala?
Da quando era tornato dalla Francia non avevo nessun rapporto, solo buongiorno e buonasera, ma non ci ho mai preso un caff insieme. L'ho incrociato solo alle assemblee del condominio. Un tipo strano. Era sempre gentile, parlava poco. Non sembrava una...
Una?
Eh, una testa calda, uno di quelli l, insomma, mi ha capito.
E prima che andasse in Francia?
Parliamo di quarant'anni fa. Non ci frequentavamo, ahim ho quasi dieci anni pi di lui. E poi no, no, non eravamo per nulla sulla stessa sintonia, non so se mi capisce.
Lo capiva.
Che orari faceva il dormitorio?
Dipende, il signor Matteo in genere lo apriva nel tardo pomeriggio. E alle nove del mattino andare, via tutti, li buttava fuori.
Per fare le pulizie?
No, no... quelle le faceva dopo. La mattina c'aveva da farsi la sua camminata, proprio a quell'ora.
Che camminata?
Dalla moglie e dal figlio. Ci andava ogni mattina a trovarli al cimitero di Chiaravalle. Partiva dopo le nove, mai dopo le dieci, scendeva gi in Corvetto, poi via Omero, tagliava dai campi e arrivava al campo santo. Ogni sacrosanta mattina con pioggia, neve o vento. Cascasse il mondo. A
volte andavo in macchina da quelle parti per scendere a Opera al centro commerciale e lo vedevo che passeggiava nei campi, da solo.
Ardig registr l'informazione con relativo interesse.
Bastava quel cero plastificato trovato nella tasca del giaccone a raccontare che la vittima era diretta al campo santo, ma l'anziano stava aggiungendo che percorreva quell'itinerario regolarmente.
Ha detto ogni mattina? Sempre?
Certo, ogni giorno.
Ecco la conferma del perch Sala si trovasse in tuta,
giacca a vento e scarpe da trekking nel parco della Vettabbia.
Era il suo canonico percorso quotidiano.
Un bel tiro a piedi, almeno una dozzina di chilometri tra andata e ritorno. Un allenamento sportivo, forse per tenersi in forma, oppure per avere un paio di ore di camminata solitaria per riflettere, per ricordare, per pregare.
Lui da solo, con i suoi ricordi, i suoi fantasmi diurni e notturni.
E quella banconota da venti euro in tasca magari serviva per comprare dei fiori da mettere su quella lapide, dove aveva versato chiss quante lacrime. Le candele invece se le portava dietro stipate nella tasca del giaccone sportivo.
Correndo dietro ai suoi ragionamenti aveva ignorato il racconto del vecchietto che nel frattempo si era bloccato attendendo una sua replica.
Dunque mi conferma che non conosceva bene il Sala?
No, non direi proprio, glielo ripeto: ho qualche annetto pi di lui e non lo frequentavo. Poi negli anni giovanili ero via, ho studiato Medicina a Pavia e ho fatto la pratica ospedaliera sempre a Pavia, per cui qui ci stavo poco...
e quando sono tornato lui era andato in Francia. Andato...
fuggito.
Uhm... e i trascorsi politici del Sala? Li ricorda quegli anni?
L'anziano si incammin con il beagle lungo via Benaco,
facendo segno di seguirlo.
Brutti tempi quelli, sa come la chiamavano Milano alla fine degli anni Settanta? La citt della paura. Io ero giovane nel 1968, andavo alla Statale quando scoppiarono le contestazioni, per quello poi ho deciso di andare a Pavia, perch tra occupazioni e scioperi non si poteva studiare a Milano. Ma era un altro momento quello. Allora aveva un senso protestare, bisognava cambiare le cose, ma dieci anni dopo no. E poi non ho mai capito perch sparare, mettere bombe, spaccare le teste a sprangate... guardi, io non
li capivo allora che vivevo tutto quel macello da vicino e non riesco a capirlo neppure adesso che guardo le cose con distacco, a mente fredda, dopo che sono passati quarantanni.
D'accordo, torniamo al Sala?
Tutto suo padre, lo sa che il vecchio Sala era sospettato di essere coinvolto nella strage di piazza Fontana?
Poi per carit, non era mai stato arrestato. Ma insomma c'era dentro anche lui con quella gentaglia l.
Sappiamo tutto del padre. Mi parli di Matteo Sala per favore.
Era un altro di quei fanatici l. Doveva vederseli, allora era peggio di oggi, con tutti quei kompagni che facevano avanti e indietro dalla tipografia. Pure i Katanga, quelli del servizio d'ordine del Movimento Studentesco universitario, quelli che brandivano le chiavi inglesi da officina, le Flazet 36, gentaglia, doveva vederseli. Ma lo sa cos' l'assurdo? E che quegli altri poi sono finiti in Parlamento, in Regione o a dirigere i giornali. Ma si pu mandare alla Camera a far le leggi gente cos? Che poi vanno la sera in TV a farci i predicozzi, bravi loro che mettevano le bombe e sparavano con i passamontagna...
Il Giavazzi preferiva blaterare e divagare che rispondere alle domande.
Rinunci a insistere, lo salut e fece dietro front, avviandosi verso il ponte sugli scali ferroviari per poi scendere in corso Lodi.
Qualcosa gli stava sfuggendo, un dettaglio che non riusciva a mettere a fuoco, per cui si incammin per una lunga e salutare passeggiata cittadina.
Aveva voglia di vedere la gente, le luci delle luminarie, le vetrine agghindate per tentare all'acquisto. Due giorni alla prima della Scala, alla prima Attila. La citt era con la testa altrove, assorta dalla festa che stava per iniziare e della morte di un vecchio arnese degli anni di piombo non fregava a nessuno, e a pensarci bene neppure
a lui. Tuttavia il dovere glielo imponeva, per cui si rassegn ad allungare il passo fino al tribunale.
Era bastata una telefonata in ufficio per sapere chi era stata Susanna Casarsa.
Una storia a tinte fosche lo attendeva, con il solito fascicolo giudiziario che puzzava di polvere e muffa ma, prima di conoscerla attraverso le carte ingiallite dell'archivio, voleva farsi una sua idea.
Per questo Farris era salito a piedi da via Aldo Moro fino a piazza Bruzzano, attraversando l'omonimo quartiere periferico che aveva mantenuto la sua caratteristica di borgo annesso alla citt diventata metropoli. Un paesino che si snodava intorno a una vecchia cascina ristrutturata per finalit sociali, con il suo reticolo di stradine, case basse e le immancabili piazzette.
Susanna Casarsa abitava in un casermone dormitorio di via del Danubio.
Inizi il solito giro di bar e negozietti per saperne di pi sulla donna passata prematuramente a miglior vita.
Deborah Pollini, a cinquant'anni compiuti da un mese, solcava l'apice della parabola della sua maturit femminile e della sua sensualit.
Madre natura le aveva regalato un seno straripante, forme morbide e un viso da attrice, con quegli occhi nocciola incastonati nella montatura nera degli occhiali a renderla ancora pi arrapante.
Da un paio di anni si rendeva conto di aver scollinato, iniziando la fase discendente della sua bellezza e della sua esistenza. E l'arrivo di quei maledetti, dei cinquanta, del mezzo secolo, l'aveva obbligata a un inevitabile spietato momento di bilanci esistenziali.
Lo specchio omaggiava la sua bellezza ancora intrigante.
Il curriculum testimoniava che era un magistrato affidabile, preparato, esperto.
Eppure nei corridoi austeri del Palazzo di Giustizia era conosciuta, e chiacchierata, pi che altro per le sue scollature, per i suoi tacchi alti, per quel culo un po' allargato, ma ancora sodo.
In un ambiente ancora a prevalenza maschile e maschilista come la Procura, non poteva non essere oggetto di desideri e pettegolezzi e di invidie e ire femminili.
Single per scelta, o zitella, come qualcuno malignava, si vociferava che amasse la compagnia di giovani uomini esotici: animatori, bagnini o ballerini che rimorchiava nei suoi frequenti viaggi ai Caraibi o nell'Oceano Indiano.
E poi c'era lui, il bel tenebroso, il vice questore Bruno Ardig, perennemente incazzato con l'universo mondo.
Di loro si sparlava da anni e qualcuno sosteneva di averli visti insieme, nei ristorantini della zona di Crocetta.
Pettegolezzi al curaro.
Di sicuro tra i due vibrava una corrente elettrica. Lo si percepiva dal loro atteggiamento, dai loro sguardi, dai loro sbalzi umorali.
Da alcuni anni toccava a lei, alla Pollini, occuparsi dei delitti meno importanti, di quegli omicidi che non finiscono in prima pagina, come quello di Matteo Sala, alla fine solo un ex rapinatore e un ex terrorista ammazzato in un parco in periferia. E occupandosi di morti assassinati era costretta a lavorare a contatto con il responsabile della sezione Omicidi e reati contro la persona, l'inquieto e tormentato Bruno Ardig.
Da alcuni mesi avevano ripreso a frequentarsi come compagni saltuari di letto, di sesso, per combattere una solitudine da riempire con il corpo, ma senza metterci il cuore.
L'ultima volta avevano scopato due settimane prima.
Lei era appena tornata da Antigua dove aveva trascorso una breve vacanza per esorcizzare quel nefando compleanno, per anestetizzarsi dallo sconforto per aver valicato quel traguardo anagrafico cos significativo.
Era partita sola... ma non aveva mai dormito sola.
Quando era tornata, sfoggiando un'abbronzatura spettacolare, si erano visti a casa sua.
Solito repertorio da film porno: prima sul tavolo, poi sul divano, senza neppure il preservativo. Si fidavano l'uno dell'altra.
E lei da un po' non prendeva neppure la pillola contraccettiva.
Si erano divertiti, sfogati, svuotati, poi, una volta scarichi, si erano sentiti di troppo. Lei lo aveva messo alla porta e lui se ne era andato volentieri, sollevato.
Adesso era di nuovo davanti alla sua scrivania.
Lei era con la testa altrove. Assediata da un cattivo umore che la angustiava da un paio di giorni, un tormento che la accompagnava anche quando vestiva i panni austeri del magistrato.
Panni che in quel momento avrebbe voluto sfilarsi per farsi prendere l, in ufficio, sulla scrivania. Ne aveva improvvisamente voglia, perch l'eccitazione era un valido antidoto all'angoscia.
Lo avrebbe fatto, ci sarebbe stata, se non fosse stato per la segretaria con le orecchie lunghe, piazzata dietro la porta.
Lui era indifferente e glaciale come al solito. Cappotto nero su completo nero e camicia blu notte a valorizzare quel corpo atletico, allenato da corse mattutine in circonvallazione, vasche in piscina e sedute di pesi. La attraeva fisicamente, ma soprattutto la intrigava per quel fascino magnetico da uomo dannato, egoista, scontroso.
Un po' il suo alter ego, l'altra met buia della sua luna nera. Due mondi oscuri, diversi eppure cos simili. E soli.
Lui la stava resocontando dandole, come al solito, del lei. Professionale, ma non solo.
Tolta l'intimit si davano del lei sempre, anche nei momenti di contorno, quelli che precedono il sesso o lo seguono con un assurdo imbarazzo. Quasi una forma di difesa, per mantenere quella distanza di sicurezza che, negli
anni, gli aveva permesso di non sconfinare mai, di non far debordare il coinvolgimento fisico nel sentimento, nel pericoloso terreno dell'amicizia, dell'affetto, o peggio ancora, nell'amore.
Abbiamo completato la perquisizione dell'abitazione di via Benaco e delle sue pertinenze. Al momento non abbiamo rilevato nulla di rilevante per l'indagine concluse Ardig con tono professionale.
Un movente politico? domand lei.
Non lo possiamo escludere rispose il commissario, piazzandogli lo sguardo nella scollatura, come se volesse esplorare il ben di dio sotto quella camicetta di cui conosceva a memoria ogni millimetro di pelle.
Non si vedevano da due settimane.
Lei comprese la tacita richiesta e si eccit ulteriormente solamente incontrando il suo sguardo.
Eccolo il rimedio a un'altra notte solitaria di brutti pensieri malinconici.
Riparliamone pi tardi, magari a cena. La aspetto da me stasera?
Lui annu.
Intorno alle 21 ?
Va bene.
Porto il vino.
Mi affido al suo buon gusto.
Annu nuovamente e sorrise.
Lei non sorrise, domandandosi cosa voleva veramente da lei, da lui, da loro.
I galletti francesi avevano risposto via fax e non via email, manco fossero rimasti al secolo precedente.
Referti senza importanza, solo per informarli che Nadine Lassagne, di anni quarantotto, di professione insegnante, e Philippe Sala, di anni sedici, erano deceduti in un incidente stradale il 25 maggio 2012.
Avevano allegato due foto scannerizzate del sinistro.
Un autoarticolato aveva investito la loro Citroen e un'altra vettura, una Peugeot, a uno svincolo della tangenziale esterna di Parigi. Era deceduto anche l'occupante dell'altro veicolo, Pascal Dalmas, di anni trentotto.
Di quell'incidente non gliene fregava nulla. Non aveva niente a che fare con il delitto.
Piuttosto era decisamente pi interessante la scoperta fatta da Farris.
La donna a cui Sala aveva pagato l'ultimo viaggio terreno, sborsando tremilaottocento euro, era anche lei una ex terrorista. Lei s condannata per omicidio morale.
Susanna Casarsa era stata accusata di diverse rapine a mano armata ed era stata coinvolta in un violento conflitto a fuoco. Il 3 luglio 1980 una Renault 6 non si era fermata a un posto di blocco dei Carabinieri, in zona Gaggiano, hinterland occidentale di Milano, dove corre il Naviglio grande diretto verso quell'area tra il novarese e il pavese.
Al termine di una cruenta sparatoria erano rimasti sul terreno un appuntato dell'Arma che aveva lasciato moglie e due bimbi, e un terrorista, un esponente di Prima Linea, Armando Pagnozza, un latitante atteso da un ergastolo per un altro omicidio. Era lui al volante della Renault crivellata di colpi.
I complici erano fuggiti a piedi. Si erano rifugiati in un vecchio cascinale a qualche chilometro di distanza, ma erano stati intercettati nella notte, durante un rastrellamento con cani sul terreno ed elicotteri in volo.
La Casarsa era una dura, un'irriducibile. Fedele alla causa della lotta armata si era fatta condannare a trent'anni di carcere senza aprire bocca. Ne aveva scontati pi della met nelle carceri del Veneto, dove venivano rinchiuse le brigatiste. Poi, una volta tornata libera, sul finire degli anni Novanta, era scomparsa nel nulla, dimenticata da tutti, come il latitante Sala, come tanti altri protagonisti di quella stagione.
Dobbiamo saperne di pi di questa tizia. In che rapporti
era con Sala? E vediamo di sapere chi era l'altro al funerale, sentiamo gli addetti alle pompe funebri.
Soltanto in quel momento, visionando quella scheda, gli balz agli occhi un elemento indicato da Farris nel suo resoconto.
Quelle due urne funerarie conservate in quella specie di santuario domestico allestito dal Sala nella sua cameretta.
La moglie e il figlio!
Non riposavano in una fossa in un campo santo: i loro corpi erano stati cremati e le loro ceneri avevano seguito l'ex duro dei PAC da Parigi a Milano.
Ma allora che cazzo andava a fare ogni mattina a Chiaravalle con un lumino in mano?
Una corsa in auto con il lampeggiante acceso per arrivare in tempo, prima dell'orario di chiusura.
I due custodi del campo santo erano rintanati nel loro loculo di cemento, per ripararsi dal freddo. Intorno a loro la visione spettrale della nebbia che saliva dai campi umidi circostanti, abbracciando l'enorme area del cimitero, nascondendola come fosse avvolta da una cortina fumogena.
I due uomini sembravano gli ultimi eroici combattenti rimasti sull'isola. Due esseri umani, chiusi in un bunker di cemento, circondati da migliaia di spettri e altrettante piccole fiammelle danzanti.
Ardig non credeva nei fantasmi, nemmeno in quello di Rebecca Adorni che da qualche notte veniva a tormentarlo con il buio. Tuttavia davanti a quella visione, a quell'enorme sala d'attesa dei trapassati avvolta dal buio e della nebbia, avvert un disagio che gener un brivido di umanissima paura per l'ignoto che i due guardiani dovevano aver metabolizzato da anni.
L'espressione perplessa dipinta sui loro visi derivava soltanto dall'orario. Stavano per staccare e non avevano voglia di trattenersi ancora.
Anche per questo si mostrarono altamente collaborativi
riconoscendo subito Matteo Sala nelle foto. Ignoravano il nome e il cognome del soggetto, tuttavia erano in grado di rispondere all'unica domanda per cui si erano precipitati l all'imbrunire.
Tre minuti di camminata nei vialetti contornati tra croci e lapidi, illuminati dalle fioche luci dei mille lumini accesi da chi teneva in vita il ricordo dei cari estinti con quelle fiammelle tremolanti.
I due custodi, un vecchio milanese in procinto di andare in pensione e un siciliano cinquantenne dall'aria arcigna, li guidavano con torce elettriche, per illuminare meglio le tombe e non sbagliare.
Conoscevano ogni volto, ogni lapide, ogni croce.
Non potevano sbagliarsi, nemmeno nel campo pi vecchio, quello attaccato al muro posteriore, il museo a cielo aperto di Chiaravalle, con defunti che riposavano sotto quella terra umida da decenni.
Filippo Settembrini era stato tumulato nel campo periferico nella primavera del 1981. Non aveva ancora compiuto ventuno anni.
I caratteri ossidati, un tempo argentati, ricordavano le due date, di arrivo e di partenza, da questo mondo terreno.
2.10.1960
22.3.1981.
Nella foto rinchiusa nell'ovale Filippo era serio, in giacca e cravatta, ben pettinato. Un ragazzino, diciottenne o gi di l.
I fiori nel vaso erano di plastica. La candela bianca ridotta a un turacciolo di cera fusa dentro il contenitore di alluminio. Roba di una settimana prima confermarono i due custodi.
Non vedevano quel tizio, di cui adesso potevano abbinare l'identit a un volto, quello di Matteo Sala, da una manciata di giorni.
Non ci avevamo fatto caso, con tutta la gente che passa
di qui... per  vero, a pensarci bene  da giorni che mica veniva a trovarlo.
Ardig osserv Filippo.
Nell'ennesimo dialogo tra muti, in un improbabile collegamento tra due mondi che non comunicavano mai tra di loro, se non nelle sedute spiritiche. Nessuna vibrazione, nessun segnale dall'al di l.
Solo un brivido, freddo, gelido, bastardo, come un serpente che arriva alle spalle, a tradimento, risalendo con le spire lungo la colonna vertebrale. Quel brivido che conosceva bene.
Un brutto presentimento. Vicino ad avverarsi.
Il cielo scuro sembrava lontanissimo dalle luci della City. Nuvole arrabbiate annunciavano maltempo, forse anche la tanto temuta neve che avrebbe paralizzato il traffico cittadino.
Ardig era rientrato in commissariato per recuperare Frog per la pisciatina serale nei vicoli intorno a piazza San Sepolcro.
Riportato il cane in ufficio si avvi verso piazza Missori,
facendo tappa in una rinomata enoteca per acquistare un Malvasia nero. Bottiglia ricercata, un vino morbido, per una donna che faceva della ricercatezza e della sensualit la bandiera che sventolava da tutta una vita.
Deborah lo aveva visto arrivare dalla piazzetta e gli aveva sbloccato il portone con il citofono, aspettandolo con la porta accostata, pronta a interpretare un copione preparato con accorgimenti studiati... le luci abbassate, tranne una lampada alta quasi due metri, con vetro arancione, che irradiava una luce rilassante.
Lo aspettava sul divano, sdraiata, con degli stivaloni in lattice aderenti fin sopra il ginocchio e un giubbetto, sempre di lattex, a maniche corte, chiuso da due bottoni sotto lo sterno.
Una divisa da perfetta escort che riceve il cliente a domicilio, da consumata attrice porno. Probabilmente era una delle tenute adottate nei suoi amplessi sul set da Lisa Ann, la quarantacinquenne pornostar statunitense che fisicamente somigliava come una goccia d'acqua all'impeccabile magistrato che, da qualche tempo, venuta a conoscenza delle tante voci di corridoio sul suo conto e di questo poco lusinghiero paragone con la hotstar pi scaricata del pianeta, aveva iniziato a studiarsela, consumando avidamente i suoi video hard di cui traboccava la rete.
Ardig rest imbambolato a osservarla.
Era bella, era sensuale, arrapante come ogni maschio l'avrebbe voluta. Era studiata e professionale.
Ma era anche cos malinconicamente artefatta. Recitava una parte, lo raccontavano i suoi occhi, il suo sguardo languido, che lo attir pi dei seni che risaltavano appoggiati al bordo del corpetto, con un effetto ricercato per proiettarli in avanti e non lasciarli cadere gi.
Va tutto bene? le domand nonostante la circostanza.
Lei si alz con movimenti felini e gli pos l'indice verticalmente alla sua bocca, come dire stai zitto, non aggiungere altro. Quindi si inginocchi iniziando a slacciargli la cintura per poi abbassargli la cerniera.
Rimase quasi sorpreso da quell'accoglienza cos spinta.
Non era la prima volta che succedeva, ma c'era qualcosa di strano in lei che non riusciva a percepire, come se davvero stessero recitando a beneficio di un pubblico invisibile, come se ci fossero delle telecamere nascoste.
L'eccitazione prese comunque il sopravvento cedendo il posto al piacere di quella fellatio prolungata, antipasto di un amplesso selvaggio e altrettanto scenografico, direttamente sul tavolo, con lei adagiata di schiena e quelle gambe aperte per incastrarlo, per avvinghiarlo, stringendosi come chele sulla sua schiena.
Andarono avanti per mezz'ora, cambiando un paio di posizioni fino al solito gran finale, con lei che lo tratteneva
premendogli le natiche, obbligandolo a spruzzarle dentro il suo liquido caldo.
Una variante del copione: prima utilizzavano il preservativo, adesso ne facevano a meno, come una coppia normale, sposata o fidanzata.
Ma loro non erano una coppia normale e lei non era una donna normale.
In quella tenuta da cat-woman a luci rosse era lontana anni luce da quella che  una moglie, una compagna, una fidanzata, una donna che accoglie il suo uomo in ciabatte e tuta, con la pasta sul gas, non fasciata di lattex, con l'inguine rasato con una striscia verticale.
Ancora una volta, e non era la prima, si sent stanco di quel tipo di donna, di quel tipo di rapporto.
Da anni il suo cuore batteva a intermittenza per una escort, una professionista del sesso mercenario, che lo tormentava emotivamente e non si decideva mai a scomparire una volta per tutte dalla sua vita.
E senza di lei, senza Miriam, riempiva il vuoto con l'altra, Deborah, la donna in toga, la dea della giustizia milanese in Tribunale e del sesso selvaggio nell'appartamento in Largo della Crocetta, un corpo da prendere per scaldarsi nelle notti di gelo interiore, senza trarre nulla che non fosse piacere fisico. Neppure complicit o amicizia.
Nemmeno sodalit professionale, perch poi sul lavoro battibeccavano e si provocavano reciprocamente.
Croll sul divano esausto, svuotato.
Lei lo osservava con un'espressione indecifrabile. Anche lei appagata sessualmente, ora stava seguendo in silenzio il filo contorto dei suoi ragionamenti che la condussero in bagno, sotto la doccia, per una decina di minuti.
Ardig utilizz l'altro bagno, quello adibito a tintoria
con la lavatrice e lo stendi biancheria, per darsi una rinfrescata e cancellare le tracce di quell'atto sessuale, l'odore di lei, il suo sudore, i suoi ferormoni.
Si ricompose e torn nel soggiorno.
Lei lo raggiunse, elegante, avvolta in una morbida vestaglia di lana e sotto i collant scuri.
Una gatta nera che aveva smesso di fare le fusa e pareva pronta a graffiare.
Che c'? domand lui, notando che si era accigliata nuovamente.
Da quando tempo non usiamo il preservativo?
Da un po'... qualche mese, da quando abbiamo ripreso a...
A fare cosa? Vedersi? Frequentarsi? O scopare?
Ardig non trovava il verbo appropriato per cui smezz la frase, senza concluderla.
Lei prese a fissarlo come se lo stesse radiografando.
Ti sembra normale che non usiamo delle precauzioni?
Ardig non colse il senso della domanda.
Se non andiamo con altri, non ci sono rischi di malattie, no? Io tra l'altro ho fatto gli esami del sangue alcuni mesi fa e tutti i valori erano regolari. Chiaro che utilizzo il preservativo quando mi sbatto la prima che incontro.
Ah beh, certo... la prima che... che bella definizione, poetica. Del resto immagino che andando con una escort sia meglio infilarlo il preservativo.
Una bella stoccata riferita a Miriam.
...Ma non mi riferivo soltanto alle malattie concluse l'affondo, stizzita.
Neppure stavolta colse realmente il senso della risposta.
E a cosa ti riferisci allora?
Per te  tutto scontato, vero?
Non capisco.
Vieni qui, a casa mia, nel mio letto, fai quello che devi e mi vieni dentro. Come se fossi tua moglie. Non hai mai pensato che nel tuo sperma c' la vita, c' qualcosa che va oltre tutto questo? C' qualcosa che unisce le persone? Un saldante? Magari non nel senso biologico del termine, ma quanto meno simbolico?
Fatico a seguirti.
Il tono di lei divenne istericamente stridulo.
Lo immagino, dato che non sono una mente assassina fai fatica a seguirmi, tu capisci solo quelli, quelli che uccidono, mica quelli che vivono.
Lui si alz di scatto, incazzato, fronteggiandola.
Sei uscita di testa, hai preso qualcosa?
Non hai mai pensato che oltre a quello che fai c' anche la vita, quella vera? Fatta di persone, sentimenti, di progetti. Non ci sono solo cadaveri, obitori, la pistola sotto la giacca...
 il mio lavoro,  anche il tuo lavoro.
No caro, non  il tuo lavoro,  la tua ossessione, l'unica ragione per cui ti alzi al mattino. Ti guardi mai allo specchio?
Rimase incredulo, inebetito. Poi intravide gli stivali e il corpetto in lattice, li sollev brandendoli come un capo d'accusa.
Da che pulpito! Fammi piacere, ma ti sei vista? Manco le mignotte dei locali che fanno la lap dance si addobberebbero cos. Sei solo una perennemente in calore, ai Tropici come a Milano.
Letteralmente sei una puttana.
Insultata, umiliata. Colpita e affondata.
Gli occhi di lei si inumidirono, ma trattenne le lacrime.
Scusami, non volevo esagerare, solo che...
Vattene. Fuori di qui ringhi lei.
Lui non si fece pregare. Dieci secondi pi tardi era gi in strada, con la sigaretta accesa e il vaffanculo tra le labbra.
Solo in quel momento, sferzato dal freddo della notte milanese, ritorn nei panni oscuri del cacciatore di omicidi.
Intanto il cellulare, con la suoneria disattivata, si stava saturando di messaggi dei suoi uomini.
Milano, 5 dicembre 2018.
Le notti, quelle insonni. Dove il caff fa sempre schifo e le sigarette finiscono troppo in fretta. Quelle in cui i bar sono ancora chiusi e non si pu bere un espresso degno di tal nome e bisogna accontentarsi della brodaglia imbevibile del distributore automatico.
Di quelle notti l, di quelle notti del cazzo, Ardig ne aveva vissute tantissime. Troppe, e da troppo tempo ne aveva abbastanza.
Eppure a tenerlo sveglio, a tenerlo vivo, era sempre lei, la maledetta adrenalina, quella del guerriero che assapora il gusto e il rischio della battaglia, quella del cacciatore che fiuta la preda, o la pista giusta per braccarla.
Don Stefano aveva detto la verit. A suo modo.
Ermetico quanto bastava per fargli capire dove andare a rovistare nel torbido, tra le stelle. Quelle del portachiavi, quelle dell'insegna del dormitorio. Quelle della frase sibillina pronunciata tra un colpo di tosse e l'altro, per aspera ad astra.
Perch anche in un'indagine  solo attraverso le difficolt che si arriva alle stelle, al cielo, a vedere la luce. Una luce indicata da lumini bianchi accesi per ricordare chi non c'era pi.
Matteo Sala era un uomo di rimorsi e tormenti. Uno scorpione che prevedeva di essere ucciso dal suo stesso veleno.
Forse non la temeva la morte, dopo i lutti che aveva sofferto, ma sicuramente temeva la verit.
Una verit che aveva cercato di annegare nella sua nuova vita, in un mare oscuro di onde che tornavano dal passato, sbattendo sulla scogliera di omissis che aveva costruito, inutilmente.
Perch la verit, inesorabile, era salita dal fondo dei suoi abissi, costringendolo a tenerla viva, nascosta ma non troppo, disseminando indizi come le molliche di Pollicino, per illuminare la strada a chi avesse dovuto intraprenderla.
Magari nel caso in cui gli fosse capitato qualcosa di brutto.
Come tre colpi di Luger sparati alle spalle.
La notte insonne, anche se il cielo di Milano era buio e nuvoloso, li aveva guidati attraverso La porta delle stelle lungo un cammino che si stava illuminando con l'alba in arrivo.
Filippo Settembrini aveva perso la vita per colpa di una bomba bastarda, esplosa in un pomeriggio di trentasette anni prima. Una bomba che Milano aveva dimenticato rapidamente.
Un'esplosione di cui non parlava mai nessuno. Tanto che un po' tutti l'avevano rimossa, scordata, insieme alle vite che aveva spezzato con la sua deflagrazione.
La bomba dell'Orione.
La stella pi luminosa della costellazione dello Scorpione.
Matteo Sala era astuto quanto prudente: aveva scelto di raccontare la sua storia criminale ricorrendo all'astrologia e alla mitologia.
Una verit facile da ricostruire, avendo come punto di partenza proprio la sua morte. Altrimenti nessuno avrebbe varcato La porta delle stelle alla ricerca di una verit cos lontana nel tempo da essere stata dimenticata.
Orione, il cacciatore dai magnifici occhi azzurri, condannato a morte dall'odio di una dea crudele e gelosa, Artemide, che lo aveva fatto pungere dal veleno di uno scorpione, scatenando la collera di Zeus, che aveva scelto di collocare Orione tra le stelle, regalandogli la luce dell'eternit, tramutandolo nella stella pi luminosa della costellazione dello Scorpione.
Matteo Sala aveva preso per il culo la giustizia terrena, le istituzioni, le sue vittime, ma aveva pagato il conto alla sua coscienza, nel buio delle sue notti insonni che dovevano aver alterato il suo equilibrio, tanto da spingerlo a chiamare suo figlio Philippe, un chiaro tributo al nome
della sua vittima, e in seguito a ribattezzare la vecchia tipografia trasformata in dormitorio con un nome che evocava il percorso da seguire, La porta delle stelle. E, dulcis in fundo, quella teca con gli scorpioni, come se alimentando quelle bestiacce tenesse vivo il ricordo della sua colpa per la quale non aveva pagato.
La storia dell'Orione era racchiusa in alcuni fascicoli polverosi.
L'Orione era un locale adibito a bar e sala di incontri, rilevato da un'associazione giovanile culturale di destra, in viale Argonne, poco lontano da piazzale Susa, uno dei luoghi simbolo della destra milanese e punto di ritrovo per la comunit dei giovani fascisti milanesi che, ignoti avevano deciso di colpire vigliaccamente, collocando una bomba a innesco a strappo, infilando i fili sotto la saracinesca.
Nel momento in cui i ragazzi l'avevano sollevata, l'innesco era scattato e l'ordigno era deflagrato, portandosi via la vita di Filippo Settembrini e rovinandone per sempre un'altra, quella di un ragazzo mutilato dalla deflagrazione.
Altri tre ragazzi erano rimasti feriti o ustionati in modo meno grave.
L'assassino di Sala poteva essere uno di loro, oppure un parente delle due vittime, del morto e del menomato.
Si sofferm a esaminare i referti della Scientifica.
L'ordigno consisteva in una bomba carta imbottita di chiodi, bulloni e cocci. Era stato collocato all'interno di un sacchetto di plastica contenente bottiglie di vetro, un espediente ancora pi bastardo per moltiplicare l'effetto distruttivo dell'onda d'urto attraverso i cocci di vetro. Una scelta ancora pi vigliacca e crudele.
Non solo, quell'innocuo sacchetto dei rifiuti, posizionato al fianco della serranda del piccolo centro di ritrovo dei neri, serviva anche per camuffare la bomba, per celarla.
Rabbrivid pensando ai cocci incandescenti che azzannavano la carne di quei malcapitati, scavandola, penetrandola, ficcandosi in profondit.
Settembrini era deceduto poche ore dopo per le lesioni interne riportate, mentre Ettore Trapezie, un ventiduenne, aveva perduto l'occhio destro, l'udito dal timpano destro e alcune falangi sempre della mano destra.
Domand a Scalise di effettuare verifiche sulla famiglia del Settembrini e sul Trapezie.
Intanto dagli articoli era saltata fuori un'intervista a uno di quei ragazzi dell' Orione, diventato un politico dei giorni nostri.
Alberto Lastrassa, ex consigliere provinciale di Alleanza Nazionale, da alcuni anni ideologo di movimenti della destra alternativa extraparlamentare, era un avvocato, conosciuto anche come giornalista, scrittore e intellettuale.
Un volto noto nel palcoscenico milanese, ospite fisso dei talk show politici delle emittenti locali. Negli ultimi anni aveva spostato il focus delle sue battaglie politiche sulle questioni sovraniste e identitarie.
Si attacc al telefono.
Bastarono un paio di telefonate per rintracciarlo e ottenere un appuntamento in un bar del centro.
Quindi un'altra telefonata a un isolato di distanza dal suo ufficio.
Esaurita la sua esperienza a Roma, prima come prefetto e poi come senatore, Achille Sacchetti, romano di nascita e milanese di adozione, era tornato sotto la Madonnina per godersi la meritata pensione dopo mezzo secolo al servizio delle istituzioni e della sicurezza dei cittadini.
Superata la settantina, si dedicava ai nipoti, alla lettura e alle passeggiate in centro.
Nel suo trilocale in via Scaldasole, una traversa di corso di Porta Ticinese, aveva un salotto arredato con centinaia di libri, con scaffali biblioteca a coprire interamente due pareti. Accolse Ardig offrendogli un caff fatto con
la moka e servito in tazzine di porcellana, quelle del servizio buono. Anche se il caff non era affatto buono secondo i parametri di Ardig... troppo brodoso.
Sacchetti sembrava felice di rivedere quell'uomo rimasto ragazzo, dalla testa dura e dal carattere spigoloso che non trovava un suo posto al mondo.
Non perse tempo in convenevoli, consapevole che, se il capo della sezione Omicidi lo cercava, era per un morto assassinato.
Di che si tratta? Che  successo?
Avr gi letto che abbiamo rinvenuto il cadavere di Matteo Sala.
Il volto dell'ex prefetto rimase impassibile.
S, ma non sono riuscito a realizzare chi fosse. Ormai gli anni sono passati anche per me.
Ardig gli allung la cartelletta con articoli e schede.
Bast una rapida occhiata a Sacchetti per illuminarsi.
Ah... s, certo, ho capito chi era, ora mi ricordo bene di lui.
Come volevasi dimostrare... altro che gli anni passati!
Il commissario lo resocont sugli avvenimenti di quelle giornate infinite, dal ritrovamento del cadavere assiderato al parco agricolo sud fino alla scoperta dei malumori che circondavano il dormitorio di via Benaco.
Sacchetti ascolt senza commentare, limitandosi a consultare le carte.
Lo avevamo arrestato noi per le rapine. Il povero ispettore Chiari - il suo braccio destro in quegli anni in prima linea sui roventi marciapiedi milanesi - si ossessionava per stare dietro a questi balordi. Era un testone che non ci dormiva la notte pur di ammanettare questi criminali.
Lei me lo ricorda, lo sa? Anche lei senza famiglia, devoto a questo mestiere ingrato.
Professionalmente era un bel complimento: l'ispettore Chiari era un'altra figura mitologica in Questura. Lo sbirro mascellone che aveva
fatto catturare Turatello, Vallanzasca, Epaminonda e altri tra i peggiori malavitosi in circolazione a Milano in quegli anni violenti. Un brutto male se l'era portato via alle soglie della pensione, all'inizio del nuovo millennio.
Sacchetti scacci i ricordi per concentrarsi sul presente.
Dal 1978, dopo il sequestro Moro, a occuparsi di terrorismo erano solo i Carabinieri: lo Stato aveva dato carta bianca al generale Dalla Chiesa. Noi stavamo dietro ai malavitosi.
Una premessa prima di arrivare al punto.
Per cui per me Sala, dal punto di vista investigativo, era solo un rapinatore, ma per avere risposte precise sui suoi trascorsi eversivi dovrebbe rivolgersi ai cugini dell'Arma.
Figurarsi! Stava sul cazzo a tutti gli ufficiali del comando regionale di via della Moscova, tranne al capitano Fontana, con cui aveva svolto un paio di indagini sotterranee, collaborando clandestinamente. Ma di rivolgersi a lui non se la sentiva.
Non importa, non mi servono gli atti riservati. Lei cosa ricorda della bomba al circolo Orione?
Il poliziotto senza pistola si alz per andare verso il tinello a prendersi un bicchiere d'acqua, che trangugi avidamente come se fosse a corto di saliva.
L'Orione?
Un circolo di destra, in viale Argonne, venne fatto saltare nel 1981 da una bomba che uccise un ragazzo e ne fer gravemente un altro.
L'ex sbirro assent con aria solenne.
I ricordi tornavano a galla dolorosi, come se gli anni non fossero trascorsi e la vita non avesse fatto il suo corso.
Al netto della premessa che le ho fatto poco fa, ricordo che i Carabinieri si concentrarono su una pista in particolare, quella di una rivendicazione successiva all'attentato.
Che rivendicazione?
Intanto deve sapere che in quegli anni tutti rivendicavano qualunque cosa. Ogni gruppo voleva avere risalto, si facevano concorrenza interna a suon di omicidi e attentati.
Mi creda, e non esagero, se le dico che alcuni di quegli invasati si sono presi ergastoli per omicidi che non avevano commesso, ma che avevano soltanto rivendicato. Era una follia, un turbine di violenza e demenza che inghiottiva quelle teste matte.
Ardig scosse la testa, incredulo.
Sacchetti ripart.
Al netto di questo, le rivendicazioni dopo il botto all'Orione furono parecchie. Una di queste collegava l'attentato all'omicidio di Fausto e Lorenzo, i due ragazzi del Leoncavallo freddati tre anni prima, un duplice omicidio di cui allora erano sospettati i fascisti, ovviamente. Per cui la bomba all'Orione sarebbe stata una rappresaglia per quei ragazzi. Cos le indagini presero la strada del Leoncavallo e degli ambienti della sinistra extraparlamentare.
Ricordo che la rivendicazione pi che un volantino era un vero pamphlet, uno dei loro comunicati deliranti...
Ma i Carabinieri non arrivarono a nulla.
Esatto. E dopo qualche giorno iniziarono a battere un'altra pista, ma anche questa poi non avrebbe portato a nulla.
Che pista?
Qui, mi perdoni, ma la mia memoria ormai fa acqua.
A ogni modo i cugini dell'Arma ritenevano che quelli di Prima Linea, o forse proprio i PAC, stessero coprendo un latitante, un veneto, mi pare un padovano, di cui per davvero non ricordo il nome. Il fatto era che questo tizio era ricercato per aver messo una bomba a Padova causando la morte di un passante o di un vigilante, anche questo non me lo ricordo.
E l'ordigno dell'Orione era simile a quello esploso a Padova.
Proprio cos, per cui il teorema era che alcuni estremisti rossi avessero offerto copertura a questo latitante veneto e insieme avessero assemblato l'ordigno e agito in viale Argonne. Rivendicando poi l'attentato come rappresaglia per l'omicidio dei leoncavallini Fausto e Lorenzo.
Ma erano sospetti, nemmeno indizi. I Carabinieri non avevano nulla, un testimone, un delatore, niente...
E questo terrorista veneto?
Mai saputo nulla, sparito. Presumibilmente espatriato in Francia come facevano quelli come lui in quegli anni.
E come ha fatto lo stesso Sala che  scappato subito dopo, mi pare anche lui proprio nella primavera del 1981, proprio quando si stava aprendo il processo a suo carico per le rapine e gli omicidi commessi dai PAC. I Carabinieri stavano facendo cantare uno dei loro, un pentito di comodo.
Discorso spinoso quello dei pentiti.
Criminali, peggiori anche degli altri, che per sconti di pena non si pentivano affatto, ma semplicemente tradivano la causa e si vendevano i complici per mera convenienza, spesso inventando balle di sana pianta per aumentare la loro importanza e i conseguenti vantaggi detentivi o processuali che avrebbero avuto.
La vicenda del povero Enzo Tortora, infamato da ergastolani bugiardi patentati, era l'esempio lampante dei
pentitifici, caserme dei Carabinieri o questure dove malavitosi o mafiosi si pentivano improvvisamente, folgorati sulla via di Damasco, cantando come fringuelli.
I terroristi, quelli delle prime linee, i duri e puri, non si pentivano e proseguivano la loro lotta nelle aule dei tribunali e nei bracci degli speciali, tra proteste, scioperi, rivolte.
Ma alle loro spalle, nelle loro seconde linee, c'erano gli smidollati che si pentivano appena scattavano gli immobilizzatori sui polsi. Gentaglia spesso senza alcuna attendibilit.
Feccia umana con cui lo Stato vergognosamente scendeva a patti.
Eppure in quei primi anni Ottanta i pentiti erano considerati degli oracoli, la verit fatta persona.
Per cui anche gli addebiti mossi a Sala andavano valutati con la giusta cautela, tarandoli con la bilancia del tempo trascorso.
Comunque, scappando, Sala in un certo senso ha ammesso la sua colpevolezza. Intendo almeno sulle rapine
tagli corto Ardig.
No, figuriamoci, quelli come lui anche dalla Francia rilasciavano interviste ai giornali e alle radio. Si  sempre dichiarato estraneo ai fatti, un povero perseguitato costretto a fuggire in Francia per non subire un processo ingiusto e una condanna che per lui appariva scontata.
Adesso c' un terrorista bergamasco, uno che ha trucidato un Carabiniere davanti agli occhi del bambino, uno che non ha mai fatto un giorno di carcere, che da Parigi fa interviste per invocare grazie o amnistie. Ma si rende conto di chi stiamo parlando? Sala era un altro cos. A ogni modo la sua verit adesso magari la racconter nell'al di l a qualcuno a cui non potr mentire.
Oppure, l'aveva gi raccontata in questi anni a qualcuno che gli aveva teso la mano e lo aveva portato sulla retta via.
Qualcuno che era vincolato al pi inviolabile dei giuramenti, quello del segreto del sacramento della confessione.
Salutato Sacchetti si era rimesso in marcia.
Risal da via De Amicis, poi tagli da Sant'Ambrogio, costeggiando il chiostro della basilica.
Era atteso per un caff con uno dei superstiti dell'attentato al circolo Orione.
Alberto Lastrassa si presentava come un elegante sessantenne.
Capelli argentati vaporosi, occhiali con montatura in osso di tartaruga, corporatura vigorosa, un maglione giro collo scuro sotto la giacca. Un uomo interessante.
Sul tavolo aveva disseminato una dotazione informatica da plancia di astronave, con iPad, mini portatile Apple, router e due iPhone.
Stava lavorando a un tavolino rialzato di un'enoteca in via Brisa, davanti ai resti delle rovine della civis romana, in quelli che qualcuno definiva i fori imperiali milanesi.
In un piattino delle scaglie di Grana Padano con dei fagiolini verdi, proteine a go go. Doveva essere il suo pranzo accompagnato da un centrifugato di vitamine di un sospetto color arancione.
Lo invit a sedersi sullo sgabello di fronte al suo.
Terminata l'attivit in consiglio provinciale Lastrassa proseguiva la sua battaglia politica come consigliere della zona Uno di Milano e attivista del circolo milanese di Lealt e Azione.
Ardig non condivideva molto delle loro crociate politiche, tuttavia stimava quelli come lui, quelli che si espongono in prima persona, senza nascondersi, che vanno avanti a combattere per le proprie idee, politiche e sociali, anche a costo di diventare un bersaglio.
Oggi di insulti sui social, quarant'anni fa di una bomba imbottita di chiodi e cocci di vetro. Schegge penetrate anche nella sua carne.
Gli mostr delle cicatrici sull'avambraccio destro.
Alcuni frammenti li ho ancora sotto la pelle, non si potevano estrarre. La deflagrazione mi ha preso sul lato destro, la coscia, il fianco, la spalla. Purtroppo, o per fortuna per me, mi hanno fatto da scudo i corpi di Filippo ed Ettore che erano pi vicini alla bomba. Faceva freddo quel giorno, ero coperto pesante, cos il giubbetto e il pullover hanno assorbito la gran parte delle schegge.
Risistem la manica e si incup.
Lei ha presente che cosa sia un'esplosione di un ordigno?
No, non lo sapeva. A militare aveva lanciato alcune granate nei campi di addestramento, provocando esplosioni
nel terreno sabbioso scelto appositamente per arginare la deflagrazione, ma era un'altra storia. Quella era una finzione, giocavano a fare la guerra.
Lastrassa invece parlava della guerra, quella vera, che lo aveva colpito in prima persona, non a Beirut o Tripoli, ma in viale Argonne.
 qualcosa che non si pu nemmeno descrivere. E un buco nero di distruzione e sangue che lascia nell'aria un terribile fetore di carne bruciata, di polvere.  l'inferno. E
quello che forse  ancora pi raccapricciante  che non sai nemmeno cosa ti  successo, perch ti  successo, ti ritrovi in quell'incubo e non riesci nemmeno a urlare, a piangere.
Io non ho capito che era stata una bomba, non volevo capirlo, pensavo a una caldaia, a un tubo scoppiato.
Quell'esplosione era stata dimenticata rapidamente, un solo morto, un solo ferito grave. Troppo poco in una Milano dove ogni giorno si sparava e si uccideva.
Non era soltanto per quello per: l'attentato al circolo Orione era stato derubricato, relegato ad attentato di serie B, o addirittura di serie C.
Se ne  parlato sempre poco perch noi eravamo dei fascisti. Sa come dicevano i benpensanti, anche i democristiani: che eravamo gente violenta, che se lo meritava di finire cos. E invece sa chi erano i ragazzi che frequentavano l'Orione? Studenti di Giurisprudenza che alla Statale non potevano presentarsi per dare un esame senza rischiare di trovarsi una guancia gonfia o un dente rotto. E
poi ragazzi delle case popolari che volevano solo giustizia ed equit sociale per le periferie, ordine, regole in quei quartieri dove malavitosi e mafiosi imponevano la loro legge, quella del crimine si sfog Lastrassa, ricordando quei terribili giorni lontani.
Mi risulta che l'attentato venne rivendicato come una vendetta per il duplice omicidio di Fausto e Iaio...
Cazzate. Noi stavamo dall'altra parte della citt, non li conoscevamo nemmeno. E poi erano trascorsi tre anni da quell'omicidio e di cose nel frattempo ne erano successe, su entrambi i fronti. E in mezzo c'erano gi stati altri morti.
Ma poi, noi mica stavamo in San Babila, era l il cuore nero della citt, noi stavamo lontano dal centro. No, non c'entravamo nulla. L'Orione non era una sezione del Movimento Sociale, non era una palestra per picchiatori. Da noi si tenevano dibattiti, conferenze, presentazioni di libri. Si beveva una birra e si discuteva, senza fare del male a nessuno.
Uhm...
Hanno messo quella maledetta bomba senza neppure sapere chi fossimo, senza sapere niente di noi, come se fossimo dei burattini. Io in questi anni ho cercato di andare avanti anche per loro, per quelli che quel giorno sono rimasti stesi davanti alla voragine del nostro bar. E per tutti gli altri. Pedenovi, Ramelli, gli altri nostri ragazzi morti, che non meritano giustizia per i benpensanti, che hanno riscritto la storia di questo Paese.
Ha saputo della morte di Matteo Sala?
Leggo i giornali con attenzione ogni mattina, sono connesso h24, so sempre tutto di quello che accade in citt.
Lo conosceva?
Lastrassa dipinse una strana espressione sul volto contraendo una ragnatela di rughe che si ammassavano sulla fronte.
L'ho conosciuto.
Nei primi anni Ottanta?
L'ex militante di destra scosse la testa con un mezzo sorriso beffardo.
Se  arrivato fin qui da me significa che conosce gi la risposta, no?
No, non la conosceva. Ma decise di sfruttare l'inattesa offerta di bluff giocando completamente al buio.
Voglio sentirla da lei.
Ah. Ho poco da dirle,  venuto a cercarci quattro anni fa con una faccia tosta incredibile. Ha ammesso di essere lui l'artefice materiale, anzi l'artificiere, quello
che aveva assemblato l'ordigno. Piagnucolava. Ripeteva che doveva essere solo un gesto dimostrativo, che non riteneva che la potenza deflagrante potesse rivelarsi cos elevata.
Dunque ha ammesso esplicitamente di essere lui l'autore della strage?
No, quello no. Ha riconosciuto solo di aver costruito lui la bomba. Tuttavia ha negato di averla collocata, anzi, ha detto che neppure sapeva dove si trovasse l'Orione.
Era stato un suo complice, di cui per si  ben guardato dal farci il nome. Ma si rende conto? Quel vigliacco  venuto qui con la faccia da santerellino pentito, a chiedere il nostro perdono, persino l'assoluzione, per non ha fatto il nome del complice e non  andato ad assumersi le sue responsabilit davanti alla giustizia. Gli ho ricordato che l'omicidio non andava in prescrizione...
E lui?
Ha fatto spallucce, le sue erano solo lacrime di coccodrillo.
Da infame. Voleva ripulirsi la coscienza a costo zero.
Lastrassa comprender che mi sta fornendo su un piatto di argento un possibile mandante per l'omicidio di Sala?
L'avvocato scosse la testa.
Quel macellaio non ha fatto manco un giorno di carcere per aver spezzato due vite. E non ha mai chiesto scusa pubblicamente. Volevo fargliela pagare e l'ho fatto, a modo mio. Chiaro che  stato un conto meno salato di quello che meritava.
In che senso?
Ardig realizz con un secondo di ritardo.
Il pestaggio dei naziskin...
L'uomo di destra annu, con fare solenne.
Sono contrario alla violenza, ma quando ci vuole... sinceramente lei cosa avrebbe fatto al mio posto? Lo avrebbe perdonato?
No, non si sentiva di biasimarlo.
La vecchia legge biblica dell'occhio per occhio restava valida anche nel millennio 2.0.
D'accordo, lo avrei fatto anch'io, forse avrei fatto anche di peggio.
Vedo che mi comprende, questo mi conforta.
Poteva denunciarlo, per.
La mia parola contro la sua. E il solito coro di kompagni,
con i loro giornali, le loro radio, i loro intellettuali, a difenderlo contro l'accusa dei fascisti brutti, sporchi e cattivi? No, no...
Sinceramente, pensa che dopo tanti anni qualcuno dei vostri possa aver deciso di saldare il conto a Sala per quella bomba?
Lastrassa scosse la testa.
No, no. Eravamo pochi a saperlo. Se pensa al povero Trapezie, sbaglia. Lo frequento ancora, lavora in banca, ha una bella famiglia, ha accettato la sua invalidit con rassegnazione. Gli altri se la sono cavata con ferite esterne superficiali, come le mie. E oggi sono sparsi in giro per il mondo. Oppure hanno messo su famiglia, hanno carriera e avrebbero tutto da perdere a vendicare i camerati morti quarant'anni fa. Se proprio qualcuno gli ha saldato il conto saranno stati i suoi amici che per anni gli hanno parato il culo quando era uccel di bosco in Francia, qualcuno che aveva ancora qualche conto in sospeso con lui. Magari adesso che estraderanno quell'altro infame vigliacco di Battisti, se si decideranno a farlo parlare, ne sapremo qualcosa di pi su questi personaggi, magari anche sulla bomba all'Orione e sul complice svanito nel nulla. Per davvero adesso non saprei come altro aiutarla.
Fine delle trasmissioni.
Aveva fatto un viaggio a vuoto, solo per sentirsi raccontare una brutta storia, che pochi negli ultimi quarant'anni avevano voluto ascoltare e pochi avevano voluto ricordare.
Meglio dimenticarsi quegli anni, quelle bombe, quei morti e i loro assassini.
L'Italia aveva voltato pagina. Milano aveva voltato pagina.
Pu darmi l'indirizzo del suo amico Trapezie?
Lastrassa gli snocciol la via e anche il numero del cellulare dell'ex nero mutilato dalla bomba.
Si incammin lungo via Meravigli con i serpenti che si agitavano nello stomaco ripensando alle parole dell'ex ragazzo di destra, al buco nero della bomba, a quei corpi straziati.
Farris, con due agenti, era tornato alla Casa del funerale per sentire tutti gli addetti che si erano occupati dell'ultimo viaggio di Susanna Casarsa.
L'altro uomo, quello che accompagnava Sala, era sulla sessantina. Altezza media, capelli brizzolati, nessun segno particolare, abbigliamento informale, forse anche trasandato.
Parlava poco, non aveva nessun accento particolare.
Solo un dettaglio era emerso: era stato lui a fornire la foto della donna.
Una foto giovanile, di quando Susanna era una ventenne radiosa e piena di vita.
Ardig ascolt il resoconto di Farris e quello di Santoni che avevano verificato che la Casarsa da anni lavorava come assistente domiciliare di anziani in una struttura convenzionata in zona Comasina.
L'appartamento di via del Danubio, dove risiedeva, apparteneva al fratello maggiore. Un pensionato allettato proprio nella casa di riposo dove lavorava la sorella minore.
Una delle responsabili della struttura aveva spiegato che la donna aveva sempre avuto un comportamento irreprensibile, che parlava poco, e mai del suo passato, e che soffriva da tempo di problemi cardiaci e si rifiutava di sottoporsi a un complesso intervento di correzione di
una malformazione ventricolare. Letteralmente, sapeva di essere a rischio, ma di farsi operare non ne voleva sapere.
Ardig prese nota di tutto prima di tornare in Questura per l'ennesima riunione operativa.
Per la solita passeggiata decise, invece, di variare il percorso.
Aveva voglia di sfiorare il clima di festa, di vederlo senza toccarlo, senza immischiarsi e farsi contaminare.
Risal da Largo Augusto fino a San Babila. Gli bast gettare un'occhiata nella calca di corso Vittorio Emanuele per cambiare idea,
per cui scelse di tagliare da piazza Meda per infilarsi nei vicoli
storici, transitando sotto la casa nativa di Alessandro Manzoni.
Una via a senso unico, senza negozi, senza passanti. Silenzio e solitudine per riequilibrarsi dopo quel bagno di folla intravisto nel salotto buono cittadino.
Attravers all'incrocio con via Montenapoleone per andare in via dei Giardini, una via di palazzi di pregio circondati da parchetti interni. Un piccolo angolo di verde e quiete nel centro pulsante di Milano. Poi svolt in via Fatebenefratelli.
La Questura lo accolse con il solito frenetico trambusto.
Al terzo piano, dove sono dislocati gli uffici della DIGOS, il caos regnava sovrano tra telefonini che squillavano e funzionari che facevano avanti e indietro per i corridoi.
De Bellis stava rosicchiando una vecchia Bic mentre annotava appunti su un block notes.
Disturbo?
No, no, anzi, stavo per chiamarti io... qualcosa bolle in pentola.
Sentiamo.
Stiamo tartassando anarchici e no global per l'ordigno di via Carcano, quello alla sede della Lega.
E?
E da qualche confidenza che abbiamo estratto a questi Bakunin  venuto fuori che da qualche giorno  tornato
a Milano un tizio che potrebbe sapere tante cose. Un vecchio irriducibile delle BR. Pare sia tornato per il funerale di una vecchia compagna.
Susanna Casarsa?
Bravo, proprio lei. Abbiamo gi controllato il nominativo, era una fuori da ogni giro.
Abbiamo verificato anche noi, faceva la badante in una casa di riposo.
De Bellis annu.
La proverbiale efficienza della sezione Omicidi di piazza San Sepolcro. Complimenti, non avete perso tempo
lo bland il collega.
E questo vecchio brigatista chi sarebbe? domand improvvisamente curioso Ardig.
Calma, lasciaci lavorare. Pare sia alloggiato a casa dei defunti genitori. Stasera ce lo andiamo a prendere senza fare rumore, ce lo torchiamo con calma e vediamo se viene fuori qualcosa anche per te borbott De Bellis chiudendosi a riccio.
Non voleva condividere i meriti dell'operazione con la sezione Omicidi. Ci stava. E tutto sommato avrebbe potuto avvertirli a cose fatte, come avrebbe fatto anche lui.
Incass l'esclusione dal blitz e si consol pensando che forse stavano per scodellargli su un piatto d'argento un elemento utile per la sua indagine.
Prima per lo attendeva un'ultima fatica con annessa passeggiata, per spostarsi dalla Questura verso corso Buenos Aires tagliando il cuore della Milano pi opulenta, quella che ostenta, con i negozi pi belli sotto i palazzi pi eleganti.
Via Turati, piazza Stati Uniti D'America, piazza della Repubblica, risalendo dai Bastioni fino a piazza Oberdan dove il mattone vale quanto l'oro e i diamanti.
Ettore Trapezie, nonostante la menomazione che lo aveva privato di met della vista e di met dell'udito, oltre
che del pollice e dell'indice destro, si era laureato in Giurisprudenza e si era costruito una vita e una famiglia.
Era figlio di un notaio, i soldi non gli mancavano e gli avevano permesso di ripartire, nonostante il grave handicap che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua esistenza.
A cinquantanove anni si appoggiava a un bastone, portava occhiali con una lente oscurata per coprire quell'occhio senza luce, e nell'orecchio aveva inserito un piccolo apparecchio acustico che gli aveva restituito un minimo di sensibilit uditiva. Aveva recuperato solo quello, qualche eco da quel timpano lesionato.
Ardig prov una grande compassione per quell'ex ragazzo, privato di quasi tutto, della salute, dell'integrit fisica e della spensieratezza a soli ventidue anni.
L'uomo che lo accolse in un elegante appartamento in via Melzo, a due passi dai bastioni di Porta Venezia, era alto, con un viso autorevole, seppur deturpato da una serie di costellazioni di cicatrici sul lato destro, per via degli interventi di ricostruzione epidermica, per migliorare i danni estetici che le ustioni gli avevano procurato.
Lo fece accomodare in un salotto ben arredato.
Una biblioteca imponente, piante e un acquario tropicale con pesci variopinti che guizzavano, riflettendo le luci del grande albero di Natale posizionato nell'angolo.
Nessun busto del Duce, nessuna effigie della Decima Mas o della Repubblica Sociale.
Ad aprirgli la porta era stata una giovane ragazza, ventenne o poco pi che li lasci soli dopo aver salutato affettuosamente il padre.
La mia rivincita sulla vita, sul destino. Lei  la seconda, la grande  gi fuori di casa,  sposata e mi ha reso nonno.
Gli indic una bella fotografia della famiglia: la moglie, le due figlie, il nipotino, un uomo sui trent'anni e il capofamiglia appoggiato al suo bastone.
In quella immagine aveva gi raccontato il suo presente fatto di amore, di calore, di affetti sinceri. In quelle parole e in quei volti non c'era spazio per l'odio, per il rancore, per la vendetta.
Ardig in qualche modo si rilass.
Non era una buona notizia per la sua indagine, eppure la serenit emanata da quel signore distinto, che aveva subito un torto cos ripugnante da altri esseri umani, lo ripagava di un'altra giornata di bocconi troppo amari per poter essere digeriti.
Ho letto sui giornali della morte di Sala. Non so nemmeno dirle cosa provo veramente. Dovrei dirle piacere, sollievo. Eppure non  cos. Vede, la stupir per quanto sto per rivelarle, ma deve sapere che alcuni anni fa...
...Matteo Sala  venuto a trovarla per raccontarle la sua verit lo anticip il commissario.
Trapezie sorrise.
Giusto, ha gi parlato con l'Alberto, non ci avevo pensato.
Proprio cos, si  presentato qui, un perfetto sconosciuto, un uomo che aveva la sofferenza stampata sul volto e la sincerit nelle parole, nella voce, nello sguardo. Si  liberato di quel peso che si portava dietro.
Secondo il suo amico Lastrassa vi ha raccontato una verit di comodo, omettendo il nome del complice e senza denunciarsi. Lei cosa ne pensa?
Ah, beh, quello  sicuro. Se voleva davvero lavarsi la coscienza avrebbe dovuto andare alla Polizia, denunciarsi e fare i nomi dei complici. Personalmente per ho comunque apprezzato quel gesto. Ci voleva coraggio a venire qui e a guardarmi in faccia, in questa faccia.
Ruotando l'indice destro tracci un cerchio virtuale davanti al volto, una memoria imperitura di quella bomba, del male che aveva fatto e aveva lasciato.
Forse  stato meglio cos. Riaprire le indagini con un processo pubblico sarebbe stato come riaccendere il fuoco sulle ferite. Ormai, dopo tutti quegli anni. Vede, la giustizia ha un tempo.
Ha una scadenza, come per i prodotti alimentari. Ha una data di scadenza anche per gli assassini e per le vittime. E quel tempo per noi era scaduto da un pezzo.
E poi quando mi ha raccontato di quello che gli era successo, della disgrazia che gli era toccata, l'incidente al figlio e alla moglie. Ho pensato al suo dolore, alla sua famiglia.
Non oso immaginare una perdita cos terribile, in confronto io sono stato fortunato... Per cui il suo conto, per quanto mi riguarda, lo aveva gi pagato e pure con gli interessi.
Non lo nominava con nome e cognome e nemmeno lui aveva dubbi sulla sua colpevolezza.
Vi ha spiegato il perch di quella bomba?
S e no. Ha detto che doveva essere un gesto dimostrativo per ricordare che i fascisti avevano ucciso Fausto e Iaio, ma poi ha anche tirato fuori che alcuni ragazzi dell'Orione avevano pestato alcuni omosessuali che bazzicavano il Leoncavallo e allora era nata l'idea di una ritorsione con una bomba carta. Per, detto sinceramente, sapere il perch di quell'inferno, oggi, non mi interessa minimamente.
Uhm, magari per qualche suo vecchio camerata il conto era ancora aperto azzard il capo della Omicidi.
Non so, pu darsi, per... no, non credo.
Decisamente contraddittorio.
Pu darsi, o non pensa?
Dottore, vede alcuni di loro li sento ancora. Come l'amico Lastrassa che l'ha indirizzata qui da me. Sono tutti uomini che hanno affrontato gli anni e la vita e si sono lasciati alle spalle quell'inferno. Non posso mettere la mano sul fuoco per nessuno, mi intenda, ma non credo che sia stato uno dei nostri, poi dopo tutti questi anni...
Si ferm.
Perch quel nostri gli provoc una fitta di dolore interiore, di rimpianti, di domande, di quei se che non potevano cambiare il corso del destino.
Lei sa che Lastrassa alcuni anni fa ha organizzato una spedizione punitiva. Vero?
L'ho saputo a cose fatte e, mi creda, non ho condiviso.
Ma ognuno in questi anni si  portato dietro i suoi fantasmi e ha trovato il modo di esorcizzarli, di calmarli. Se quel pestaggio ha
placato i demoni notturni di Lastrassa... come dire, va bene cos. E
in qualche modo era quello che si aspettava anche Sala, forse persino
lo sperava, per alleviare il suo senso di colpa. Cos, in qualche
modo, poteva dire di aver pagato almeno un po'. Certo qualche livido 
ben poca cosa in confronto a quello che abbiamo sofferto noi.
Il commissario gli rivolse ancora qualche domanda, poi lo salut, ringraziandolo e augurandogli buon Natale.
Il sorriso della figlia che lo accompagn fino all'ingresso e gli chiuse la porta gli conferm che il senso della vita, quella vera, era tutta l: negli affetti, nella famiglia, nei figli che ti regalano qualcosa che nessuna carriera, vittoria o ricchezza potr mai darti.
Si incammin svogliatamente lungo corso Venezia.
Niente tribunale.
Il resoconto professionale al magistrato Pollini sarebbe avvenuto a cena.
Deborah lo accolse in tenuta casalinga, con maglione di lana e gonna lunga, concedendosi solo il vezzo di un tacco dieci su un elegante scarpa nera.
Il branzino all'acqua pazza preparato da capitan Findus si scaldava nel microonde. Sul tavolo la solita bottiglia di rosso, un Nepente di Oliena corposo e maschio, un cestello del pane e un'insalata verde con pomodorini Pachino.
Se la presero comoda.
Le raccont delle verit nascoste, e negate per decenni, che Matteo Sala aveva celato tra i suoi rimorsi e i suoi silenzi.
La bomba all'Orione, la morte di Filippo Settembrini,
quei ceri bianchi a illuminarne il ricordo, quelle lunghe passeggiate espiatorie, quasi fosse un quotidiano cammino di Compostela, che l'ex PAC percorreva ogni giorno per mondarsi l'anima e il cuore, con la fatica e il freddo.
L'assassino sapeva tutto questo, sapeva di trovarlo al parco della Vettabbia e sapeva di coglierlo impreparato
osserv la Pollini.
Senza dubbio.
La aggiorn anche sull'incontro con i due ragazzi feriti nell'esplosione, sulla rabbia velenosa di Lastrassa e sulla rassegnazione zen di Trapezie.
Sentimenti che correvano paralleli fino a un certo punto, biforcandosi con gli anni, con lo scorrere della sabbia nella clessidra nella vita. La sabbia del tempo che aveva ovattato il botto della bomba, il sangue, la distruzione, l'odio.
Questo Lastrassa. Lo conosco, l'ho anche incontrato in Tribunale, anche se si occupa di diritto civile... bisogner ricostruire i suoi spostamenti, eventuali movimenti patrimoniali, contatti con giovani di estrema destra.
Ardig scosse la testa.
Uno cos navigato poteva negare anche l'evidenza, invece ha ammesso di aver organizzato il pestaggio dei naziskin...
no, non  lui ad aver utilizzato la Luger. Non  il tipo.
Sparecchiarono.
Mentre lei sciacquava i piatti lui usc sul balcone per fumarsi una sigaretta digestiva. Sotto di loro Milano riposava, rintanata al caldo, dentro le case eleganti del centro.
Largo della Crocetta era silenzioso.
Come Deborah, che aveva conversato del caso Sala, ma si vedeva che con la mente era altrove. Lo aveva invitato per quello, per parlare, per chiarirsi.
Attese di consumare la bionda. L'ultima boccata, prima del confronto.
Lei si era gi accomodata sul divano, si era sfilata le scarpe
e aveva accovacciato le gambe in una posa meditativa
che poco le si addiceva.
Sentiamo, che problema c'?
Deve essere per forza un problema?
Immagino di s.  una questione di salute?
Lei sorrise, obliqua. Indecisa.
Oddio, si potrebbe anche definirla una questione di
salute, ma  di altro genere. Poi che sia un problema no,
non per forza.
Non fece in tempo a proseguire.
Il cellulare di Ardig trillava e sul display era apparso
il nome DE BELLIS.
Il capo della sezione Omicidi attendeva la chiamata
del responsabile della DIGOS per il fermo dell'ex brigatista.
Tutto a posto?  gi in Questura?
No. Perch?
Ci sono problemi grossi. Raggiungici subito, siamo a
Quarto Oggiaro. In via Orsini. Muoviti.
Adesso non posso. Ti mando Pinton che  di turno.
No, no, vieni qui, corri.
Si rassegn.
Va bene. Arrivo.
Fai in fretta.
Si volt verso Deborah, rimasta a osservarlo, titubante.
Erano quelli della DIGOS, ci sono cose grosse.
Ho sentito.
Di cosa volevi parlarmi? le chiese.
Lei scosse la testa.
No. Non  niente di importante, non  urgente, ne
parliamo la prossima volta.
Sicura che non  urgente?
S, s, c' tutto il tempo.
D'accordo.
Recuper il cappotto e la sciarpa e anche il lei professionale.
Bruno e Deborah erano tornati Ardig e la Pollini
Pare ci siano importanti novit, dottoressa. La aggiorno
appena raggiungo i colleghi.
Certamente commissario, mi faccia sapere.
Il magistrato gli chiuse la porta, mentre lui scendeva le
scale. Attese che il silenzio si impossessasse della casa,
quindi si accosci da sola sul divano, mettendosi un cuscino sulla pancia.
Improvvisamente le era venuto freddo. Un grande freddo.
...
.
...
4.
...
.
...
Fuori, cazzo, fuori, via!
Il capo urla mentre arraffa il suo sacco e corre.
Il tracagnotto lo segue, borbottando a sua volta.
Gli sportelli dell'auto sono gi spalancati per accoglierli.
Il terzo, il palo, tergiversa.
Il primo botto rimbomba nel negozio come fosse l'eco di un'esplosione.
Uno sparo, poi un altro e un altro ancora.
L'inferno scoppia in un istante.
I vetri vanno in frantumi.
Fuori gridano e sparano come matti.
Il ragazzo fa per uscire e lancia un'ultima occhiata al gioielliere che lo fissa a sua volta.
 praticamente fuori, ma ci ripensa.
Punta la Star MMS verso l'ostaggio.
Prover realizza, eppure non fa neppure in tempo a tentare di abbassarsi.
I primi due colpi lo centrano al petto, facendolo sobbalzare come un manichino, il terzo  diretto alla testa.
Fine della luce.
L'uomo crolla come abbattuto da una saetta.
Il bandito esce, ma  troppo tardi.
Una Gazzella dei Carabinieri ha inchiodato dall'altro lato della strada e sta rafficando la FIAT 130.
Fa due passi e punta la Star contro il militare pi esposto dal suo lato.
Anche il tracagnotto, che impugna una Luger,  tornato indietro per avere maggiore visuale di tiro.
Sparano entrambi, cinque secondi interminabili di fuoco e fiamme.
I due Carabinieri aggirano l'auto e si acquattano dietro gli sportelli poi, sporgendosi dal tetto, rispondono al fuoco senza neppure guardare se i colpi vanno a segno.
 urlo disperato che echeggia dall'altra parte del marciapiede conferma che ne hanno preso uno.
Il bandito grida come un animale sgozzato al macello, un velo rosso gli cala sugli occhi, mille spilli lo perforano dentro.
 un dolore giallo, incandescente, come se un artiglio gli stesse scavando nelle viscere.
Dalla macchina spara anche l'autista.
Milano, 6 dicembre 2018.
Mezzanotte appena scoccata.
Il primo giro di lancette ad avviare un nuovo giorno che iniziava in piena notte.
Una notte cupa, incorniciata da un cielo lattiginoso che non prometteva nulla di buono.
Temperatura rasente allo zero. Una pioggia sottile e tagliente che rischiava di trasformarsi in nevischio.
Ardig sacramentava in silenzio maledicendo il gelo, l'inverno milanese e quel mestiere bastardo senza uno straccio di orario.
Era passato dal commissariato a recuperare Frog che scalpitava con la zampa richiamando la sua attenzione.
Per il bastardino era l'ora della missione notturna.
Si affrett a raggiungere la destinazione.
Si ferm, scese e attravers la strada a doppio senso di marcia.
Qualunque novit lo attendesse, beh, poteva attendere il tempo di una passeggiata con finalit fisiologica di Frog.
Entrarono da un cancello laterale del parco Lessona, un grande polmone verde circondato da asfalto, cemento e smog, in una zona stretta ammassata intorno agli svincoli autostradali, nella periferia nord di Milano, nel cuore del quartiere popolare di Quarto Oggiaro.
Il terriccio reso viscido dalla pioggia, l'erba fradicia. Si gelava.
La mente corse a Bostjan, il barbone macedone assiderato poche sere prima. Se lo immagin in un parco come quello, su una di quelle panchine, che tremava, che si stringeva nelle coperte, attaccandosi disperatamente al collo della sua unica amica in quella notte interminabile, quella bottiglia di grappa che lo aveva tradito, svuotandosi troppo presto, quando la mattina era ancora troppo lontana.
Per fortuna Frog si accontent del primo albero per innaffiarlo. Anche il bastardino tremava per il freddo.
Lo riport in auto, dove si acciambell nella sua coperta di lana sul sedile posteriore, e attravers la strada.
Due volanti con il lampeggiante acceso a indicargli dove andare.
I primi nottambuli curiosi che si assiepavano, per capire, per scorgere qualcosa. Occhi rivolti verso un gregge di casupole colorate.
Brutto segno quei lampeggianti accesi. E segnale ancora pi brutto intravedere la sagoma amica di Farris, con il suo quintale distribuito sulla corporatura massiccia da ex par.
Realizz soltanto in quel momento perch quelli della DIGOS lo avevano chiamato con cos tanta urgenza e perch il sospettato non era stato tradotto in Questura.
Una casa di edilizia convenzionata nel cuore di Quarto Oggiaro, nome mitologico sotto lo sguardo lontano della Madonnina, nome che evocava malavitosi e delinquenti, come l'adiacente Comasina, quella della banda di Vallanzasca, dall'altra parte della ferrovia.
Quattro anni prima, l, in quelle strade, su quel cemento, si era combattuta una guerra di mafia, tra le famiglie, sparatorie sui marciapiedi, morti ammazzati, funerali stile cortei. Poi era calato il silenzio con il ritorno della pace, raggiunta con il sangue, trovando nuovi equilibri di potere fino a questo morto ammazzato.
Walter Serassi, l'asso nella manica dei colleghi della DIGOS.
Con le famiglie per non c'entrava nulla, per il suo nome e cognome e per la sua storia.
Asso ormai scaduto, erano arrivati troppo tardi.
Era crepato da giorni.
Andandosene il suo carnefice aveva avuto la freddezza di lasciare le finestre spalancate, per non far espandere l'odore acre della decomposizione sulle scale. Un espediente per ritardarne la scoperta.
Nessun condomino si era lamentato del puzzo.
Il corpo gi indurito dal rigor mortis, l'epidermide violacea per l'avvio della fase decompositiva postuma, ammazzato in ciabatte, tuta e maglione di lana sulla poltrona di casa propria, a colpi di rivoltella esplosi alle spalle, mentre era seduto.
Intorno a lui un ambiente disordinato e fuori contesto rispetto alla vita di oggi, di quest'ultimo scorcio del 2018, della vita che scorreva sulle strade, fuori da quell'appartamento dove il tempo sembrava essersi fermato a decenni prima.
Tende pesanti di velluto, tappezzeria scrostata dall'umidit, quadri paesaggistici con cornici massicce in legno, quei vecchi mobili di una volta, con le vetrinette e i pomelli di ottone. Nessun computer, nessun iPad, nessun
telefonino, nessun decoder Sky, nessun groviglio di fili intrecciati di carica-batterie e alimentatori vari.
Il passato, trapiantato nel loro presente, proprio come la vittima.
Stavano rovistando nella giacca a vento appesa ai braccioli di una seggiola. Nelle tasche un portafogli, senza bancomat o carte di credito, neanche la patente di guida.
In compenso in una fessura bloccata da un bottone metallico c'erano sei banconote da cinquecento euro, separate dalle altre banconote di taglio normale. Un piccolo tesoretto da tremila euro.
Banconote nuove di zecca, lisce, mai passate di mano in mano, di quelle appena emesse da un bancomat, e poi c'era la carta d'identit.
Era bastata quella per confermare chi era quell'uomo.
Ma chi aveva buona memoria lo aveva riconosciuto...
Un altro fantasma riemerso dal passato remoto, un altro terrorista, ma stavolta uno celebre. Questo era molto pi famoso di Sala, del tipografo bombardo degli scali ferroviari.
Era uno dei nomi di spicco della colonna milanese della lotta armata.
Ardig ricordava bene le vicende di Serassi.
Anche se era solo un bambino quando il brigatista era assurto agli onori della cronaca, della cronaca nera ovviamente.
Lo avevano catturato gli uomini del generale Dalla Chiesa, nel momento di massimo sforzo dell'apparato statale per debellare la piaga dell'eversione.
La fine degli anni di piombo.
L'inizio degli anni Ottanta.
Quando finiva il buio di un decennio oscuro e si intravedeva la luce in fondo al tunnel. Dietro l'angolo c'era la Milano da bere e il secondo boom economico, dopo quello degli anni Sessanta.
Poi sarebbero arrivati i decenni successivi, con Tangentopoli e la Seconda Repubblica.
Ma questo era il futuro, quello che portava al loro presente.
Serassi si era fermato all'aprile del 1981, quando le lancette del suo tempo avevano smesso di correre.
Di lui non si parlava dai tempi del muro di Berlino, dai suoi ultimi processi, con gli ergastoli che lo avevano tumulato in penitenziari lontani dal palcoscenico di Milano.
E adesso rieccolo. Steso sullo schienale di una poltrona di velluto, color verde pistacchio, colpito vigliaccamente da dietro.
Gli avevano spappolato il cranio con due colpi da distanza ravvicinata. I proiettili gli avevano aperto in due la calotta cranica fuoriuscendo dal lato frontale. Colpi esplosi da una pistola di grosso calibro, un cannoncino.
Ardig sacrament nuovamente. Ci mancava pure questa.
Uno spettro tornato da un passato morto e sepolto per farsi accoppare in una fredda sera di dicembre.
Era stata una notte insonne, di quelle in cui non dormi mai per dirla con le parole di Vasco, per colpa di una vita spericolata e piena di guai.
La vita sbagliata di Walter Serassi, un terrorista, un assassino, un ergastolano per cui non c'era stata nessuna amnistia.
Un fiore del male sbocciato nel cemento di Quarto Oggiaro dove abitava fin da bambino.
E chiss, probabilmente si illudeva di trascorrerci la vecchiaia proprio in quell'appartamento in via Felice Orsini.
Nomen omen, un nome nel destino. Felice Orsini era un anarchico, un terrorista che aveva attentato alla vita del re d'Italia e per questo era finito al patibolo. Una delle ultime condanne a morte nell'Italia unita.
Chiss forse quel nome, quel personaggio cos evocativo di ribellione all'ordine costituito avevano ispirato il giovane Serassi i cui genitori vivevano in un appartamento al
terzo piano, con le finestre affacciate sulla strada, una casa modesta.
Per ore lo sguardo dei poliziotti aveva indugiato su quell'arredamento da emporio dell'antiquariato, con mobili cos vecchi da sembrare volutamente vintage. Come se il tempo si fosse fermato anche l, a quell'inizio degli anni Ottanta.
Un vicino, un pensionato dall'accento marcatamente meridionale, li aveva aggiornati sulle sventure di quella famiglia sfortunata.
Il padrone di casa, il signor Ottavio, se ne era andato sul finire degli anni Ottanta, riposava in un loculo al cimitero Maggiore, a portarselo via un infarto fulminante.
Magari il suo cuore non aveva retto al dispiacere degli ergastoli che venivano rifilati a quell'unico figlio sciagurato.
Dentro a una vetrinetta del soggiorno era raccontata la storia di quel padre sfortunato: giovane partigiano in val d'Ossola, premiato per le sue azioni di guerra, poi tuta blu alle acciaierie Falck a Sesto San Giovanni. Probabilmente era stato lui ad avviare il figlio ai valori della sinistra, ignaro di condurlo verso la deriva estremista del terrorismo, raccontandogli dei fascisti, dei padroni, di quello Stato complice che preferiva schierarsi sempre con i potenti di turno e contro la povera gente.
La signora Bianca invece se ne era andata tre anni prima.
Era stata tumulata anche lei al cimitero Maggiore.
Secondo il vecchietto il Serassi non era salito nemmeno per darle l'ultimo saluto. Avevano fatto tutto dei cugini di secondo grado.
In compenso l'ex terrorista era riapparso a Milano proprio per un funerale, quello della vecchia amica Susanna Casarsa. Un'amicizia vecchia perch datata, risalente a quegli anni cerniera tra i Settanta di ribellione e gli Ottanta di restaurazione.
Su una scrivania avevano trovato un album fotografico altrettanto datato. Foto sfocate, di due ventenni, nell'apice del periodo del terrore.
La sepoltura dell'ex primula rossa del terrorismo milanese stava fornendo loro la prima risposta alle tante domande che accorrevano disordinate: cosa ci faceva Serassi a Milano?
Una risposta che quelli della DIGOS avevano da ore, dal pomeriggio, da quando avevano iniziato ad accumulare informazioni su Serassi, da quando avevano scoperto che l'ex Prima Linea era tornato per quell'ultimo saluto alla Casarsa.
In quel momento si illudevano di raccogliere informazioni su un uomo in vita, non su uno morto da diversi giorni.
Era venuto per la Casarsa, per le esequie funebri. Poi per aveva scelto di trattenersi gli aveva confermato De Bellis.
Nella stanzetta degli ospiti, forse la sua cameretta da ragazzino, c'erano una brandina e un armadio che ospitava le poche cose dell'irriducibile.
Vestiti logori, abiti semplici, pantaloni di velluto, jeans, maglioni, giacca a vento e libri consumati.
Si aspettava tomi sul capitalismo, invece no. Romanzi polizieschi di Scerbanenco, Olivieri e Altieri.
I giallisti della Milano di una volta, quella che non esisteva pi. La Milano della mala con i suoi codici, degli anni di piombo, dei rossi e dei neri.
Come ogni volta Ardig aveva cercato di instaurare una sorta di empatia postuma con la vittima riempiendosi gli occhi con la sua stanza, con le sue cose, annusandone gli odori, captandone le vibrazioni, per entrare nella sua testa, nei suoi ultimi pensieri.
Non sempre funzionava. E in quel caso non stava funzionando.
Serassi era solo un fantasma, perch in quella casa era solo di passaggio, perch quel che rimaneva della sua vita era disperso altrove, lontano.
Per tutta la notte avevano rovistato senza un perch, senza una direzione da seguire, poi tutto di un tratto era saltato fuori quel perch, che li aveva condotti fino a l.
Una vecchia Luger P08, la pistola dell'Esercito tedesco, riposava dentro un cassetto, avvolta in un panno. Pulita, smontata, tirata a lucido con due caricatori pronti a essere inseriti.
I laboratori della sezione Scientifica l'avrebbero esaminata, ma nessuno aveva dubbi: quell'arma aveva sparato qualche giorno prima, nel parco della Vettabbia.
Dalla tasca interna alla giacca a vento invece erano saltati fuori due fogli ripiegati in quattro.
Erano articoli online del quotidiano Repubblica del settembre del 2014 che ricostruivano il pestaggio degli skinhead, restituendo un momento di non richiesta celebrit a Matteo Sala.
Di fatto avevano risolto il caso dell'omicidio Sala, accoppato in una faida per saldare vecchi conti in sospeso tra nostalgici fuori dal tempo, rimasti al millennio precedente.
Tuttavia, dato il contesto retro, come in un assurdo videogame degli anni Ottanta, risolto uno schermo, se ne apriva uno successivo, quello del delitto Serassi ancora da risolvere.
Su un vecchio scrittoio c'era una cartelletta in bella vista, all'interno altri fogli stampati dal web.
Un agente richiam l'attenzione di Ardig e De Bellis che inorridirono non appena realizzarono il filo conduttore che legava quei fogli stampati.
Riguardavano tutti l'ex procuratore capo Roberto Brovelli. Articoli estratti dai quotidiani milanesi, dal
Corriere, da Il Giorno, dalla Repubblica, dal
Giornale e da La Notte, ma anche da portali online come Affari Italiani e Milano Today.
Alcuni riguardavano proprio il processo a met anni
Ottanta a carico di Serassi, di cui Brovelli era stato giudice istruttore, per l'omicidio del sindacalista metalmeccanico Luigi Giordani, conclusosi con la condanna all'ergastolo.
Altri articoli riguardavano celebri processi sempre seguiti dal giudice milanese, a cominciare da quello sulla strage di via Palestra del luglio del 1993, bomba di mafia, ordinata da Provenzano per far pressione sullo Stato e accelerare la trattativa sul fatidico papello, per stabilire una tregua dopo le stragi di Falcone e Borsellino e il successivo arresto di Tot Riina.
Ma non solo, scorrendo gli articoli scoprivano che Brovelli era stato anche il pubblico ministero nel procedimento contro i No Expo, i centri sociali e gli anarchici che il 1 maggio 2015 avevano devastato il centro di Milano, bruciando auto e serrande dei negozi e ferendo diversi poliziotti. Infine articoli recentissimi, dell'estate da poco passata e gi dimenticata, dedicati al pensionamento del magistrato, con tanto di sua intervista e foto della sua abitazione milanese, in via Donizetti, non lontano dal Palazzo di Giustizia.
In quella cartelletta era stata stampata una rassegna stampa esaustiva sul giudice che, solcando i mari agitati degli ultimi quarant'anni di cronaca nera e criminalit sotto la Madonnina, aveva spedito dietro le sbarre con condanne pesantissime terroristi, malviventi, mafiosi e teppisti di vario colore politico.
Pensieri terribili correvano nella mente dei due poliziotti.
Brovelli era andato in pensione nel precedente mese di giugno.
Il periodo estivo lo aveva trascorso nella sua villa alle Cinque Terre, dedicandosi alla pesca e alle passeggiate in riva al mare. Per il suo primo inverno da pensionato aveva scelto di tornare a Milano, nell'appartamento di via Donizetti, per festeggiare il Natale tra amici e parenti e, a
seguire, con l'arrivo del nuovo anno, una ricorrenza speciale: i settant'anni.
Sarebbero arrivati il 5 gennaio, precedendo di ventiquattro ore la Befana.
Dalla Questura era partita a razzo una volante incaricata di restare sotto l'abitazione del giudice come presidio per tutto il tempo necessario per fare chiarezza su una vicenda che diventava sempre pi intricata.
Serassi era rimasto a Milano solo per saldare i vecchi conti con il passato? Conti che sembrava aver in parte gi saldato con un ex compagno di lotta politica, Matteo Sala, che doveva avergli fatto un grave torto.
Il questore era un fascio di nervi, tirati e pronti a spezzarsi.
Era reduce da una serie di telefonate, dal Prefetto al capo della Polizia fino al ministro degli Interni in persona.
Massima allerta.
Dal Viminale stavano gi velocizzando le pratiche burocratiche per assegnare una scorta permanente al giudice Brovelli. Due uomini armati e auto blindata per gli spostamenti, presidio fisso giorno e notte sotto la sua residenza, il trattamento riservato ai ministri meno importanti.
A salire c'erano gli altri livelli di protezione, quelli pi elevati, da due a tre auto blindate con un numero di agenti che cresceva da quattro fino a dieci.
Allerta massima. Ma non solo per Brovelli.
A poche ore dalla prima della Scala improvvisamente Milano si ritrovava a respirare l'odore della cordite.
Gli anni di piombo risorti dalle loro ceneri sparse dal vento della storia, resuscitati nel freddo di quel maledetto dicembre del 2018, con due ex brigatisti uccisi proprio nei giorni in cui in citt una bomba faceva saltare la saracinesca di una sezione della Lega e la rete traboccava di manifesti, ritoccati con photoshop, dove si inneggiava al ritorno delle Brigate Rosse e alla lotta armata contro
la nuova dittatura del Governo gialloverde e dell'Europa dei banchieri.
E pazienza se il Governo giallo-verde stesse facendo a cazzotti con l'Europa dei banchieri. Per la protesta antagonista e anarchica che correva sui social erano tutti uguali: padroni, capitalisti, antidemocratici, nemici del popolo. Di quale popolo poi non si capiva: tutti i sondaggi davano i due partiti di Governo oltre il 60% dei consensi. Per cui a guidare la protesta, che qualcuno sognava di far divampare in rivolta, erano una minoranza di pochi esaltati, scriteriati che facevano esplodere bombe artigianali.
Intanto dall'altra parte delle Alpi la Francia bruciava per la ribellione dei gilet gialli, ma quella era un'altra storia e quanto stava accadendo a Milano sembrava non c'entrare nulla con la protesta parigina come stava ribadendo il responsabile della DIGOS.
Non ci sono tabulati telefonici o tracciati telematici che possano mettere in correlazione i due vecchi terroristi morti ammazzati con gli attuali esponenti della galassia antagonista, che da mesi sono costantemente attenzionati dai nostri uffici.
Cos costantemente attenzionati da essere liberi di collocare bombe carta davanti alle sedi dei partiti di destra, rifletteva Ardig, avendo il buon senso di non esternare a quel tavolo le sue considerazioni sull'operato dei colleghi.
Non possiamo per escludere che si siano incontrati di persona, nei bar, in luoghi pubblici, senza lasciare una scia telefonica rilev il questore.
De Bellis allarg le braccia, poco convinto.
Non possiamo escludere nulla naturalmente, tuttavia non abbiamo elementi che ci inducano a ritenere che esista un collegamento tra questi due personaggi, dei cui recenti spostamenti sappiamo ben poco, con i soggetti che monitoriamo in quanto potenzialmente offensivi.
I soggetti attenzionati erano in tutto un'ottantina. Ragazzi dei centri sociali, appartenenti alla multiforme costellazione delle sigle No Tav e No Global, e poi i soliti stoici anarchici e antagonisti.
In rete circolavano due diverse rivendicazioni dell'attentato dinamitardo alla sede leghista di via Carcano.
Nessuna delle due rivendicazioni era considerata attendibile.
Il materiale utilizzato per la bomba carta era rudimentale, il classico ordigno artigianale.  stata composta in una cantina, con polvere pirica da fuochi di artificio facilmente reperibile, soprattutto in questa fase dell'anno.
Hanno aggiunto diserbante chimico e il resto lo hanno appreso dai tutor online che si trovano su internet borbott De Bellis ricordando che ormai la rete forniva il manuale del perfetto bombardo fai da te.
Gli stessi jihadisti dell'Isis che avevano colpito a Parigi e a Bruxelles tra il 2015 e il 2016 avevano trovato le istruzioni su come assemblare un ordigno esplosivo in rete.
Nulla di nuovo.
Tuttavia, ordigni di questo genere confermavano la mancanza di preparazione, anche militare, di questi nuovi terroristi della porta accanto.
La bomba carta ha prodotto danni limitati, poi  ovvio che se qualcuno fosse stato l vicino in quel momento...
Gente come Sala o Serassi sarebbero stati in grado di assemblare un vero ordigno esplosivo, non un petardo rudimentale in grado soltanto di scardinare una serranda.
Il questore assimil le informazioni e torn a rivolgersi ai due dirigenti della DIGOS e della Omicidi.
D'accordo, tralasciamo la pista dei collegamenti con gli anarchici o gli antagonisti e concentriamoci sul Serassi.
A questo punto possiamo dare per assodato che sia lui l'assassino del Sala. La pistola, la Luger,  la stessa.
De Bellis annu.
Ardig rimase impassibile.
La sezione Omicidi non  convinta?
Non del tutto, per ora. Rilevo alcune anomalie. Una su tutte, uno come Serassi, con il suo passato cos ingombrante, non poteva non prevedere che saremmo risaliti cos in fretta a lui, per cui avrebbe commesso una sciocchezza clamorosa tenendosi la pistola in casa, in bella vista poi, in un cassetto facile da trovare.
Dimentica che quell'uomo non  pi il giovane terrorista di una volta. La prigione, gli anni trascorsi...
Dubito si sia rimbecillito cos tanto. C' poi la questione del funerale della Casarsa. I due uomini erano insieme, secondo il personale delle pompe funebri sembravano amici, nessuno ha parlato di tensioni tra i due.
Una tregua, del resto da millenni dopo ogni battaglia i due eserciti si fermano per raccogliere i propri morti o feriti, no?
No. Intanto perch questa guerra, in cui combattevano nello stesso esercito, era finita da trent'anni. A ogni modo, anche se diamo per appurato, e non mi pare cos, che Serassi abbia ucciso Sala, ragionando in un'ottica di regolamento dei conti rimandato dagli anni Ottanta, e progettasse di uccidere anche Brovelli, allora chi ha ammazzato Serassi?
Il questore stavolta si limit ad allargare le braccia.
Deve esserci un complice - intervenne De Bellis -
qualcuno che lo stava affiancando. Serassi non aveva un'automobile per spostarsi, non aveva una carta di credito o un conto in banca, eppure nel portafogli aveva quelle banconote da cinquecento euro. Doveva appoggiarsi necessariamente a qualcuno, consideriamo anche che era un estraneo in una citt che non conosceva pi e dove non aveva pi appoggi. No, non poteva fare tutto da solo, procurarsi armi, pedinare un giudice...
Quindi un complice che ha deciso di fermarlo, oppure di proseguire da solo? Un complice che voleva freddare
il giudice, senza uno scomodo personaggio come Serassi?
Entrambe le ipotesi erano valide.
Un caso maledettamente complicato.
Walter Serassi non aveva un cellulare, non aveva un personal computer con cui navigare in rete, neppure un bancomat, e nemmeno un'automobile.
Tutto quello che aveva erano quei tremila euro in contanti, quelle sei banconote da cinquecento euro fresche di stampa, come le altre tre rinvenute a casa del Sala. Sembravano tutte uscite dalla stessa macchinetta emettitrice.
Dagli estratti del conto corrente del tipografo degli scali ferroviari non risultava nessun prelievo di entit rilevante.
Da dove arrivavano quelle nove banconote nuove di pacca?
La Scientifica le avrebbe esaminate.
Probabile che fosse stato Sala a consegnarle a Serassi, magari proprio al parco della Vettabbia.
Gli unici averi di Serassi erano quelli del libretto postale della defunta madre, circa undicimila euro. Ma anche qui non c'erano state movimentazioni nell'ultimo semestre.
Niente.
Serassi era un invisibile in un'inchiesta che si attorcigliava intorno a invisibili, persone che nessuno vedeva da vive, ma che si notavano solo da morte.
Sala era un invisibile per il suo passato: a parte il pestaggio subito dagli skinhead inviati da Lastrassa, per il resto nessuno faceva caso a lui. Era invisibile come i senza tetto che ospitava nel suo dormitorio.
Serassi, invece, era un invisibile perch sfuggiva all'occhio infallibile del Grande Fratello dei controlli telematici sulle nostre telefonate, sui nostri spostamenti registrati dalle celle telefoniche, dai telepass o dalle operazioni bancarie.
Santoni era chiuso nel suo stanzino a fare telefonate
per ricostruire gli ultimi anni della vita spericolata dell'irriducibile.
Un primo ritratto lo stava tratteggiando la scheda fornita dal dipartimento Amministrazione Penitenziaria.
Oltre ai due ergastoli per altrettanti omicidi, di cui si era assunto la piena responsabilit, quasi appuntandosi una medaglia sul petto, Serassi aveva inanellato un'altra manciata di ulteriori anni detentivi per pene accessorie agli omicidi, rivolte in carcere, resistenza, aggressione, persino un tentativo di evasione dal carcere di massima sicurezza di Fossombrone, sugli Appennini marchigiani, nel lontano 1984.
Era stato rinchiuso in tutti i penitenziari pi famosi dello Stivale, quelli dei reparti speciali voluti dal generale Dalla Chiesa. Muri altissimi di cemento armato, celle singole delle dimensioni di loculi, isolamento diurno, nessuna corrispondenza, zero collegamenti con il mondo esterno.
Detenuti sepolti in una tomba di due metri per quattro.
Se li era girati tutti: Palmi, Ariano Irpino, Fossombrone,
Novara. E infine la Gorgona, dove era stato trasferito dopo una cruenta rivolta carceraria a Portoferraio, all'Elba, con guardie prese in ostaggio e detenuti sbudellati nei regolamenti di conti tra delinquenti.
E da allora, dal 1990, era sempre stato in quell'isoletta sperduta nel Tirreno, popolata solo da guardie e carcerati che l, con un braccio di mare a separarli dal mondo che li aveva ripudiati, lontani da tutti, lontani anche dallo sguardo dell'opinione pubblica, erano costretti ad arrendersi trasformandosi in manovali, in contadini.
Serassi, una laurea in Lettere Moderne conseguita in regime detentivo, era diventato un insegnante.
Un maestro per gli altri detenuti. Un cattivo maestro fino a quando aveva terminato di scontare il cumulo delle sue pene che oltrepassavano il cumulo dei settant'anni.
Una catasta di condanne, dimezzate con i soliti assurdi sconti che premiano i caini.
Era tornato definitivamente libero nel 2013.
Gli avevano aperto la gabbia dopo trentadue anni, quando ormai non sapeva pi volare. I tre decenni sprecati ad ammuffire dietro le sbarre gli avevano spezzato le ali, per cui era rimasto l, nella sua isola sperduta come volontario. Quello scoglio in mezzo al Tirreno era diventata la sua casa e il suo mondo, gli altri reclusi i suoi amici e la sua famiglia.
Non aveva nessuno ad aspettarlo dall'altra parte del mare. Neppure una madre anziana con cui probabilmente non aveva pi rapporti da decenni, tanto da non essere salito nemmeno per le sue esequie.
L'unico legame, forse un ricordo dei pochi anni sereni della sua esistenza sprecata, doveva essere Susanna Casarsa.
La donna era deceduta il 22 novembre per un arresto cardiaco e tumulata due giorni dopo nel campo santo di Bruzzano.
Tutto quadrava.
Dalla Gorgona avevano gi confermato che Serassi era partito nel pomeriggio del 23, spiegando di doversi recare a un funerale a Milano, dove poi era restato fino alla settimana successiva, fino a quando era stato assassinato.
Ardig si accese una Camel blu per rilassarsi e riflettere su quest'anima inquieta.
L'ultimo degli irriducibili.
Serassi non si era mai arreso, non aveva mai espresso alcun pentimento, non aveva mai rinnegato la causa della lotta armata. Per alcuni anni, da dietro le sbarre e nelle aule dei processi, aveva continuato a far parlare di lui per le rivolte, per gli scioperi della fame, per la sua dialettica davanti ai giudici, per i suoi proclami rivoluzionari.
Poi un giorno era finito tutto. Le Brigate Rosse smantellate a suon di arresti e pentimenti facili, loro, i brigatisti, cancellati dal mondo, sepolti sotto tonnellate di ergastoli.
Cos l'Italia aveva voltato pagina. Con la fine degli anni Ottanta, il crollo del muro di Berlino e delle ideologie, della sinistra, delle bandiere rosse e tutto il resto.
Serassi era scomparso dai radar mediatici, inghiottito dal silenzio che aveva risucchiato tutti quegli uomini malvagi che avevano dichiarato guerra allo Stato, i Curcio, i Moretti, i Franceschini. Dimenticati insieme alle loro vittime morali e materiali, e a quella triste pagina di storia.
Stranamente pi che all'assassino questa volta si interessava alla vittima, forse perch anche la vittima era stata un assassino e Ardig provava una sorta di malefica attrazione morbosa per i caini.
Se li studiava, entrava nelle loro menti, nei loro cuori freddi, era questo il suo modo per catturarli: seguire la loro scia di sangue e crudelt.
In questo caso la caccia era al contrario.
Doveva arrivare a chi aveva ucciso un Caino come Serassi.
Una belva senza scrupoli, uno che aveva tolto la vita a un ragazzino, a un giovane compagno, e a un padre di famiglia, uno che tirava la carretta per mezzo milione al mese e sognava un mondo migliore.
Due omicidi diversi.
Due omicidi efferati.
Quello di uno studente universitario, un diciannovenne, uno dei loro che si era spaventato quando aveva compreso di essere entrato in un gioco troppo grande per lui e meditava di pentirsi. Lo aveva detto ad alta voce al compagno sbagliato ed era stato giustiziato, per punirlo e per dare un segnale agli altri.
Giulio Romoli era stato freddato in una sera nebbiosa, il 26 febbraio 1981, dopo essere uscito da una nota birreria lambratese, in via Adelchi. Un proiettile calibro 9 nel ventre, un altro in uno zigomo.
Nessuno dei giovani presenti aveva fornito elementi per risalire all'assassino, eppure a premere il grilletto era stato Walter Serassi, gi latitante per un altro delitto, commesso
poche settimane prima, quello del sindacalista dell'Alfa Romeo che agli stabilimenti del Portello arringava gli operai a manifestare contro il terrorismo, a dissociarsi da chi sparava e ammazzava, blaterando di rivoluzione del popolo. Un altro da educare a colpi di calibro 9.
Lo aveva ammazzato il 5 febbraio 1981, due mesi prima dell'arresto.
Una soffiata anonima aveva permesso ai gruppi speciali dei Carabinieri di sorprendere Serassi in un appartamento in Citt Studi, nella zona delle residenze universitarie.
Un furbo, l'irriducibile, che sperava di mimetizzarsi tra i coetanei, vestito come loro, confuso nel pentolone sempre in ebollizione delle manifestazioni negli atenei.
Prima di aprire la porta di casa aveva bluffato, minacciando di far saltare l'intero edificio con del tritolo. Che non aveva. Aveva mercanteggiato per qualche ora, poi aveva ceduto, aprendo la porta con le mani alzate e in bocca, gi pronta, la solita frase vuota di significato da snocciolare ai militari: Sono un militante delle Brigate Rosse, combatto per la rivoluzione del proletariato. Mi dichiaro prigioniero politico....
Era un duro, uno che ci credeva davvero nella lotta armata e nell'insurrezione. Uno che aveva scelto di combattere una guerra, consapevole dei rischi e delle conseguenze cui andava incontro.
Li aveva accettati e ne aveva pagato il prezzo altissimo: due ergastoli, carcere duro negli speciali, isolamento totale, fuori dal mondo e dal tempo.
Santoni irruppe senza bussare per confermargli quanto sapevano gi.
Ho parlato al telefono con il responsabile della cooperativa in cui era impiegato Serassi.
Confermano quanto hanno detto a quelli della DIGOS.
Ha lasciato la Gorgona il 23 novembre. Aveva detto loro che sarebbe stato a Milano pochi giorni. Poi li aveva chiamati per dire che
sarebbe rientrato dopo qualche settimana, perch aveva delle urgenze
da sbrigare a Milano. Robe burocratiche gli aveva detto sintetizz il vice, prima di un'aggiunta.
Secondo questi tizi, il Serassi non era mai andato via dall'isola in tutti questi anni, salvo una gita con gli altri detenuti a Roma, per un incontro a San Pietro con il papa, in una di quelle occasioni... figurati che era ancora Ratzinger il papa...
Ardig afferr un'altra Camel, ma attese prima di accenderla, preferendo tenerla tra le dita, rigirandola, quasi traesse piacere dall'accarezzarla.
Qualcosa non mi quadra. Questo Serassi non metteva piede in citt da trent'anni, no?
Indic la scheda con i processi.
Era stato in aula a Milano per l'ultima volta nel luglio del
1987 quando, su richiesta del giudice Brovelli, gli avevano inflitto la seconda condanna per omicidio, quella conseguente all'omicidio Giordani. Poi in giro come un pacco ingombrante, da un carcere all'altro fino alla Gorgona.
Santoni annu, senza contraddirlo.
Quindi ritorna a Milano per mettere un'amica in una tomba insieme a Matteo Sala e, nel giro di pochi giorni, finisce per saldare il conto a Matteo Sala e per farsi ammazzare a sua volta? Uno come lui, che era abituato a dormire con la pistola sotto il cuscino?
Uhm, stai parlando del giovane Serassi, quello che sparava e uccideva. Questo era quasi un anziano, con gli artigli spuntati.
E uno con gli artigli spuntati si procura una pistola e fredda un ex complice in un parco? Non mi quadra. Poi non so, cosa ha fatto in tutti questi giorni? Chi ha incontrato?
Cosa faceva?
Almanacc con il calendario, partendo dal 23 novembre.
Nemmeno dieci giorni.
Quel cadavere era rimasto nel salotto di via Orsini almeno tre giorni.
Per cui il conto della permanenza milanese dell'irriducibile scendeva a una settimana circa.
Il vice scosse la testa.
Cosa vuoi saperne. Uno cos, aveva in sospeso vecchie ruggini con qualcuno, come Sala appunto, e poi magari fascisti dell'epoca che lo aspettavano per chiudere la partita.
Dopo trenta e rotti anni? Non ci credo. Nessuno rischia un ergastolo per qualcosa accaduto una vita prima
tranci Ardig, ripensando agli incontri avuti con i reduce della bomba all'Orione.
Forse un parente delle vittime prov a insistere Santoni che voleva sempre avere l'ultima parola.
Il commissario lo accontent.
Uhm... indaghiamo su queste persone. Io faccio un salto prima dal giudice Brovelli e poi in Tribunale.
In genere un morto ammazzato a Milano fa notizia solo se la vittima grida giustizia tramite i media, o per la politica, perch lo piangono i suoi cari, gli amici, le istituzioni, la cittadinanza.
Della morte di Walter Serassi non avrebbe dovuto fregare a nessuno.
La sua parte politica non esisteva pi, il suo mondo non esisteva pi e anche il suo ricordo si era estinto da un pezzo. Eppure i quotidiani online aprivano le pagine di cronaca correlando il suo delitto a quello di Matteo Sala.
Sul Corriere l'articolo, tratto dal lancio delle agenzie, era corredato dalla solita generica foto di agenti in divisa che poteva essere stata scattata ovunque.
Il Giorno ci apriva la sezione milanese del sito web.
Federico Malerba non si era scomodato andando fino a Quarto Oggiaro e si era limitato alla solita grandinata di telefonate fatte dal divano di casa, aggiungendo al resoconto un profilo della vittima, tratteggiata dopo aver sentito il suo ex capo, il vecchio Beppe Brigante, ormai in pensione
che, ai tempi, era cronista de La Notte - il quotidiano che informava i milanesi in tarda mattinata e poi in seconda edizione a met pomeriggio - e che aveva seguito la cronaca direttamente dalla strada, dal marciapiede.
Ricordava bene Serassi e pure le sue vittime. Incluso il sindacalista Luigi Giordani, un rosso, un rappresentante del sindacato metalmeccanico della CGIL, la FIOM, i duri e puri delle catene di montaggio dell'Alfa Romeo.
Giordani aveva quarantasei anni e una vita difficile alle spalle: subito in fabbrica da ragazzino, nella Milano del dopo guerra, quella degli edifici diroccati dai bombardamenti e delle zuppe fatte con acqua, pane e patate per cena.
In linea aveva perso due dita in una pressa e aveva iniziato l la sua battaglia sindacale, per dare dignit e pi sicurezza sui luoghi di lavoro.
Serassi gli aveva sparato alle 7 di una fredda mattina del 5 febbraio 1981. Lo aveva atteso in una traversa di viale Monte Ceneri, davanti al bar dove prendeva il caff prima di iniziare il turno. Tre colpi in sequenza, tutti all'addome, poi il colpo di grazia in fronte, sul marciapiede, davanti a tutti gli operai, a volto scoperto.
Punirne uno per educarne mille.
Si sentiva invincibile, invulnerabile, onnipotente, tanto da mostrare a tutti la sua faccia da baby sicario.
Sarebbe diventato un latitante poche ore dopo. Un ragazzino di venticinque anni che giocava a fare il rivoluzionario con il sangue innocente degli altri.
Giordani aveva lasciato una moglie e due ragazze.
Non proprio delle bambine, adolescenti intorno alla quindicina.
Oggi erano donne di mezza et, mogli e madri.
Malerba le stava cercando di rintracciare per avere un loro commento all'omicidio del boia del padre.
L'agente Scalise era stato pi veloce di Malerba.
Tramite i terminali interconnessi in intranet della Questura
era risalito rapidamente ai nominativi e agli indirizzi della secondogenita dei Giordani.
Una telefonata era bastata per scagionare sul nascere la famiglia dell'ex sindacalista FIOM.
La grande, Simona, viveva da anni in Svezia, con uno svedese conosciuto sulla riviera romagnola, un filarino estivo diventato l'amore di una vita.
La piccola, Laura, che in quel maledetto febbraio del
1981 aveva quattordici anni, era rimasta a Milano. Era impiegata al Comune di Milano, in un ufficio distaccato a due passi da Palazzo Marino, aveva due figli adolescenti e un marito dirigente, pure lui in un'amministrazione pubblica, all'INPS.
Mai una denuncia, mai un problema.
Restava solo la famiglia del diciannovenne terrorista in erba, Giulio Romoli. Cominci a incrociare i dati con quelli dell'archivio del Tribunale.
Via Donizetti, una strada a senso unico che corre tra caseggiati eleganti. Facciate linde, marciapiedi spazzati direttamente dai portieri dei condomini, zero parcheggi.
Ardig se l'era fatta a piedi proprio per quello.
Non era mai stato a casa del procuratore.
La volante davanti al portone gli evit di cercarsi il civico.
I due agenti, mitragliette a tracolla, scesero per salutarlo.
L'ex magistrato lo accolse in un appartamento elegante da solo.
La mia signora  al mare con i nipotini che hanno anticipato il ponte. Meglio cos.
Gli indic il salotto. Quadri classici, con paesaggi collinari, un arazzo con una scena bucolica e l'immancabile parete a biblioteca.
Brovelli stava sorseggiando un whisky. Alle 11 della mattina!
Nella vita ne aveva viste tante. Aveva subito minacce,
era stato per anni sotto scorta. Ma alla soglia dei settantanni, appesa la toga al chiodo, non se l'aspettava di tornare nel mirino di qualche fanatico.
Prima di aprire le danze gli rivolse una richiesta.
Dottore, l'ho gi detto al prefetto e al questore, lo ribadisco a lei: massima discrezione con la stampa, esigo silenzio.
Non deve trapelare nulla. La mia famiglia non deve avere preoccupazioni di alcun genere.
E la volante l sotto come la giustifica? E la scorta?
Dir loro che con gli attentati alle sedi dei partiti, per scrupolo maniacale, avete deciso di garantire massima sicurezza a tutti i bersagli simbolici, incluso un ex giudice.
Che insomma, da un topolino di una bomba artigianale a una saracinesca, state partorendo una montagna di paranoie, decidendo di proteggere mezzo mondo.
Poteva funzionare per qualche giorno, forse qualche settimana ma, prima o poi, la notizia sarebbe trapelata.
Ardig per aveva altro a cui pensare.
Aggiorn il procuratore sulla lunga notte di perquisizione nell'abitazione dei Serassi, facendosi scappare uno sbadiglio di troppo, per ricordargli che aveva trascorso una notte insonne.
Lei cosa ricorda di questo Serassi?
Brovelli scosse la testa.
Lo avevo praticamente rimosso. In aula non mi aveva rivolto minacce o improperi. Lo ricordo tranquillo, quasi surrealmente distaccato. Si comportava come fosse un prigioniero di guerra, uno straniero catturato dalle forze nemiche. Per quanto potr apparirle assurdo viveva quel processo e quella scontata condanna come fossero un riconoscimento al suo valore di nemico. E non si trattava neppure di un ragazzino, era un uomo sulla trentina all'epoca del processo.
Per cui non avrebbe mai pensato...
No, figuriamoci. Eppure non sa quante volte, dalle gabbie, altri criminali, come gli uomini di Epaminonda,
mi hanno urlato di tutto. Ma lui proprio no. Impassibile, freddo, addirittura compiaciuto.
Un profilo coerente con la carriera eversiva dell'irriducibile.
Serassi - prosegu Brovelli - era uno dei giovani di Prima Linea. Ma quando i capi, i Segio e i Donat-Cattin, dopo il delitto del giudice Alessandrini, nel 1979, avevano cambiato linea, rinnegando la strategia della lotta armata, era uscito e si era messo in proprio, dentro la galassia delle UCC, le Unit Comuniste Combattenti.
Vecchie sigle ormai dimenticate dalla cronaca e consegnate alla storia, come l'ultima bandiera imbracciata da Serassi.
Uscito da Prima Linea si era avvicinato al Leoncavallo, dove cercava di fare proseliti tra i ragazzini, quelli pi plagiabili dai cattivi maestri. Li indottrinava con le loro cazzate sulla rivoluzione del proletariato, sull'anti imperialismo...
come quel poveretto, quel Giulio Romoli, che aveva reclutato l. Aveva formato un suo gruppetto, la Brigata Comunisti Rivoluzionari, da cui poi si erano staccati quegli altri giovani matti che uccisero Tobagi, che si facevano chiamare la Brigata XXVIII marzo. Cani sciolti.
Come Serassi che aveva assassinato il sindacalista senza un vero obiettivo politico, solo per farsi notare, per guadagnarsi il rispetto nei gruppi eversivi e poi aveva giustiziato quel loro compagno per la stessa ragione, per cucirsi i galloni del capo, conquistati sul terreno di battaglia.
Non capivano che le Brigate Rosse erano gi finite che, dopo tutto il sangue sparso per il rapimento Moro, nessuno li seguiva pi, ma molti di loro erano dei ragazzini esagitati...
Uhm, in che rapporti erano quelli di Prima Linea, o di tutte quelle sigle minori, con quelli dei Proletari Armati per il Comunismo, quelli di Sala?
Brovelli sorseggi il suo whisky per riattivare le cellule cerebrali ingrigite dal tempo trascorso.
In qualche modo pi che sodali erano rivali, concorrenti.
Se  vero che quei terroristi trovavano coperture e sponde tra gli operai delle fabbriche, i sindacati, gli intellettuali e i giovani dell'universit,  anche vero che questi appoggi non erano illimitati.
 chiaro che una torta di consenso da spartire in tanti gruppi, come dire, va a esaurirsi, e a quel punto le fette diventano piccole. Per questo ogni gruppo cercava di farsi vedere, di sembrare pi duro e puro, per attirare consensi e dunque anche connivenze e coperture.
D'accordo, ma i rapporti con i PAC?
Una volta catturato il loro capo, Maurizio Azzolini, si frantumarono. Qualcuno credo si aggreg ai nappisti, quelli dei Nuclei Armati Proletari, quelli di Corrado Alunni. Ma anche quelli durarono poco. Dal 1978, dall'uccisione di Aldo Moro, la musica era cambiata, era come se si fossero infilati tutti su uno scivolo, da cui puoi scendere, ma mica risalire.
Brovelli raccontava una storia in bianco e nero, di barricate ideologiche smantellate da decenni, di cause impossibili da comprendere esaminandole con l'occhio razionale del presente. Un viaggio nel tempo, una chiacchierata senza costrutto.
Il magistrato non aveva nulla da aggiungere, nulla di anomalo o di sospetto. Nessuna telefonata anonima, nessun volto ambiguo intorno a casa, nessuna macchina appostata.
Eppure era uno abituato da decenni a stare sul chi vive, a sospettare, a guardarsi intorno.
Ringrazi il vecchio giudice e salut.
Santoni e Farris lo attendevano.
La nostra immondizia racconta di noi, cosa mangiamo, cosa acquistiamo, cosa utilizziamo e cosa facciamo.
La perquisizione dell'appartamento della famiglia Serassi,
dove Walter l'irriducibile aveva vissuto poche settimane
dopo trentasette anni di assenza, non aveva raccontato quasi nulla di lui. Solo pochi vestiti invernali e quella manciata di romanzi gialli. Nemmeno un computer dove rovistare nella cronologia della sua navigazione web.
In compenso sul balconcino affacciato su via Orsini c'era il cestino della carta, un contenitore giallo rigorosamente separato dagli altri bidoni della raccolta differenziata.
E quello aveva parlato.
Eccome se lo aveva fatto.
Gli agenti avevano rovistato senza paura di sporcarsi le mani ricoperte dai guanti in lattice decontaminanti.
Erano saltate fuori ricevute di taxi. Parecchie.
Sarebbero risaliti facilmente agli autisti.
Un biglietto del treno andata e ritorno della Ferrovie Nord Milano, dalla stazione di Milano Quarto Oggiaro a quella di Lodi, obliterato gioved 29 novembre, pochi giorni prima di essere assassinato, e due tagliandi d'ingresso alla biblioteca Sormani, un punto di riferimento per i milanesi di una volta, quando internet era una parola ancora assente dal vocabolario e le ricerche si facevano cartaceamente o con i microchip in cui erano impressi i fogli di giornali o libri.
Serassi era un uomo fuori dal tempo, che aveva sprecato la sua esistenza sbagliata in prigioni di massima sicurezza, dove il web non era arrivato nemmeno nel secolo 2.0.
Da uomo libero aveva scelto di restare confinato a ridosso dei rassicuranti muraglioni del suo ultimo carcere, della sua dimora ventennale, rimanendo sull'isola della Gorgona, uno scoglio abitato solo da capre selvatiche e da quella colonia di ex carcerati riconvertiti in agricoltori e in assistenti sociali.
Probabile che almeno l avessero un computer connesso in qualche ufficio, eppure Serassi era un uomo rimasto a quel 1981, quando era uscito dal mondo per essere murato vivo in prigione.
Cos le sue ricerche le aveva condotte nell'unica
maniera che conosceva: andando in un archivio, dove sarebbero andati anche loro, gli sbirri, i segugi che dovevano ricostruirne gli ultimi movimenti, per risalire a chi lo aveva ammazzato.
A quell'ora la Sormani era chiusa. Ci sarebbero andati la mattina seguente.
Conged gli uomini per concedergli qualche ora di sonno dopo la notte in bianco e torn anche lui a casa per un paio di ore in branda. Poi sarebbe passato direttamente dalla Pollini per aggiornarla, per cenare e per riprendere quel discorso neanche iniziato la sera precedente.
Rientr nell'appartamento di viale Gran Sasso che ormai si erano fatte le 18. Si lasci cadere sul letto, appisolandosi vestito.
Voleva pace.
Non aveva fatto i conti con Rebecca che lo attendeva, pronta a materializzarsi appena Morfeo le avesse dato il via libera.
La luce dell'appartamento al secondo piano filtrava dietro le tende.
Il sostituto procuratore Deborah Pollini scalpitava.
Lo aspettava con i surgelati nel forno ancora spento: doppia porzione di merluzzo gratinato al pomodoro, bottiglia di bianco gi stappata e cestello del pane. Delle candele alla vaniglia spandevano un aroma rilassante nell'elegante appartamento.
Deborah aveva indugiato a lungo sull'abbigliamento da indossare.
Una scelta difficile per quella serata particolare. Unica, emozionante, da brivido.
Niente completini in pizzo o in lattex,
niente vestaglietta vedo non vedo.
Valut un'informale camicetta scura, magari con dei pantaloni aderenti.
Alla fine opt per la comodit e la semplicit, un maglione
caldo, scuro, e una gonna larga. Solo le scarpe con il tacco, unica concessione alla sua malizia, almeno per la cena.
Per il dopo, sul divano, voleva essere a suo agio.
In quella serata che avrebbe dovuto essere cos diversa dalle altre, per lei e per lui.
Voleva essere circondata di affetto, di coraggio. Quello di cui aveva bisogno erano coccole e abbracci. Calore e complicit.
Il televisore acceso le teneva compagnia mentre il tempo trascorreva lentamente, troppo lentamente.
Il TG1 scivol via lasciando il posto al TG2, poi al finale della trasmissione della Gruber, su La7.
L'orologio sulla parete della cucina segnava le 21,15 e Bruno non si vedeva.
Ardig si era svegliato al buio con la testa che martellava impazzita.
Sentiva rimbombare l'eco di quello sparo.
La sua Beretta fumante, lei sparita nel nulla, precipitata di sotto, nell'abisso.
Per scacciare il fantasma di Rebecca era corso in cucina chiedendo aiuto al Pampero, il suo rum. Un bicchierino tutto di un fiato, poi un altro, quindi un altro ancora.
Il cuore rallent i battiti, le tempie iniziarono a dargli tregua.
Si sentiva terrorizzato all'idea di riaddormentarsi, di ritrovarla di nuovo nei suoi incubi.
Infil la tuta e il giaccone, imbrag Frog e usc lasciando il cellulare sul tavolo.
Le 21,10 di una serata da far passare a ogni costo.
Prima tappa l'hamburgeria sotto casa per un chicken bacon burger con patatine e una delle sue birre nordiche.
Il telefono di Ardig suonava a ripetizione in un appartamento vuoto.
Deborah prov ripetutamente con una serie di squilli infinita.
Mezz'ora a chiamarlo.
Poi decise di lasciar perdere, rinunciando anche all'idea di contattarlo in commissariato.
Che andasse a farsi fottere quel bastardo egoista!
Come aveva fatto a illudersi di poterlo coinvolgere?
Uno cos? Uno stronzo cos?
Avrebbe fatto da sola.
Gli hamburger e le birre erano stati raddoppiati.
Aveva fame, aveva sete, aveva voglia di sentirsi vivo.
Alla faccia di tutto, colesterolo, trigliceridi e tutto quando stava mandando a puttane ingurgitando quel ben di Dio zeppo di fritti e salse.
Intorno alle 22 Ardig inizi la sua lunga marcia serale.
Camminava per stancarsi, per anestetizzarsi, per tenere la mente sgombra.
Senza nemmeno rendersene conto si avvi verso piazzale Loreto, da l in via Andrea Costa risalendo su al Casoretto,
fino a via Leoncavallo. Costeggi via Mancinelli, la traversa oscura, dove nel tardo pomeriggio del 18 marzo
1978 erano stati freddati Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,
due diciottenni, uccisi con otto colpi di fronte al cancello della Sir James Henderson School.
Ardig era preparato in materia, aveva appena finito di leggere un ottimo thriller, Strani eroi, dello scrittore milanese Alessandro Bongiorni, che ricostruiva perfettamente la vicenda di quei due diciottenni, vittime di Stato meno illustri rispetto a Moro e per questo rimaste senza giustizia.
Gli estremisti di destra misero subito la loro firma su quel duplice delitto, con svariate rivendicazioni attribuite a note sigle fasciste come i Nuclei Armati Rivoluzionari innescando una spirale di violenza metropolitana, che avrebbe portato ad altri omicidi, ad altre morti, fino alla bomba del circolo Orione.
Era iniziato tutto l, una piccola guerra dentro una guerra pi grande, in una matrioska di odio politico.
Prosegu andando su, verso via Palmanova, verso il nulla, senza una meta, trasportato dalle gambe, dalla voglia di scappare dai suoi demoni.
Le lacrime scendevano calde sulle guance, fino alla bocca.
Sgorgavano come l'acqua dalla roccia.
Deborah era in piena crisi isterica.
Si contorceva sul divano, abbracciando un cuscino sfogandosi e urlando per la rabbia, per la delusione e fregandosene dei vicini che forse la sentivano.
Rimase cos per un tempo indefinito poi si rialz e and in bagno a ricomporsi.
La confezione era ancora intonsa: dentro due misurini per l'urina, due test, da ripetere a distanza di otto ore.
Con il cuore a battere impazzito, in attesa di vedere se a colorarsi sarebbe stata solo una striscia.
Oppure due.
A cinquant'anni, in una sera di inverno, Deborah Pollini vide per la prima volta allo specchio una donna sola, che aveva oltrepassato la soglia della mezza et, senza nessuna ragione di vita se non il suo lavoro da magistrato e il fiore della sua bellezza che stava iniziando ad appassire.
Per la prima volta quel vetro le mostr l'immagine di una donna spaventata come non lo era mai stata, per un ritardo vicino alle due settimane. In un'et in cui dovrebbe essere quasi impossibile poter ancora procreare.
Quasi.
Eppure bastava quel quasi, bastava quel solo pensiero per far vacillare ogni sua certezza di donna matura.
Con la confezione in mano si avvicin al calendario di una nota marca di creme per la pelle.
L'ultima data cerchiata in rosso, quella dell'inizio del precedente ciclo mestruale, era trentanove giorni prima, la
mattina in cui chiudeva il trolley e chiamava il taxi, direzione Malpensa per volare dall'altra parte del mondo, ad Antigua, l'isola da sogno. Un'altra isola da sogno.
Ne aveva visitate tante, vissute tante.
In ogni oceano, in ogni emisfero.
Sempre da sola, in cerca di emozioni segrete, inconfessabili ed egoiste. Da non condividere, da far defluire lungo il volo di ritorno e smaltire appena atterrata, insieme al jet lag.
Vino, cocktail, salsa e merengue. Sole e sale sulla pelle.
E poi loro.
Diversi ogni volta, eppure sempre e uguali, nell'Oceano Indiano come in quello caraibico... come Gaston e Baldwin, i suoi accompagnatori perfetti in quei giorni meravigliosi.
Ragazzi dallo splendido sorriso malinconico e dal sangue caliente. Maschi che prestavano il loro corpo levigato a quelle donne sole per quelle notti mercenarie, illudendole di metterci anche il cuore e qualcosa di speciale che rendeva quella finzione cos piacevolmente reale.
L'inganno della coppia perfetta nell'eden tropicale.
Passeggiate a piedi nudi sulla battigia, balli con ritmi latini, cenette afrodisiache con la risacca in sottofondo, candele a illuminare la sera. E a seguire quelle notti infinite, prendendosi nei bungalow, nel patio, a volte anche sotto la luna sulla spiaggia.
Funzionava solo l, per pochi giorni, in quel palcoscenico esclusivo dove differenze di et, di gradazione cromatica della pelle, di estrazione sociale e provenienza geografica si cancellavano per reciproca convenienza.
Differenze sacrificate sull'altare di due dei pagani, eros e denaro.
Eppure era stata prudente con loro. S, lo era stata, forse.
O forse no, forse non sempre.
E poi c'era stato lui, l'uomo in nero, a Milano, al ritorno a casa.
Scoppi a piangere a dirotto.
Non sapendo nemmeno lei che cosa avrebbe preferito.
Poi si calm, afferr il cellulare per digitare un messaggio scritto di getto: Ti ho aspettato, ho sperato, mi sono illusa. Sei il peggio che potesse capitarmi di incontrare.
Non vali nemmeno il tempo che sto sprecando a scriverti.
Non vali le lacrime che sto piangendo per colpa tua.
Ardig rientr a casa intorno all'una senza neppure guardare il telefono.
Era stanco fisicamente come non si sentiva da tanto.
Fece in tempo a spogliarsi e infilare una felpa con il cappuccio, prima di coricarsi e addormentarsi come un sasso con un black out mentale totale.
Buio assoluto.
...
.
...
5.
...
.
...
Una pioggia di fuoco sta trasformando piazza Giovine Italia in un campo di battaglia.
Il bandito con il Remington sta sparando a ripetizione, all'impazzata, contro l'Alfa dei Carabinieri che restano accovacciati sul marciapiede, con la macchina a fargli da scudo protettivo.
Il mitragliere  rimasto sul sedile. Hanno solo le pistole e sono in due, troppo poco per controbattere alla potenza dei fucili dei malviventi.
E per seicentomila lire al mese in busta paga non vogliono fare gli eroi.
I banditi approfittano di quei pochi secondi di tregua.
Quello pi deciso rincula per aiutare l'altro che sta trascinando il ferito. Li spinge entrambi sul sedile posteriore, poi scarica i
pallettoni del Remington contro la vetrata della farmacia seguito dall'eco dei vetri in frantumi e dalle grida isteriche che rimbombano ovunque.
Avanza verso il centro della strada.
Vuole loro, vuole i due militari, i servi del regime. Il suo istinto omicida lo costringe a quella follia: vuole il loro sangue.
Un colpo diretto al cofano della Gazzella, per fracassare il motore.
I suoi complici lo chiamano, urlano, strillano.
Lui non li sente.
Un altro colpo verso la Gazzella, solo in quel momento vede una volante della Polizia che sta arrivando da piazza Virgilio.
La vedono anche i banditi sulla 130 che decidono all'istante di abbandonare il complice.
Mollalo l. Cazzo, vai urla quello dietro che sorregge il ferito.
L'autista schizza in retro e inverte la marcia sgommando verso piazza della Conciliazione.
Il bandito con il Remington arretra di qualche passo, prende la mira e con una fucilata centra il parabrezza della volante in arrivo. L'auto sbanda e si schianta contro le macchine in sosta.
La 130  gi scomparsa in via Guido d'Arezzo.
L'uomo con il Remington fugge a piedi nella traversa laterale, correndo verso le villette delle vie limitrofe.
Di colpo nella piazza rimbomba un silenzio carico di terrore.
Bossoli sull'asfalto, vetri infranti, una chiazza di sangue sul marciapiede.
Uno dei due Carabinieri si rialza da terra e guarda l'orologio pubblico sul marciapiede. Segna le 11,06.
L'inferno  durato due minuti, ma sono sembrati due secoli.
Dalla farmacia escono i commessi con il camice. Sbraitano, sono sconvolti, gridano indicando la gioielleria.
Il signor Prover si intravede dalla strada.
 riverso vicino al bancone, in un lago di sangue.
Milano, 7 dicembre 2018.
Il venerd di festa per la citt era arrivato.
La prima della Scala con la messa in scena del discusso Attila di Giuseppe Verdi, l'atteso cinema davanti al
teatro Piermarini, sotto lo sguardo severo della statua di Leonardo da Vinci che avrebbe vigilato sul prima e sul dopo. Annunciate le solite contestazioni con le solite bandiere arcobaleno e quelle di un rosso sempre pi sbiadito e fuori dal tempo con i partiti di sinistra ridotti a percentuali da prefisso telefonico alle urne, senza leader e senza una bussola politica da seguire. La protesta in piazza era confinata a pochi invasati, i soliti noti, gente che avrebbe protestato a prescindere, solo per esistere, per esserci.
Perch poi mancavano i bersagli della loro protesta, quella sera non ci sarebbero stati n il presidente del Consiglio n i suoi due giovani vicepremier, i volti pi autorevoli dell'esecutivo, rappresentato solo da qualche ministro secondario di cui nessuno conosceva la faccia.
Eppure la protesta si sarebbe fatta lo stesso, con i classici slogan triti e ritriti, qualche fumogeno e qualche spintone alle transenne, giusto per ricordare che quei pochi, pronti a sfidare il freddo e l'indifferenza del resto della citt, c'erano ed erano sempre tosti e decisi.
L'apice dello show era previsto all'arrivo dei macchinoni da cui sarebbero scesi gli ospiti in smoking e le signore impellicciate.
Nulla di nuovo, con antagonisti e centri sociali a urlare la loro rabbia e gli altri a schifarli con lo sguardo, prima di infilarsi sotto il portico dell'ingresso e spostarsi nel foyer ignorando i fumogeni e gli slogan. Coriandoli di dicembre innocui e inutili.
Un copione gi scritto.
Quella mattina un tappeto uniforme di nuvole grigie nascondeva il sole da qualche parte. La temperatura intorno ai due gradi.
Per qualche mattina niente corsa.
Ardig stava sfogando l'incazzatura per il messaggio della Pollini, che aveva visto appena sveglio, dandoci sotto con i pesi.
Aveva attrezzato un angolo dell'unica stanza living, il
soggiorno, sistemando una panca con bilanciere e qualche manubrio. Mezz'ora di sollevamenti ripensando all'assurda scenata della Pollini di qualche sera prima, prologo dell'altrettanto assurdo messaggino ricevuto sul telefonino.
L'egoismo allo stato puro coniugato al femminile.
Vaneggiava di lacrime che non aveva mai versato.
Da che pulpito pretendeva di fargli il predicozzo? Per cosa? Per non essersi presentato a una cena?
Proprio lei, che assurdit! Quando lui aveva cercato di trasformarla in qualcosa di diverso da un'amante, era stata lei ad aver messo una distanza siderale tra loro, allontanandolo, negandosi, evitandolo. E ora gli faceva sfuriate uterine, come se fosse una donna perbene ingannata da un uomo dalle promesse facili? Assurdo. Inspiegabile.
Semplicemente, ragionava, stava attraversando una crisi di mezza et. La menopausa le stava sballando gli ormoni e l'umore e se la prendeva con lui.
Certo se lei avesse saputo di Rebecca, degli incubi che lo stavano perseguitando...
Caric sul bilanciere trenta chili per parte e inizi a pompare tre serie di panca piana, indurendo i pettorali.
Deborah Pollini non aveva chiuso occhio tutta la notte.
Per un po' si era rigirata nervosamente sotto le coperte, fino alle 3. A quel punto si era alzata, in cerca di un coraggio che avrebbe voluto dividere in due, mettendone ciascuno una met. Ma in quella notte difficile era una donna sola che non poteva appoggiarsi su quell'uomo solo.
Cos la parte di coraggio mancante l'aveva cercata in un bicchiere di whisky e in una sigaretta del pacchetto di Camel blu dimenticate da lui qualche sera prima, dopo l'amplesso, dopo il litigio, dopo quelle parole cattive che l'avevano sfregiata nell'animo.
Aveva bighellonato un'ora tra il salotto e la finestra affacciata su Largo della Crocetta, silenzioso e deserto.
Intorno alle cinque si era decisa.
Conosceva a memoria le istruzioni. La prima urina del nuovo giorno brill dorata in un bicchiere trasparente in cui immerse il misuratore, simile al termometro che indica la temperatura corporea.
Attese i cinque minuti pi lunghi della sua vita pregando un Dio di cui si era scordata da troppi anni.
Pregava da sola, senza di lui.
Rintracciare i taxisti sarebbe stato semplicissimo avendo gli orari degli scontrini fiscali. L'agente Scalise, incollato al telefono, ne aveva gi contattati un paio. Gli altri li avrebbero sentiti nel pomeriggio.
Nel frattempo Ardig si doveva sorbire il consueto pellegrinaggio dall'anatomopatologo.
In corridoio aveva incrociato il vecchio dottor Brasca, con cui aveva collaborato per almeno tre lustri. Da un annetto il coroner aveva chiuso baracca e burattini, andandosene in pensione dopo quarantacinque anni di onorata carriera necroscopica. Quasi mezzo secolo a sviscerare corpi morti, martoriandoli con il bisturi, per estirpargli segreti postumi.
Ne aveva viste tante, troppe. Persino i brandelli dei corpi di quei diciassette poveretti dilaniati dalla bomba alla Banca dell'Agricoltura, la mattina successiva all'esplosione di piazza Fontana, quando era un giovane tirocinante.
Non si era mai dimenticato l'odore di mandorle amare e di carne bruciata che sprigionavano quei monconi anneriti dalla deflagrazione.
Da allora era stata una lunga discesa, tra cronaca e storia.
Sul freddo del suo tavolo erano passati centinaia di signor nessuno, uccisi per soldi, per vendetta, per invidia, per rancore, per amore. E anche tanti nomi illustri da vivi, o diventati illustri da morti: ricordava i ragazzi degli anni di piombo, i neri e i rossi, i Ramelli
e Pedenovi, i Fausto e Iaio. Ricordava il giornalista Walter Tobagi, il banchiere Michele Sindona, persino l'imprenditore Raul Gardini.
E poi, rivivendo un dj vu dell'orrore di piazza Fontana, un quarto di secolo dopo, quei poveri vigili urbani saltati in aria davanti al Padiglione di Arte Contemporanea in un'afosa notte di luglio del 1993, dilaniati da una bomba di mafia.
Tanti, troppi.
Non ricordava volti o ferite. Solo alcuni nomi.
E gli odori, quelli s.
Era passato soltanto per recuperare vecchi fascicoli e per una macabra curiosit.
Era sul pezzo, era informato dei clienti che riposavano nelle celle frigorifere.
Ma lo sa che avevo fatto io il post mortem - definiva cos l'autopsia - a quel povero sindacalista dell'Alfa che era stato ucciso al Portello?.
Ardig annu senza domandargli se avesse davvero partecipato anche all'esame settorio di Serassi o si fosse solo limitato a farsi raccontare i dettagli dal suo allievo e successore, il dottor Ruggero Salerno, che li raggiunse uscendo dal bagno invitandoli al bar per un caff.
Buon segno, significava che la necroscopia era stata rapida.
Un lavoro pulito da parte dell'assassino consente un lavoro altrettanto pulito al coroner.
Il resoconto avvenne ai tavolini del bar interno, come accadeva fino a un annetto prima, quando Brasca era ancora titolare e non spettatore.
Niente aperitivo alle dieci del mattino. Brasca al posto dei salatini e delle patatine ordin un paio di croissant ripieni e un cappuccino molto zuccherato.
Salerno chiese un caff. Ardig gli fece compagnia con una spremuta.
Due proiettili nell'area cervicale posteriore. La vittima era certamente seduta sulla poltrona. Non ha avuto movimenti scomposti. Non ha tentato di rialzarsi.
Ergo non ha cercato di reagire o scappare, non ne ha avuto il tempo. Colto di sorpresa da un killer vigliacco che ha esploso due colpi alle spalle, a tradimento.
I proiettili sono penetrati dalla nuca. I fori di entrata confermano che la traiettoria era verticale, dall'alto in basso. Mim la posizione della mano, tipica del colpo di grazia.
Un'esecuzione in piena regola. L'assassino aveva girato la poltrona e aveva fatto fuoco restando in piedi.
La dinamica dei fatti indicava una passivit anomala del Serassi.
Era chiaro che aveva fatto entrare lui l'assassino, che lo conosceva e si fidava. Avevano parlato, il padrone di casa si era accomodato in poltrona e quell'altro, piazzandosi dietro, aveva aperto il fuoco, oppure lo stava gi minacciando con la pistola e lo aveva costretto a starsene accucciato, tenendolo sotto tiro.
La modalit dell'esecuzione balistica ricordava quella del delitto di Matteo Sala. Solo un particolare non coincideva: alla Vettabbia il killer aveva esploso tre colpi, i primi due nell'area scapolare, il terzo alla nuca. Stavolta i colpi erano due.
Ma Sala era in piedi, Serassi era seduto, con la schiena protetta dalla poltrona.
Collocazione del decesso?
Lo avevano rinvenuto alle 22,30 del 5 dicembre. Ma per Salerno l'omicidio era avvenuto in un arco temporale precedente, intorno alle settantadue ore.
Azzarderei nella notte tra sabato e domenica.
Matteo Sala era stato certamente assassinato nella mattina del sabato. Presumibilmente intorno alle 10.
Serassi era andato all'altro mondo una manciata di ore dopo.
Brasca conosceva il morto, lo ricordava da giovane e lo aveva riconosciuto da sessantenne per cui non si trattenne dal dire la sua.
Qualche fascista che gli ha finalmente saldato il conto?
Presto per dirlo, senza dubbio questo delitto  collegato a quello di Matteo Sala tagli corto Ardig che non aveva voglia di esternare i suoi pensieri ai due anatomopatologi, al titolare e all'emerito.
Salut i due coroner per tornare nel mondo normale.
Il cellulare squill in quell'istante.
Il numero personale di Paolo Rossi, il direttore del carcere di San Vittore. Pochi secondi, telegrafico, per annunciargli che il professor Nebuloni era stato ricoverato precauzionalmente per un malore cardiaco.
Deborah Pollini si era data malata con un SMS alla sua segretaria.
Alle dieci del mattino si aggirava in casa scalza, con addosso solo la vestaglia di pizzo nero. Sul viso un trucco pesante, le labbra sembravano due fette di anguria.
Si osservava allo specchio, si fece un paio di selfie con il cellulare.
Si era depilata l'inguine a striscia, quel suo vezzo mutuato dalle pornostar americane. Sembrava una di loro in quel momento... mancava solo che un giovanotto vestito da idraulico o da ragazzo che consegna le pizze suonasse per dare il via al copione. Il film della sua vita quando svestiva la toga.
Cougar disinibita, cacciatrice seriale di uomini pi giovani, al mare, nei resort, dove nessuno la conosceva, negli alberghi durante le trasferte e nella vita reale, a Milano.
Ardig non era il solo. Non era l'unico.
Era semplicemente diventato il pi frequente, il pi assiduo negli anni perch le dava quello che lei cercava e che voleva anche lui: calore senza scaldarsi e senza scottarsi.
Un gioco pericoloso, anche per due adulti, perch poi, un giorno, qualcosa va in frantumi.
Aveva cestinato il secondo misurino. Anche il secondo test, rifatto da pochi minuti, era risultato negativo.
Falso allarme.
Nessuna gravidanza agli albori.
Come poteva pensare di essere rimasta incinta a cinquantanni?
Forse semplicemente erano le avvisaglie dell'arrivo della menopausa a sconvolgerle gli ormoni, catapultandola in quella landa ignota della mezza et. Proprio lei, l'impersonificazione della milf, la Lisa Ann di Largo della Crocetta!
Davanti allo specchio era ancora arrapante, come se il tempo non la scalfisse. Non ancora.
Si palp voluttuosamente i seni.
Prov a masturbarsi, a eccitarsi. Per trattenere il pianto.
Alla fine afferr la bottiglia di whisky, ci si attacc con la bocca e la svuot in meno di dieci minuti.
Il professor Nebuloni aveva avuto solo un mancamento, dovuto a un calo della pressione arteriosa.
Era stato trasferito in una stanza singola della piccola clinica dell'ospedale San Giuseppe, situato a poche centinaia di metri dal carcere di San Vittore, peraltro proprio nell'omonima via.
La solita passeggiata tra i vicoli del centro storico.
Una trafila di controlli decisamente pi rapida.
Fuori dalla camera, in corridoio, un agente della Penitenziaria per evitare un improbabile pericolo di fuga.
Nebuloni riposava in un letto ospedaliero, attaccato a delle flebo di ricostituente. Il solito aspetto scheletrico, che metteva in risalto quel pallore lunare della sua pelle emaciata.
Era sveglio. Guardava verso la finestra, dove intravedeva uno spicchio dei caseggiati circostanti.
Non fu stupito quando vide Ardig entrare.
Il capo della Omicidi era gi stato rassicurato sulle
condizioni di salute del paziente dal primario del reparto di Medicina Generale.
Si avvicin al letto, allungandogli i giornali della sua mazzetta. In pratica tutti i quotidiani milanesi in edicola quella mattina.
Almeno avr qualcosa da leggere, immagino che qui le giornate saranno lunghe.
Nebuloni abbozz un accenno di sorriso.
L'hotel non  male. E almeno qui vedo delle facce nuove.
Credo che anche la cucina non sia cos malaccio qui, se solo si decidesse a interrompere il suo digiuno.
Nessun digiuno, semplicemente non ho fame.
Ardig scosse la testa indicandogli le flebo.
La terranno in vita per anni.
Me lo ha gi detto. Sta diventando ripetitivo. E venuto qui solo per questo?
Il commissario fiss l'uxoricida. Indossava una di quelle pettorine azzurre senza maniche, di quelle che il personale sanitario infila ai pazienti del pronto soccorso. Sulle gambe le tipiche calze di tessuto elastico aderente, per evitare i trombi generati dalla mancanza di deambulazione.
Quel relitto era l'ombra dello psichiatra forense che tante volte li aveva affiancati nelle indagini, tuttavia decise di consultarlo, come aveva fatto in passato.
Ha voglia di ascoltarmi?
Nebuloni si stup un solo istante prima di annuire indicandogli la prima pagina de Il Giorno.
Walter Serassi, soggetto interessante. Di tempo ne ho, mi dica.
No, non sono qui per lui.
Non  venuto per la sua indagine?
No, sono io che ho bisogno del professor Nebuloni.
Ah, questa poi... prego, a sua disposizione. Tutto quanto mi dir rester vincolato dal segreto professionale.
Lo so, sono qui per questo.
Altrimenti pu rivolgersi a un sacerdote.
Sembrava sapesse di don Stefano.
Troppo complicato, meglio uno psichiatra che un religioso.
E poi non mi serve nessuna assoluzione.
Gli raccont di Rebecca Adorni.
Dell'inseguimento fino al promontorio di Sirmione, della bufera di pioggia e vento, della decisione di fare fuoco un istante prima che fosse lei a sparare all'ostaggio, l'amico giornalista Federico Malerba. Aveva ucciso un'assassina, per salvare la vita di un innocente.
Per questo si era gi assolto e non gli occorreva che, a sgravargli la coscienza, fosse un prete con crocifisso e formule in latino e infatti, per sei anni, aveva vissuto in pace con il proprio spirito. Fino a qualche notte prima.
Nebuloni ascolt pazientemente prendendo appunti mentalmente.
Socchiuse gli occhi e poi parl con un filo di voce: Il suo subconscio ha liberato nella fase onirica un ricordo che la sua razionalit le impediva di far emergere.  a questo che servono i sogni, a far riemergere quello che  dentro di noi e di cui a volte ignoriamo persino l'esistenza.
Servono per sfogare, un po' come i vulcani con il materiale magmatico che si trova sotto la crosta terrestre e ha bisogno di emergere in superfice.
E perch il mio subconscio ha aspettato sei anni per eruttare?
Non c' una spiegazione scientifica. Semplicemente era il tempo necessario per elaborare quello che per lei resta un dolore, accompagnato da un'ineludibile forma di rimorso.
Nessun rimorso, ho sparato perch era l'unica opzione possibile rispose convinto. Troppo convinto.
Commissario, vede, il nodo da sciogliere  proprio questo. La sua testa non  un'aula di tribunale. Non ci sono codici, leggi, regole di ingaggio. Per la giustizia ordinaria lei, un poliziotto, in un'azione nell'ambito della legge
e dei suoi poteri, ha agito stando nei limiti del suo mandato.
Ma dietro quella divisa, che peraltro non indossa, lei  sempre un uomo con il suo corollario di sentimenti, di paure, di angosce.  un uomo che ha spezzato una vita umana, una vita giovane, per di pi una vita femminile. 
comprensibile che un turbamento la perseguiti, la suggestioni.
Parliamo della vita di una persona che aveva gi ucciso e avrebbe ucciso ancora. '
Tutto vero, ci mancherebbe. Tuttavia  lei ad aver coltivato dubbi, dentro il suo inconscio, laddove nessuno pu accedere e vederla. E giudicarla. I suoi sono gli stessi dubbi umani che hanno accompagnato milioni di uomini prima di lei: soldati che uccidevano nemici della loro et nelle battaglie corpo a corpo, guardando gli avversari negli occhi prima di colpirli e pur sapendo di non avere alternative, di non averlo scelto. Il suo male interiore  un male che accompagna ogni essere umano ogni qual volta, a una sua azione, corrisponde una conseguenza negativa per un altro essere umano, nel suo caso una conseguenza estrema. Si tratta di un senso di colpa incontrollabile, spesso determinato proprio da fantasie o da deformazioni irrazionali della realt percepita, tramutandosi in una patologia che inficia la nostra autostima, per sfociare in una forma di ansia o persino di depressione.
Ardig annu.
 un fardello che mi porter dietro per sempre?
Forse. O forse no. Dipende da quanto vorr essere indulgente con se stesso. Ma, se mi posso permettere, questo  anche un segnale che le sta dando il suo cervello, ricordandole che, anche lei,  un semplice essere umano che ha dovuto togliere la vita a un altro essere umano. Quel dovuto
 quello che la differenzia da quelli come me, dagli assassini, che hanno ucciso senza quel dovuto a giustificare il loro atto criminale. In questa differenza semantica c' il confine, una linea rossa, ben visibile, che lei non ha
oltrepassato. Deve solo razionalizzarlo. Con il tempo succeder.
E nel frattempo?
Dovr convivere con i suoi fantasmi, come tutti. Del resto lei non  quel tipo di paziente a cui potrei consigliare delle erbe che inducono il sonno e un accertato rilassamento della facolt mentali e oniriche. O no?
No.
E neppure un trattamento farmacologico con ansiolitici o antidepressivi.
Preferisco l'alcool e il fumo.
Ecco, appunto, per la gioia del suo fegato e dei suoi polmoni. E allora si rassegni. Sar il suo subconscio a riportare Rebecca in un angolo buio.
Diagnosi ermetica e nessuna terapia.
Ardig ristabil i ruoli originari.
E lei per quanto tempo ancora dovr punirsi?
Nebuloni indur il viso.
Si sono invertite le parti, adesso pensa di potermi psicanalizzare?
Con tutto il rispetto, a ognuno il suo mestiere in base al percorso di studi compiuto.
Non pretendo di rubarle il lavoro, mi basta fotografare la realt che ho davanti agli occhi replic, indicandogli la stanza ospedaliera.
L'uxoricida abbass le palpebre, come se gli pesasse tenerle sollevate.
La prego, non insista. Almeno lei.
Professore perch non fa domanda per la concessione della custodia cautelare nella forma dei domiciliari?
Ne ha diritto con il suo stato di salute.
A parte il banale fatto che non ho pi una casa, che mi  stata pignorata per il giusto risarcimento economico chiesto dai familiari di Giovanna, e a parte il fatto che non ho nessuno che mi ospiterebbe, la risposta, semplicemente : no grazie. Ho un percorso da compiere, lo sto compiendo e andr fino in fondo.
Anche a costo di finire al cimitero?
Un giorno ci finiremo comunque. E la mia vita  finita quella notte. Da allora io sopravvivo a me stesso. Sopravvive questo corpo macilento, tutto quello che ospitava se ne  andato quella notte. Sono solo un guscio vuoto da buttare nel cassonetto dei rifiuti. Ma di quelli inquinanti, tossici.
Un muro di gomma impenetrabile.
Ardig decise di lasciar perdere.
Faccia come crede, basta solo che non debba pagarle io il funerale.
Si rassereni, sono un detenuto dello Stato, tocca a tutti i contribuenti pagarmi l'ultimo viaggio.
Arrivederci allora.
Grazie per avermi fatto visita.
Fine delle schermaglie, non aveva altro tempo da sottrarre alla sua indagine.
La biblioteca Sormani sorge a due passi dal Tribunale, nella zona che, fino a un paio di secoli prima, era il porto fluviale di Milano, il Verziere, dove confluivano i Navigli prima che venissero interrati e sepolti in tunnel di cemento che correvano sotto la citt.
Una scelta assurda, dettata a inizio Novecento da ragioni di pubblica salubrit.
Ora Milano discuteva di riportare alla luce quei corsi d'acqua disegnati dal genio di Leonardo da Vinci su richiesta del visionario Ludovico il Moro, il tiranno che aveva cercato di fare grande il ducato di Milano sfidando tutti, anche i francesi, e che sognava di collegare la sua citt d'acqua al mare di Venezia.
Il suo progetto stava tornando a vivere cinquecentoventi anni dopo, o gi di l. Un progetto ambizioso. Sventrare l'asfalto del cuore cittadino e riaprire i Navigli in centro, trasformando la metropoli delle mille luci in una citt dell'acqua sul modello di Amsterdam.
Un sogno lontano ancora qualche anno, ma pi vicino rispetto al passato.
Il presente era uno slargo di cemento intriso di smog.
La Sormani era ospitata dentro un elegante palazzotto presidiato da tornelli. L ogni cittadino pu scorrere gratuitamente volumi, testi e i microfilm dove sono stati trasferiti in formato digitale i contenuti cartacei dei principali quotidiani milanesi del secolo scorso, prima dell'avvento del web. Un archivio che custodisce la cronaca del Novecento, consultato da migliaia di persone ogni settimana.
Walter Serassi probabilmente lo frequentava da giovane, quando era uno studente universitario e lo aveva frequentato nei suoi pochi giorni trascorsi sotto la Madonnina, prima che tre proiettili lo spedissero all'altro mondo.
Un'impiegata di nome Diletta, un po' recalcitrante nonostante un regolare mandato della Procura di Milano esibito dall'ispettore Santoni, li accompagn a una postazione e, dopo aver inserito una password e avviato una ricerca, fu in grado di mostrargli i quotidiani consultati da Serassi nel corso di due diverse visite avvenute a raffica nelle mattine del 25 e 28 novembre.
Probabilmente, con il senno del poi, gli ultimi giorni di vita dell'ex terrorista.
Gli stava mostrando l'ordine cronologico delle ricerche dell'utente che aveva iniziato sfogliando La Notte, il quotidiano del pomeriggio chiuso nel gennaio del 1995.
Nella sua visita del 25 novembre l'irriducibile aveva visionato le edizioni del quotidiano di piazza Cavour dell'aprile del 1981, ma senza stampare nulla.
Santoni intu immediatamente cosa stesse cercando Serassi: era stato arrestato la mattina del 6 aprile 1981. E
infatti a pagina 3 de La Notte campeggiava un titolo:
LO HANNO PRESO. IN MANETTE WALTER SERASSI.
Nell'occhiello era spiegato: L'ex Prima Linea fermato dai Carabinieri.
L'ispettore capo scorse velocemente l'articolo firmato da Beppe Ravasio: Si nascondeva in un appartamento signorile in via Ampre, nelle case dove alloggiano gli studenti fuori sede. Si era tinto i capelli castani, indossava occhiali finti e si spacciava per un iscritto alla facolt di Architettura.
In realt, dietro all'insospettabile Mario Bassani, dentro gli zaini e i tubolari ospitava una rivoltella sempre carica. A
indirizzare la squadra speciale del colonnello Fattori, uno dei ragazzi di Dalla Chiesa, una soffiata anonima....
Gli altri articoli variavano nella forma, ma non nella sostanza.
Serassi aveva quindi visionato i quotidiani dei giorni successivi dove venivano spiegate dettagliatamente le fasi dell'arresto, la trattativa con il terrorista asserragliato nel suo bilocale, il bluff della minaccia di farsi saltare in aria, pur non avendo alcun esplosivo fino alla resa.
Lo avevano immediatamente trasferito lontano da Milano, a Fossombrone, nell'Alcatraz degli Appennini, con mafiosi ed eversivi.
Su La Notte il 17 aprile Ravasio calcava sulla soffiata anonima: A imbeccare gli uomini di Dalla Chiesa una telefonata della sera precedente, fatta da un apparecchio pubblico, poche parole per snocciolare l'indirizzo di via Ampre e la vera identit dello studente di Architettura che vi alloggiava.
Il cronista chiudeva con una considerazione: Secondo gli inquirenti a tradire Serassi sarebbero stati i suoi sodali, per toglierlo dalla piazza e fermare l'assurda scia di sangue di cui si stava macchiando le mani, gettando ulteriore ostilit nei confronti della galassia eversiva.
Tradito dai compagni. Anzi no, punito con l'arresto.
L'ispettore annot tutto mentalmente, formandosi un'idea: a tradire Serassi era stato Matteo Sala?
La seconda razione della cronologia era avvenuta tre giorni dopo.
Il 28 novembre Serassi aveva nuovamente consultato
Corriere, Il Giorno, La Notte e l'Unit. Stessi quotidiani, forse perch conosceva i giornalisti dell'epoca e la loro affidabilit nel raccontare i fatti di cronaca, con l'aggiunta de l'Unit.
Questa volta aveva visionato le edizioni del 30 marzo
1981, quelle della prima settimana di aprile e anche quella pomeridiana de La Notte del 29 marzo. Erano gli articoli che si era poi fatto stampare, anche se nella sua abitazione non ce n'era traccia. Si trattava dei resoconti sulla rapina a una gioielleria in piazza Giovine Italia. Rapina finita nel sangue, con il titolare ucciso e un bandito gravemente ferito.
Poi inspiegabilmente Serassi era saltato alle edizioni di agosto, quelle del 5, 6, 7 e 8 agosto 1981, anche qui senza stamparsi nulla.
Santoni pass in rassegna le pagine di cronaca.
Sulle BR non c'era molto. Forse anche i brigatisti staccavano la spina per le ferie, come le tute blu e i colletti bianchi e non c'era alcun articolo che si riferisse all'irriducibile.
Quel giorno per la sua ricerca era proseguita con un balzo temporale di oltre trent'anni.
Aveva sfogliato le edizioni del Corriere della Sera e de Il Giorno dei primi quattro mesi del 2011, anche questa volta senza stampare nulla. Impossibile intuire cosa stesse cercando, troppo ampio il periodo della ricerca.
Diletta, la bibliotecaria che li aveva affiancati, attese che il suo compito fosse esaurito prima di porre una domanda.
 per quell'uomo ucciso a Quarto Oggiaro?
Santoni annu.
Se lo ricorda quando era venuto qui?
Gli indic un collega, un trentacinquenne dall'aria preoccupata. Si present come Gianluca. Non tanto alto, magro, la faccia inespressiva, uno di quelli che non noti mai e che forse vuole proprio quello: non farsi notare.
Sul monitor del computer la pagina milanese di il Giornale.it con la foto di Serassi da giovane, quando era un irriducibile.
Mi ricordo di questo signore esord titubante.
Ne  sicuro?
Santoni era scettico per l'atteggiamento del ragazzo che invece continu: S, era... come dire... spaesato. Si guardava intorno, aveva un modo di fare strano.
L'ispettore lo lasci proseguire.
Voleva che gli aprissi le finestre web per una ricerca, ma quando gli ho chiesto un documento per registrarlo si  irrigidito. Gli ho spiegato che era obbligatorio per le leggi dopo gli attacchi terroristici degli estremisti islamici.
Santoni si stup di come aveva rimarcato islamici per connotare quegli attentati e distinguerli in qualche modo dal terrorista con cui aveva interagito per un breve frangente.
E lui?
Si  rifiutato. Era, come dire, agitato, quasi spaventato.
Se ne  andato subito.
E lei cosa ha pensato?
Mah, nulla... che volesse scaricarsi dei video pornografici e quando ha compreso che lo monitoravamo si  imbarazzato e ha rinunciato.
Uhm, succede spesso?
Succede, succede... Tanto poi queste persone sa cosa fanno? Se ne vanno nei Phone center in periferia, dove bazzicano molti immigrati senza documenti e dove non ci sono controlli.
Lo specific, calcando sulle parole che trasudavano disprezzo per gli immigrati.
I tecnici della sezione Scientifica avevano gi esaminato proiettili e bossoli.
De Piccoli alle 10 della mattina stava sbocconcellando della frutta secca da un contenitore di plastica.
Hai rubato il mangime ai canarini?
Noci, mandorle e uva passata, proteine senza zuccheri assicurano il fabbisogno calorico senza aggiungere grassi declam il poliziotto in camice.
Il capo della Omicidi scosse la testa osservando la rotondit del suo giro vita.
A cinquantasei anni era sempre pi pingue. Eppure il grasso era ammassato a livello addominale, formando una sorta di ciambellone molliccio ancorato a una corporatura esile.
Ma in palestra ci stai andando?
Ovvio, sono sempre iscritto.
Essere iscritto non significa andarci.
De Piccoli sventol una mano per zittirlo, brandendo i referti con gli esami balistici.
Lo ha freddato con un una vecchia Star MMS, una calibro 7,63.
Mai sentita, che cazzo di pistola sarebbe?
Era in dotazione all'Esercito cecoslovacco negli anni Sessanta e Settanta.
Prima o dopo la primavera di Praga?
Cosa vuoi che ne sappia! Penso prima, dopo avranno avuto solo pistole sovietiche, no?
Un rottame, quindi borbott Ardig.
Non proprio, se tenuta bene  ancora un bel giocattolino...
e qualcuno ha saputo dimostrartelo, no?
Prima una Luger P08, ora una Star MMS. Uomini dimenticati dal tempo ammazzati con pistole dimenticate dal tempo.
Non rilascia bossoli, per questo non li avete rinvenuti a casa della vittima.
Un'altra affinit con l'esecuzione di Matteo Sala.
Un caff al bar per aggiornarsi sulle rispettive novit, poi tutti nell'ufficio del commissario.
Stavano per consultare il passato per decifrare il presente.
Ardig osservava stupito i fogli stampati dal brigatista alla Sormani.
Erano articoli del Corriere, de Il Giorno e de La Notte del 29 e 30 marzo 1981. Un'occhiata veloce bast per contestualizzarli: erano i resoconti della rapina di piazza Giovine Italia.
La rapina di piazza Giovine Italia era mitologica, quasi come quella del 1958 in via Osoppo, resa celebre dall'audacia e della perfetta sincronia di quei banditi che indossavano la tuta blu da operai.
In via Osoppo non avevano fatto del male a nessuno, non aveva sparato un colpo. In piazza Giovine Italia si erano lasciati dietro una scia di sangue.
Nei tanti anni in Polizia ne aveva sentito parlare spesso di questa brutta storia.
Dall'abbigliamento - al posto del toni, la tradizionale divisa blu degli operai, vestivano giubbotti scuri da avieri - sembravano giovani di destra, fascisti.
Un'auto rubata che inchioda all'angolo con via Boccaccio, uno resta a bordo con il motore acceso e il passamontagna sul volto, altri tre incappucciati con pistole e fucili a pompa irrompono in una nota gioielleria e in un paio di minuti fanno razzia di preziosi, orologi e contante ma, soprattutto, svuotano la cassaforte zeppa di gioielli.
Bottino pazzesco, superiore ai cinquecento milioni.
Prima di uscire uno di loro rivolge la pistola contro il titolare, Piermaria Prover, che eppure aveva le mani alzate e stava collaborando. Il rapinatore lo fredda esplodendo tre colpi, al petto e alla testa, ma si attarda e intanto fuori scoppia il finimondo.
Secondo il commesso della farmacia dall'altro lato della piazza, unico testimone dei fatti, era stata un'esecuzione, un omicidio gratuito e inutile.
Per pura casualit una Gazzella dei Carabinieri che sta transitando si ferma e ciocca con gli incappucciati.
Un minuto di guerra.
Un bandito rimane a terra in una pozza di sangue, i complici lo caricano a bordo e riescono a filarsela diretti verso San Vittore. Uno di loro fugge a piedi e scompare nelle strade limitrofe.
Secondo i testimoni quello ferito sarebbe proprio l'ultimo a uscire dalla gioielleria, il boia di Prover.
Si dileguano, incredibilmente, e di loro non si sapr pi nulla.
Quegli articoli fornivano i primi resoconti.
Il pi dettagliato era quello del mitologico Beppe Ravasio,
il nerista de La Notte, l'uomo degli scoop dell'epoca.
A raccontare i fatti, con i soliti virgolettati, il responsabile della squadra Furti e Rapine, altro personaggio leggendario di quella Milano di piombo e oggi sua memoria vivente, l'oracolo da interpellare per spalancare una finestra sul passato criminale di Milano: l'allora commissario Achille Sacchetti, il poliziotto senza pistola, il futuro prefetto di Milano e futuro senatore della Repubblica.
Ardig scosse la testa, prevedendo che avrebbe dovuto nuovamente fargli visita e quello lo avrebbe obbligato a sorbirsi un altro dei suoi terribili caff acquosi, il prezzo da pagare per conoscere i segreti del passato oscuro di quella citt violenta, un passato che intanto ritrovava leggendo quelle righe scritte con vocaboli dimenticati. Come quella rapina e quegli uomini, fantasmi spariti nella nebbia degli anni, riportati in vita in quell'inchiostro sbiadito dalla penna graffiante del Beppe Ravasio.
Erano in quattro, ma un quinto uomo probabilmente li aspettava poco lontano. Tutti con passamontagna in testa e giubbotti di pelle scura, uno di loro  rimasto sulla FIAT 130 blu, che risulta rubata e con targa contraffatta, gli altri tre sono entrati nella gioielleria di piazza Giovine Italia del povero Piermaria Prover, un commerciante conosciuto da tutti in zona Magenta e Porta Vercellina.
Un minuto circa, poi due sono schizzati fuori e il
terzo, attardatosi restando inspiegabilmente a sorvegliare il proprietario ha fatto fuoco, forse temendo una reazione del Prover...
Il giornalista insisteva sul fatto che il bandito avesse perso la testa, sparando senza un perch, perdendo tempo prezioso per la fuga e che il ferito fosse lui, il killer del Prover.
Ferito grave, come spiegava lo stesso Ravasio in un altro articolo, di appoggio: Uno di loro  scappato a piedi, gli altri su una FIAT 130 crivellata da colpi che non ha fatto molta strada, l'hanno ritrovata al Primaticcio dietro all'impianto per il pattinaggio. Il lunotto in frantumi, vetri ovunque e chiazze scure sul sedile posteriore. Nessuna traccia del ferito e degli altri banditi, delle armi e del bottino.
Un'auto con un complice li aspettava per condurli altrove. La Polizia sta setacciando in tutte le province limitrofe ospedali e ambulatori dove il rapinatore potrebbe cercare assistenza.
Ne avrebbe parlato al pi presto con l'ex senatore Sacchetti.
Stavolta non era una visita a sorpresa, Sacchetti lo aspettava scalpitante, come se il tempo fosse tornato indietro di quarant'anni catapultandolo nuovamente in prima linea. Sbirro in trincea nella grande guerra contro il crimine urbano.
Una botta di vita inattesa, che riportava sulla scena personaggi e volti che persino lui aveva quasi dimenticato negli anni, nei decenni, vedendo crescere i figli e la carriera, diventando nonno e senatore.
Ardig lo resocont, partendo dalla perquisizione nell'abitazione dei Serassi fino al sopralluogo nell'emeroteca della Sormani.
Sacchetti ascolt con un orecchio, mentre armeggiava ai fornelli per la solita venefica napoletana. Mentre la caffettiera si scaldava
inizi a esaminare i fogli stampati portati dal capo della sezione
Omicidi, quelli sulla rapina alla gioielleria Prover.
L'ex poliziotto senza pistola deform il viso in un'espressione corrugata rivedendosi molto pi giovane su quel nero su bianco.
Un caso irrisolto, uno dei pochi nella carriera di un investigatore che aveva arrestato mezza banda Cavallero, poi Vallanzasca, Turatello, Epaminonda e un lungo elenco di meno illustri rapinatori, duristi, sequestratori e malavitosi di vario genere, ma non terroristi e neppure assassini.
La rapina di piazza Giovine Italia restava una spina nel fianco che improvvisamente tornava a tormentarlo rivedendo quegli articoli, dove nero su bianco erano impresse quelle sue affermazioni da sbruffone, arroganti e presuntuose.
Li troveremo, a costo di ribaltare l'intera citt aveva promesso conversando con i cronisti, a caldo, mentre i necrofori infilavano il gioielliere nella bara di zinco.
Parole al vento, quei quattro erano spariti, compreso il ferito.
Sacchetti part da quest'ultimo.
Secondo i testimoni era stato colpito all'addome. E sul marciapiede aveva lasciato una chiazza di sangue che...
Scosse la testa.
C'era di mezzo un morto ammazzato, nessuna clinica privata lo avrebbe operato... e naturalmente non  passato da nessun ospedale pubblico. E certo non sono andati in Svizzera perch, tempo venti minuti, avevamo fatto blindare la frontiera riepilog ritrovandosi con la mente su quel marciapiede, in quella mattina dove la primavera tardava a presentarsi e sembrava ancora inverno. O inferno, con le sirene delle ambulanze, la gente che vociferava, i flash dei fotografi.
Dunque un medico che lo aveva raggiunto in un appartamento?
lo dest Ardig, riportandolo al presente.
L'unica possibilit, ma se hai un proiettile in pancia, con tutto quel sangue perso... quello doveva essere operato e in una casa puoi suturare, estrarre una pallottola, ma operare no, tecnicamente non  possibile. Servono anestesista, rianimatore e poi anche la degenza.
Ardig annu.
Il bandito doveva essere crepato durante la fuga, altrimenti lo avrebbero scaricato nelle vicinanze di un ospedale per farlo curare. Quello sarebbe stato zitto, sarebbe finito in galera e non avrebbe tradito i complici. Funzionava cos a quei tempi.
L'ex senatore si spost in cucina raccogliendo il richiamo della napoletana con il suo inconfondibile gorgoglio.
Ritorn un minuto dopo con il vassoio di metallo, la zuccheriera e le tazzine in cui vers la brodaglia nera strappando la solita smorfia sconsolata ad Ardig che gli indic quei resoconti giornalistici.
Sacchetti prese il caff e si alz dirigendosi verso la porta finestra per ammirare il cielo senza sole di quel dicembre milanese.
Era tutto grigio, solo nuvole, proprio come quella mattina di fine marzo di trentasette anni prima, senza sole, senza azzurro.
Una rapina per finanziare la lotta armata?
Lo domand a se stesso e si rispose da solo: Quei giubbotti di pelle da avieri, veniva da pensare che fossero gente di destra. Era una delle piste che avevamo valutato. Ma non avevamo veri elementi in mano. L'auto, la FIAT 130, era rubata, c'erano tante impronte confuse, loro si erano eclissati, la refurtiva pure. Avevamo messo sotto pressione gli informatori e i ricettatori, ma niente.
Il vecchio servitore dello Stato raccolse il vassoio con le tazzine vuote per riportarlo in cucina, poi torn ad accomodarsi sulla poltrona.
Ardig punt l'indice su un dato: il bottino, cinquecentocinquanta milioni. Una valanga di soldi.
Prover aveva in cassaforte un piccolo tesoro e qualcuno lo sapeva.
Gi.
Un basista vicino al gioielliere osserv Ardig.
L'ex prefetto annu con aria solenne.
Avevamo una flebile traccia. La targa della vettura del Prover, il gioielliere, era stata annotata dai nostri infiltrati nella Buoncostume, era tra quelle che la sera tardi bazzicavano il piazzale esterno al Cimitero Maggiore, al Gallaratese.
Ardig drizz le antenne, senza comprendere appieno il segnale indirizzatogli dall'ex superiore.
Lei  troppo giovane, non lo ricorda. Ma fino agli anni Novanta quel piazzale nelle ore notturne era uno dei punti di ritrovo per gli omosessuali milanesi, per incontri fugaci...
alcuni restavano in auto in attesa che qualcuno interessato li contattasse lampeggiando con i fari, altri invece stavano sul marciapiede, esattamente come le prostitute.
Dunque il gioielliere...
Proprio cos. Poteva aver adescato un ragazzetto da quelle parti e averlo ricompensato con un brillante o un orologio e magari essersi fatto sfuggire qualcosa di inopportuno che gli  costato la vita.
Una traccia importante.
Immagino avrete setacciato gli ambienti omosessuali...
Meno di quel che pensa, commissario. Erano i primi anni Ottanta, si rende conto di cosa significava l'omosessualit?
Un marchio infamante. L'opinione pubblica e la morale democristiana li definivano invertiti, pederasti o culattoni. Non c'erano le aperture mentali di oggi, non eravamo pronti. E nemmeno i comunisti allora li appoggiavano, perch preferivano puntare sul voto delle donne, delle mogli, delle madri, anche quelle di sinistra, per cui il concetto di famiglia era comunque sacro. Insomma, all'epoca gli omosessuali erano dei pervertiti per cui capisce anche lei... Prover era un padre di
famiglia, con tre figli, per cui di infangarne la memoria non ci andava proprio. Ne parlammo anche con il suo avvocato e anche lui ci chiese di desistere. Non so se pu capirmi davvero.
Faticava a comprenderlo, ma evit di rinfacciarglielo.
E Sacchetti riprese: Tuttavia i soffia ci avevano dato una dritta, su un ragazzotto che stava dalle parti di Cimiano
o Crescenzago, ora non ricordo pi, sicuramente nell'archivio troverete i miei verbali.
Si ferm a riflettere e a ricordare, trentasette anni dopo, come se fosse ieri.
Avevamo ribaltato il quartiere, ma questo ragazzo era letteralmente scomparso dalla circolazione, per cui abbiamo ipotizzato che fosse lui il bandito ferito. Probabilmente era deceduto per l'emorragia e i suoi complici lo avevano fatto sparire, magari in una colata di cemento di qualche cantiere.
Ardig annot mentalmente l'informazione.
Questo ragazzo, l'omosessuale, aveva svolto dei lavoretti in gioielleria, pare avesse risistemato dei mobili, robe cos...
Per cui, se fosse stato lui, poteva aver freddato il gioielliere perch temeva di essere riconosciuto.
Oppure - precis Sacchetti - per punirlo, per averne abusato sessualmente.
Ardig incamer ogni dettaglio tirando le sue conclusioni.
Se il Serassi aveva stampato materiale giornalistico su quella rapina, trentasette anni dopo, significava che l'ex terrorista era coinvolto e che quella batteria non era composta da fascisti, ma da gente di sinistra che voleva fingersi di destra per depistare le indagini.
Serassi poteva essere uno del commando. Forse si era accordato con dei rapinatori professionisti, con il solito criterio una testa una quota.
L'omosessuale poteva essere il secondo componente del commando.
E Matteo Sala, che aveva gi compiuto delle rapine a mano armata, poteva essere il terzo membro della banda.
Ripens al ragionamento di Santoni sugli articoli visionati nel primo giorno di consultazione degli archivi della Sormani.
Serassi aveva riletto gli articoli sul suo arresto, forse in cerca di un dettaglio riportato all'epoca. Magari sulla soffiata che aveva portato i grippa, i Carabinieri, come all'epoca li sbeffeggiavano i criminali, fino al pianerottolo dell'appartamento in cui si nascondeva da latitante. Certo se il soffia fosse stato Sala tutto avrebbe quadrato alla perfezione: Sala si vende il complice per non spartire il bottino e tenersi i quattrini per pagarsi la latitanza e l'altro, trentasette anni dopo, gli salda il conto.
Elementare. Anche troppo elementare.
Uno come Serassi per non si sarebbe fatto vedere al funerale della Casarsa con la sua futura vittima, non si sarebbe tenuto in un cassetto del salotto la pistola utilizzata per assassinarlo e un articolo di un quotidiano che lo riguardava.
Troppi errori che sembravano raccontare di un altro depistaggio.
L'incartamento della rapina di piazza Giovine Italia trasudava della stessa polvere e muffa di cui si stava intasando le narici da giorni. I faldoni processuali di Sala, quelli sulla bomba dell'Orione, quelle su Serassi, stava togliendo il sonno alle termiti che vegetavano in quei vecchi archivi cartacei.
La carta dell'involucro era sgualcita e scolorita dagli anni trascorsi. Chiss da quando tempo un investigatore non consultava quei documenti su quella rapina, almeno trent'anni, forse anche trentacinque.
La giustizia in caso di omicidio non prevede la prescrizione,
eppure Ardig non poteva non domandarsi che senso avesse indagare su un delitto accaduto trentasette anni e mezzo prima, in un tempo lontanissimo per rendere giustizia alla vittima e al suo carnefice.
Tuttavia questi casi restavano aperti, per sempre in attesa di un clamoroso colpo di scena, proprio come l'uccisione di Serassi.
Il fascicolo era corposo.
Le canoniche foto della scena criminis. Prima le foto del marciapiede, con i bossoli isolati e marcati attraverso i tradizionali cartellini numerici, poi l'interno della gioielleria con altri tre bossoli che raccontavano qualcosa di incredibile.
Non erano di un fucile o di un mitra, come avevano scritto nelle prime ore i cronisti confusi dalle notizie che si sovrapponevano, dando per scontato che fossero state utilizzate le normali armi impugnate dai duristi per avere maggiore potenza di fuoco e terrorizzare le vittime.
Non era cos, i colpi con cui era stato trucidato il Prover erano di una pistola di medio calibro.
Corse a sfogliare i referti balistici.
Le foto dei bossoli lo colpirono in pieno in faccia, cos come i valori dei diagrammi dei minerali, bario, antimonio e ovviamente piombo.
Rabbrivid quando trov in quelle righe la conferma a quel sospetto: a uccidere Piermaria Prover con tre colpi, due al torace e uno alla testa, era stata una Star MMS calibro
7,63.
La stessa arma che avrebbe ucciso trentasette anni dopo Walter Serassi.
Si accese una sigaretta per calmarsi.
Nell'ufficio adiacente gli ispettori stavano interrogando i taxisti che avevano scarrozzato il Serassi in giro per Milano.
Due di loro si erano presentati insieme. Un trentenne
robusto, palestrato, tatuaggi sul dorso delle mani, barba volutamente incolta, capelli raccolti con la coda.
Brandon Carbone dimostrava un'aria furba e poca voglia di avere rotture di coglioni.
Si era gi procurato il tracciato della corsa effettuata la sera di luned 26 novembre. La chiamata ricevuta alle
21,38, sei minuti dopo era in via Orsini.
Santoni gli mostr la foto del volto ceruleo di Walter Serassi: S, s, era lui, un signore taciturno. Non ha detto una parola per tutto il tragitto. Me lo ricordo perch era uno strano, s, insomma, mi ha fatto fare un giro dell'oca e poi si  fatto riportare indietro dove lo avevo preso.
Gli indic il tracciato.
Vede, guardi. L'ho portato al Casoretto, abbiamo fatto via Andrea Costa, via Leoncavallo, poi siamo scesi da via Lambrate e da l in via Porpora. E poi mi ha chiesto di andare qui, vede, via Ampre, me l'ha indicata lui, guardi.
La strada dove il 6 aprile 1981 si era conclusa la sua latitanza e lo avevano arrestato.
Una botta di nostalgia? La voglia di rivedere le ultime strade della sua giovent bruciata sull'altare del terrorismo rosso?
Poi lo ha riportato in via Orsini?
Brandon si prese un istante.
No, no. Siamo andati in fondo alla Certosa.
Al cimitero?
No, cio, ci siamo passati, ma solo perch mi aveva chiesto di andare a Bonola. Poi siamo tornati a Quarto Oggiaro, ma  sceso in viale Lessona, poco prima di via Orsini.
Ha detto che  stato di poche parole.
Quali poche, proprio nessuna! Ha aperto bocca solo per darmi le indicazioni stradali.
Uhm... ma cosa ha fatto quando siete andati nelle vie che le ha indicato?
Niente, guardava dal finestrino. Sembrava molto attento.
Come se cercasse qualcosa. Che cavolo ne so cosa guardava.
L'altro tassista, Gianni Pinotti, un nome che evocava personaggi comici, da risate facili, era meno sicuro della sua memoria e di se stesso.
Il Pinotti era un cinquantacinquenne di corporatura mingherlina, dall'espressione tesa e con lo sguardo malinconico.
Vestiva in giubbotto e camicia sbottonata in quel dicembre da clima artico. Le guance arrossate, l'impressione di uno che alza il gomito una sera s e l'altra pure.
Non  che me lo ricordi cos bene. Non sono neanche sicuro che sia proprio quello il signore che ho caricato, comunque era sera e al buio non  che poi io veda granch il sedile dietro.
Santoni gli rinfresc la memoria mostrandogli i tabulati della chiamata.
Marted 27 novembre alle 22,12.
Va bene, lo so. Gliel'ho detto che era sera, poi non  che poi l'ho fissato tanto.
Cercava di prendere le distanze da quel passeggero che rischiava di portargli rogne. Atteggiamento tipico di un incensurato che non ha mai avuto a che fare con poliziotti e commissariati e vorrebbe trovarsi da qualunque altra parte del mondo, ma non davanti agli investigatori della sezione Omicidi.
Controlli il tracciato e i tabulati, verifichi se corrisponde alla sua corsa lo incoraggi Santoni senza incalzarlo.
Coincideva tutto, per cui l'uomo annu, Serassi era salito in via Orsini.
Saranno state quasi le 22,30, un po' prima. Ero in zona Mac Mahon quando  arrivata la chiamata.
Una serata umida, di nebbia.
Siamo andati prima al cimitero Maggiore, poi siamo andati in Bonola.
Bonola, lo stesso quartiere dove lo aveva scarrozzato l'altro taxista.
Per non riconosceva le case, il quartiere. Non sapeva neppure del centro commerciale. E quando ha visto la struttura della fermata della metropolitana e gli ho detto che era San Leonardo sapete cosa mi ha risposto? Che era il capolinea della linea uno. Robe da matt...
Gli aveva detto la verit. Nel 1981 San Leonardo era il capolinea della rossa che, da decenni, oltrepassava il confine cittadino per arrivare alla nuova Fiera di Rho-Pero.
Ma queste novit infrastrutturali dovevano essere ignote a quel novello conte di Montecristo, anzi conte della Gorgona, tanto le due isole sono nello stesso arcipelago.
...poi siamo tornati di nuovo davanti al cimitero e da l in quella strada che hanno fatto per collegare al sito Expo.
Indic la via. La parallela all'autostrada Milano-Torino, campi incolti ricoperti di asfalto e cemento.
Poi a un certo punto mi ha chiesto di accostare ed  sceso, ha fatto qualche passo guardandosi intorno, per un momento ho avuto paura, sa in quella zona isolata, al buio...
E Serassi cosa faceva?
Il passeggero? Niente, si guardava intorno come se cercasse qualcosa, come se non sapesse orientarsi.
Logico, rifletteva Santoni, in trentasette anni quella zona era tutta cambiata, prati trasformati in svincoli per immettersi nel raccordo autostradale che, a poche centinaia di metri, si intersecano in un crocevia che si snoda a ovest per Torino, a est per Venezia, a nord per i laghi e la Svizzera. Il tratto autostradale pi trafficato in Europa secondo alcuni esperti di viabilit.
E poi?
E niente,  risalito e mi ha chiesto di andare dritto, io gli ho spiegato che cos entravamo in autostrada e lui mi ha detto di andare piano. Cos siamo entrati e siamo usciti subito alla Certosa. A quel punto ha chiesto di essere riportato in via Orsini e non ha detto una parola.
Il taxista non sapeva altro.
Conged i due uomini per confrontarsi con l'agente Foglia che era appena tornato da Cadorna dove aveva ascoltato il resoconto di un altro taxista che aveva scarrozzato Serassi il 28 novembre, questa volta di mattina, prelevandolo alle 10 in via Orsini.
Lo aveva condotto in piazza Durante, dove era stato due sere prima. Aveva girato nelle strade limitrofe a via Leoncavallo, poi aveva imboccato via Andrea Costa e viale Abruzzi per scaricarlo in zona Porta Venezia, da dove poi doveva essersi spostato alla Sormani. Al ritorno doveva essere tornato con i mezzi pubblici.
Ancora piazza Durante, via Andrea Costa e via Leoncavallo.
Non poteva essere un caso.
Pranzo con piadine ripiene di tonno, mais, lattuga e maionese. E fetta di torta alle mele a seguire.
Come ogni giorno Ardig e i suoi dividevano il rancio nel baretto di via Cardinal Federico, a due passi dal commissariato.
Bocca piena, mascelle in movimento e lingua sciolta.
Un briefing informale, ma sempre utile per incrociare i resoconti di Farris, di Santoni e di Scalise che aveva rintracciato i familiari di Giulio Romoli.
Il fratello minore era diventato un magistrato, in servizio alla procura di Monza e il padre, un bancario, era in una casa di riposo in alta Brianza.
Fine dell'ipotesi di una vendetta tardiva per quel ragazzo ucciso a soli diciannove anni.
L'irriducibile era morto per qualcosa che aveva fatto negli ultimi giorni trascorsi a Milano incrociando il suo destino con quello di Matteo Sala.
Eppure dalle testimonianze dei taxisti emergeva una prima anomalia: nessuno di loro lo aveva accompagnato nella zona degli scali ferroviari.
L'ex primula rossa non aveva girovagato intorno al dormitorio
di via Benaco, ma poteva esserci andato ugualmente con i mezzi pubblici, volendo con la linea gialla della metropolitana che in quel quartiere aveva due fermate utilizzabili, Lodi e Brenta.
Tuttavia i tracciati dei taxi li conducevano dall'altra parte della City.
Secondo me Serassi stava cercando qualcuno o qualcosa.
Probabilmente nella zona del Casoretto borbott Farris.
Il Casoretto, un quartiere piccolo, schiacciato tra piazzale Loreto e Citt studi. Il quartiere che negli anni torridi ospitava il centro sociale Leoncavallo nell'omonima strada, prima dello sfratto del 1994, deciso dalla giunta del sindaco leghista Formentini, per liberare lo stabile occupato abusivamente.
Da met anni Novanta i leoncavallini si erano accasati in via Watteau, in un comprensorio a ridosso del quartiere di Greco, e la loro vecchia sede era diventata un ristorante etnico dal nome di un'isola atlantica, Cabo Verde.
Possibile che da quelle parti Serassi cercasse un vecchio compagno?
Del resto anche Brovelli aveva confermato che l'ex Prima Linea aveva bazzicato a lungo il vecchio Leonka, in cerca di nuovi proseliti per la sua causa rivoluzionaria.
E invece a Bonola e dietro il Maggiore cosa  andato a farci? domand Santoni.
Se lo stava chiedendo anche Ardig.
Qualcosa inerente alla rapina, anche se...
Si interruppe.
Improvvisamente fu colto da un lampo che illumin la sua memoria.
Da quelle parti alcuni anni fa non avevamo trovato un cadavere?
Santoni trangugi un sorso di Pepsi, mentre spremeva le meningi.
Ah s, nel 2010 o 2011, un cadavere... uno scheletro,
era sepolto l da almeno trent'anni secondo quelli della Scientifica.
Trent'anni, ovvero il 1981.
In due ore aveva ricostruito la storia, la vita, la morte di un uomo diventato uno scheletro.
Erano partiti dalle poche pagine dell'incartamento sul corpo rinvenuto nei pressi di via Triboniano.
Fascicolo minuscolo. Soltanto il verbale dell'anatomopatologo, i referti con gli esami al radiocarbonio eseguiti sulle ossa e le foto dell'area in cui era stato rinvenuto l'uomo.
Identit maschile, razza caucasica, di giovane et stando alle ossa mandibolari, non presentava lesioni ossee.
L'unica parte del nostro corpo priva di ossa ma solo di tessuti molli  l'area addominale. Per cui un proiettile conficcato nello stomaco non si rileva in uno scheletro tre decenni dopo se non resta imprigionato nelle articolazioni.
Gli esami radioscopici collocavano il decesso e la sepoltura dell'uomo nei primi anni Ottanta.
A fare la macabra scoperta, nell'agosto del 2011, gli operai impegnati negli scavi per la realizzazione delle infrastrutture di accesso all'area dell'Expo. Non erano stati rinvenuti proiettili nel terriccio circostante all'area dello scavo.
Ardig aveva osservato senza comprenderne granch le foto di quell'area recintata, la terra smossa e il braccio dell'escavatrice che, tra l'altro, aveva involontariamente frantumato il cadavere durante lo scavo.
Allegata all'incartamento la fotocopia di una denuncia di scomparsa ritenuta quella maggiormente compatibile con il profilo di quello sconosciuto.
Il verbale, datato 29 agosto 2011, era stato siglato dall'ispettore Lino Velluti, storico braccio destro di Ardig in quegli anni. Era andato in pensione proprio in quel periodo e, appeso il distintivo al
chiodo, era tornato a vivere in Puglia, in una masseria di famiglia.
Se lo ricordava come un poliziotto attento e scrupoloso. Era toccato a lui imbastire la pratica burocratica sullo scheletro rinvenuto in via Triboniano.
Velluti aveva privilegiato una denuncia su tutte, risalente al gennaio del 1982, relativa a Sergio Guerzoni, di anni ventitr.
L'et coincideva con quella attribuita a quell'ammasso di ossa ingiallite, la presunta altezza per, 181 centimetri, non sembrava compatibile con quella dello scheletro che misurava circa 153 centimetri, che comprensibilmente aveva subito un rinsecchimento osseo, eppure ventotto centimetri sembravano davvero troppi. L'altra skill identificativa, oltre all'et, era una catenina con un crocifisso d'oro appeso.
Non molto per stabilirne l'identit.
Senza un DNA da comparare era impossibile un raffronto con la sicurezza dei crismi della scienza moderna.
Eppure Velluti aveva indicato al pubblico ministero, che aveva poi archiviato il caso, il nome di Sergio Guerzoni.
Era lui il morto sepolto in quel terreno periferico.
La scheda di questo Guerzoni, classe 1959, raccontava che risiedeva in via Feltre, periferia nord. Licenza media, riformato dal servizio militare in quanto orfano di padre.
Ardig scorse i dati ripensando alla dritta fornitagli dall'ex senatore Sacchetti. Combaciava con il ritratto dell'omosessuale della zona di Crescenzago o Cimiano menzionato dal poliziotto senza pistola che aveva una memoria da fare invidia a un quarantenne.
Questo Guerzoni aveva un fugace trascorso come operaio all'Alfa Romeo, nelle catene di montaggio degli stabilimenti al Portello. Non aveva precedenti specifici, ma si era preso una denuncia nel 1979 per adescamento e atti osceni in luogo pubblico. Il pretore lo aveva poi assolto perch il fatto non sussisteva.
Tuttavia quei due tasselli andavano a incastrarsi
perfettamente nel mosaico che stava iniziando a delinearsi nella testa del commissario.
Guerzoni poteva essere il ragazzo indicato dagli informatori agli uomini di Sacchetti nei giorni successivi alla rapina di piazza Giovine Italia. E aveva lavorato negli stabilimenti dell'Alfa al Portello, gli stessi dove lavorava il sindacalista della FIOM, quel Giordani assassinato da Serassi.
Possibile che fosse proprio lui ad aver imbeccato Serassi
sul bersaglio per un omicidio eclatante, un omicidio di quelli che avrebbero fatto rumore, facendolo zompare nella scala delle gerarchie brigatiste.
A questo punto era davvero plausibile che quel cumulo di ossa, rimaste trent'anni a consumarsi sotto la terra in quei prati dietro al cimitero Maggiore, appartenessero proprio a questo Guerzoni.
Tutto coincideva: basista per la rapina di piazza Giovine Italia, aveva informato Serassi, avevano messo insieme il gruppo d'assalto coinvolgendo Matteo Sala e un quarto complice ignoto.
Avevano assaltato la gioielleria.
Poi Guerzoni aveva indugiato per colpire a morte il titolare, per paura di essere riconosciuto, o per vendetta.
Quando era uscito si era imbattuto nella gazzella dei Carabinieri, prendendosi un proiettile nello stomaco.
Il resto poteva dedurlo con un buon margine di approssimazione: Guerzoni, non potendo recarsi in un pronto soccorso, sapendo che questo avrebbe significato un ergastolo sicuro per lui, era deceduto per la ferita o per dissanguamento. Forse era ricorso alle cure di un medico compiacente, il quale, senza adeguata attrezzatura, non aveva potuto salvarlo.
I suoi complici lo avevano sepolto in un prato dietro alle mura del cimitero Maggiore, dove non passava nessuno e dove avrebbe riposato in pace per anni, per decenni, magari anche per secoli se non ci fosse
stato l'Expo a Milano e la necessit di scavare per fare nuove strade
in quell'area cos sperduta, chiusa tra le autostrade.
Ecco perch Serassi si era fatto condurre di notte, da un taxista, in quella strada lontana da tutto e da tutti. In qualche modo ricordava che il cadavere era stato scoperto, ma aveva voluto accertarsi, vedere di persona, toccare con mano e controllare.
Ma cosa? E perch?
Il cervello allenato dell'investigatore individu una probabile risposta: il bottino della rapina.
Cinquecentocinquanta milioni svaniti nel nulla, insieme agli altri due complici, l'autista e l'altro entrato nella gioielleria.
Con Serassi in carcere con la prospettiva di non uscirne pi e Guerzoni sotto tre metri di terra, i due superstiti della batteria si erano potuti dividere una doppia quota da oltre duecentocinquanta milioni a cranio.
L'equivalente di un paio di milioni di euro di oggi. Una bella cifra che, all'epoca, per dei terroristi o dei malviventi, significava garantire la salvezza, comprarsi appoggi, coperture, falsi documenti. Perch la latitanza, anche all'epoca, costava tanto, cos come fuggire all'estero.
Ricordava di aver letto nell'incartamento relativo a Matteo Sala che era espatriato in Francia nella primavera del 1981. Esattamente dopo la rapina di piazza Giovine Italia del 29 marzo e dopo l'arresto, una settimana dopo, di Serassi.
Tutto quadrava.
Matteo Sala poteva essere uno degli altri due complici e poteva essere lui il delatore, quello che aveva fatto quella telefonata ai Carabinieri, scodellandogli l'indirizzo di Serassi in Citt Studi.
Stava iniziando a valutare il delitto Sala sotto una luce diversa.
Poteva trovare un movente plausibile per un omicidio cos ritardato:
Serassi torna a Milano per seppellire la vecchia amica dei tempi
ruggenti degli anni di piombo, non ha nulla da perdere, ritrova il
vecchio complice con qualche ricerca in rete e si presenta davanti al dormitorio per saldargli il conto con una vecchia Luger nascosta in qualche cantina, sfuggita alle perquisizioni trentasette anni prima.
Tornava tutto, tranne un dettaglio: quei due erano insieme al funerale della Casarsa, come fossero amici.
Certo la resa dei conti poteva essere avvenuta una volta sepolta la kompagna, finita la tregua per il lutto. Ma tutti i sospetti nel giro di qualche ora sarebbero confluiti inevitabilmente su Serassi.
No, non poteva essere cos fesso.
Stava sbagliando, mancava un passaggio che non riusciva a focalizzare, per cui torn a immergersi nelle carte ripartendo dalla rapina di piazza Giovine Italia.
Cinquecentocinquanta milioni nel 1981 erano un'infinit di quattrini, possibile che fossero scomparsi nel nulla?
Qualcuno doveva averli visti, toccati, annusati, riciclati e spesi.
Matteo Sala era morto. Difficile rintracciare qualcuno dei suoi sodali tra i Proletari Armati Comunisti.
Riprese il fascicolo sul tipografo di via Benaco, sfogliando referti e verbali. Tra le righe, quasi nascosto, ritrov il nome del suo complice nelle rapine in banca compiute tra il 1977 e il 1978.
Mauro Libonia, poteva essere lui il quarto uomo, l'ultimo che mancava all'appello.
Richiam Scalise.
Il tempo di una sigaretta, prima di inghiottire un altro rospo
maledetto: la scheda dei trascorsi detentivi del Libonia certificava
che nel 1981 era rinchiuso a San Vittore.
No, il quarto uomo non poteva essere lui.
Scalise stava stampando una documentazione cospicua sul pregiudicato.
Ardig part dal finale.
Era ancora vivo e dai dati dell'anagrafe risultava residente a Milano
in via Valsugana. Una parallela di via Benaco se ben ricordava.
Prima di andare a conoscerlo di persona decise di leggersi la sua storia raccontata dagli atti giudiziari, quelli che raccontano solo dei criminali, non dei bravi cittadini.
Mauro Libonia era nato nel 1953 a Vibo Valentia.
Era un balordo invischiato in brutti giri, nessuna militanza politica. Arrivava da una famiglia di emigranti calabresi con le pezze al culo, abitava in una casa di ringhiera con il cesso sul ballatoio e rapinava negozi e uffici postali, non per sovvenzionare una causa rivoluzionaria, ma la sua causa, quella del suo portafogli.
La sua scheda parlava chiaro.
Partiva dai piccoli furti giovanili, dai primi transiti al Ferrante Aporti, poi al Beccaria, quindi a San Vitur.
Ma raccontava anche una storia sfortunata, senza lieto fine.
Nei primi anni Ottanta Libonia era diventato un tossico.
Rubava per la roba, per la maledetta dose quotidiana.
E da San Vittore entrava e usciva come se ci fosse una porta scorrevole.
Avanti e indietro fino al 1987, quando una spada di troppo lo aveva quasi spedito all'altro mondo.
Il seguito della storia seguiva il copione ordinario: altri arresti, altri processi, sempre per piccoli furti.
Decise di tornare a fare visita a don Stefano.
Il parroco si era da poco alzato dopo il riposino pomeridiano.
Insieme al suo assistente polacco era in canonica. Con strofinacci e uno spray anti ossidante stava lucidando le statue del presepe, manufatti in legno, realizzati dalla mano delicata di un bravo artigiano. Uno che ci sapeva fare.
Le pulivano con cura, accarezzandole, strofinandole con vigore solo
sulla base. Bue e asinello, pastorelli, Magi, e poi loro, la sacra
famiglia, tutti sparsi sul tavolo della cucina.
Don Stefano lasci a padre Voci l'incombenza e lo fece accomodare in un piccolo salotto arredato con mobili da due lire.
Il solito attacco di tosse lo obblig a sedersi.
Come andiamo, padre?
Come al solito, non lamentiamoci.
Ardig annu perplesso, non aveva una buona cera.
L'altro non gli bad neppure.
Di cosa ha bisogno?
Forse pu ancora essermi di aiuto. Lo conosce Mauro Libonia?
Il sacerdote chiuse gli occhi per un istante come se lo stesse cercando nel buio di una notte infinita.
 dentro anche lui in questa brutta storia?
Pu darsi.
Don Stefano si pass le mani tra i capelli diradati.
Un'altra anima tormentata, che solo con la vecchiaia sta trovando una sua pace interiore.
Che pace?
Cosa sa di Mauro? ribatt il religioso.
Abbastanza, le rapine, il carcere, la droga, un'overdose, poi il dentro e fuori per piccoli furti... Negli ultimi anni non ha pi commesso reati per cui non risulta nulla su di lui.
Perch anche lui, come il suo amico Matteo, ha trovato la sua strada, quella del riscatto, della redenzione attraverso l'aiuto agli altri.
Era impegnato anche lui nel dormitorio?
Il curato scosse la testa.
No, no, non era il tipo.
E allora?
Conosce don Chino?
Non lo conosceva di persona, ma ne aveva sentito parlare, un prete con gli attributi e la schiena dritta che gestiva
un centro di recupero dalle tossicodipendenze. Un altro che si era messo contro gli spacciatori delle periferie, con solo il crocifisso spillato sulla giacca a difenderlo dalle minacce.
Il Mauro da qualche anno vive nella comunit di don Chino.
Si sta disintossicando?
No, il suo percorso lo ha gi completato. Ma ha scelto di restare l per aiutare i giovani a liberarsi di quella brutta bestia.
Aveva delle perplessit, dettate dalla sua testa prevenuta da sbirro, sul fatto che ex tossici potessero essere davvero utili nel complesso percorso di disintossicazione dei drogati.
Un po' come mettere la volpe, che di solito non perde n il pelo n il vizio, all'interno del pollaio. Eppure funzionava cos in tutte quelle comunit.
E poi la sua priorit adesso era un'altra: parlare al pi presto possibile con questo tizio.
Lei  in buoni rapporti con don Chino?
Siamo amici di lungo corso.
Pu anticipargli il mio arrivo con una telefonata?
Don Stefano annu con aria stanca.
La provincia di Milano, oggi area metropolitana,  una delle pi grandi aree rurali d'Italia. Roba da non credersi pensando all'idea di Milano.
Uffici, studi professionali e negozi in citt, fabbrichette e capannoni nella cintura.
Era vero solo per la parte nord della vecchia provincia, ma la zona meridionale, bagnata dal Lambro, dal Muzza, dal Naviglio pavese e da altri corsi d'acqua secondari, era un grande campo che si apriva appena finivano i caseggiati periferici dei quartieri Rogoredo,
Corvetto, Vigentino e Gratosoglio, estendendosi per una settantina di chilometri, la bassa milanese, quella che una volta arrivava fino
al Po, all'Emilia, prima dell'istituzione della provincia di Lodi.
Ardig non ci andava spesso da quelle parti e faticava a credere di essere ancora in territorio milanese, senza palazzoni, senza aziende, senza magazzini. Alberi, filari, campi tagliati dalle strade provinciali.
Scese per una decina di chilometri, fino a Siziano, lungo il confine immaginario con le province di Lodi e Pavia.
Aperta campagna lontana anni luce dalla metropoli caotica.
Una strada a doppio senso.
Prostitute nigeriane adagiate mollemente su seggiole di plastica, tra cumuli di rifiuti, in attesa di un camionista per una sveltina da venti euro, sullo sfondo cascine con trattori enormi.
La comunit di don Chino era ubicata in una grande azienda agricola collegata alla provinciale da una stradina sterrata su cui la Giulietta arrancava sobbalzando. Il commissario scese con Frog, circondato da una leggera nebbiolina.
Il cielo grigiastro annunciava il vicino tramonto, le 17.
Venti chilometri pi su, tra piazza del Duomo e via Manzoni, stava per andare in scena il mondanissimo pomeriggio chic della prima della Scala. Scarpe lucide, cappotti scuri, sciarpe bianche.
Il ragazzo che venne ad accoglierlo aveva gli stivali schizzati di fango, jeans macchiati e una giacca a vento da mercato.
Lo accompagn nello spiazzo principale, costeggiando una casupola adibita a piccolo spaccio di salumi, formaggi e latticini, conducendolo verso una costruzione a tre piani dipinta di giallo, dove c'erano i pochi uffici e le tante stanze dove vivevano gli ospiti.
In lontananza, la grande struttura della stalla, da cui echeggiavano muggiti continui, e i fabbricati dove venivano lavorati i prodotti, il latte, il formaggio, gli insaccati.
Don Chino lo accolse con una vigorosa stretta di mano.
Piccolo di statura, oltre la settantina, leggero come una piuma. Eppure il suo sguardo sereno emanava una forza impressionante.
La forza della fede, la forza della vita.
La forza dell'amore trasmesso agli altri.
Era gi stato avvisato da don Stefano, per cui non perse tempo indicandogli un omaccione alto e robusto, in maglione di lana con le maniche rimboccate.
Rughe profonde sul viso, le mani con un leggero tremolio, un sorriso sghembo con denti a intermittenza.
Mauro Libonia si portava addosso tutte le nefande conseguenze di un'esistenza sacrificata sull'altare della maledetta dose quotidiana. L'eroina gli aveva corroso i nervi e le articolazioni.
Reggeva solo l'impalcatura di una muscolatura tonificata da anni di lavoro manuale, all'aria aperta.
La parlata biascicata, gli occhi di uno che ne ha prese di mazzate.
A tua disposizione, dimmi cosa ti occorre.
Gli si rivolse con il tu, sottigliezze cui Ardig non aveva tempo di badare per cui lo interpell senza perdere tempo.
Hai saputo di Matteo Sala? Che lo hanno ammazzato?
Lo abbiamo saputo rispose guardando verso don Chino che annu, come a dire di parlare liberamente.
Era un tuo amico?
S, anche se non ci vedevamo da anni. Poveraccio, che brutta cosa. Ma perch?
Questo spero me lo possa dire tu, Mauro.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che aiutava quei barboni senza un tetto. Guarda che era da tanto che rigava dritto, poi figurati, in Francia, quando aveva la sua famiglia, era tutto casa e lavoro. Faceva il tipografo anche a Parigi.
Ti credo. Jyla un conto  Parigi, qui siamo a Milano e chi gli ha sparato lo ha fatto per saldare vecchi conti in sospeso.
Roba di quanto rapinavate le banche insieme.
Il volto di Libonia si deform in un'espressione rabbuiata, come se il passato tornasse a prenderlo a ceffoni.
Non abbiamo mai sparato un colpo, non abbiamo mai fatto del male a nessuno.
Sala ha partecipato a una rapina dove c' stato il morto, un padre di famiglia.
Non era una domanda, non c'era bisogno del punto di interrogativo e l'ex tossico non si scompose.
Io stavo dentro a quei tempi.
E dentro radio carcere vi informava su tutto.
Non ho mai fatto l'infame.
Il solito vecchio e ritrito codice d'onore dei malavitosi di una volta, impersonificato dalle mitologiche tre scimmiette dell'omert con le mani a coprire gli occhi, le orecchie e la bocca.
Non vedo, non sento, non parlo.
Don Chino gli lanci uno sguardo eloquente, poi lo incoraggi:
Sono passati quarant'anni, non stai vendendo nessuno.
Libonia si strinse nelle spalle accettando quella richiesta.
Nei raggi dicevano che la rapina non era un lavoro dei fascisti, ma che era stata fatta da una batteria di gente dei rossi. Gente di Prima Linea, leoncavallini, gente che voleva i soldi per la causa armata, per aiutare i compagni latitanti, per i passaporti falsi per espatriare.
Chi erano i quattro?
No, i nomi no. C'era Matteo, lo sapete gi. Gli altri non me li ricordo.
Walter Serassi, lui c'era? Ormai  morto anche lui.
Libonia attese qualche secondo, contorcendosi le mani.
Poi si liber del peso della rivelazione.
S, s, dicevano che ci fosse anche lui, che forse era stato proprio lui a sparare al proprietario.
E poi c'era uno che aveva fatto il basista, uno che sapeva del denaro in cassa, un omosessuale che batteva nel piazzale del cimitero Maggiore. Te lo ricordi?
Sai pi cose tu di me.
Allora?
S,  cos, nei raggi raccontavano anche di questo ragazzino, per nel giro era uno che non conosceva nessuno, uno esterno, un
incensurato. Mi pare fosse un leoncavallino. Ma dopo tutti questi anni
non ne sono sicuro.
Poteva essere un tale Sergio Guerzoni?
Mai sentito.
Restava il quarto uomo.
Libonia scosse la testa prima di illuminarsi.
C'era un ragazzo veneto, uno che con Matteo era amico davvero. Quello che poi credo che sia scappato con lui in Francia. Per me il quarto era lui.
Il quadro iniziava a completarsi.
Mancava un ultimo dettaglio.
E il bottino?
Mai saputo nulla.
Andiamo, erano cinquecento milioni, mica robetta.
Il bottino lo aveva Serassi, era lui a tenerlo, era lui il capo, quello che aveva organizzato il colpo.
Serassi  finito dentro subito dopo.
Eh... ma i soldi li aveva lui.
No. Tutta quella refurtiva non era mai stata recuperata dopo l'arresto del terrorista.
No, non sono andate cos le cose.
Ti sto dicendo la verit, se non mi credi pazienza. Anzi, ti dico di pi. Sala era rimasto al verde e doveva scappare, cos per alzare il grano si era fatto due uffici postali nella stessa mattina in due paesotti attaccati alla tangenziale ovest. Me lo ricordo bene, perch ero stato io ad accompagnarlo a fare i sopralluoghi qualche mese prima, ero io a filarmeli e poi se li era fatti lui mentre ero dentro.
Avrebbe controllato.
Se Libonia stava dicendo la verit, crollava l'ipotesi che Sala e il quarto complice si fossero spartiti il bottino tradendo Serassi.
Lasci la comunit di recupero con le idee ancora pi confuse.
Deborah Pollini aveva dormito un sonno profondo.
Quando si era svegliata fuori stava diventando buio, le
17 passate da poco.
La testa ronzava fastidiosamente.
Si alz barcollando, il mondo che orbitava troppo veloce per le leggi della fisica razionale, come essere su una giostra impazzita.
Poi tutto intorno a lei inizi a rallentare restituendole di nuovo la lucidit che la contraddistingueva.
Una macchia rossa sulla coperta raccontava l'esito del suo travaglio interiore, un'abbondante perdita ematica a scacciare incubi prematuri.
Una sorta di sollievo la pervase cancellando i fantasmi di Gaston e Baldwin e quello del cacciatore di assassini.
Si infil sotto la doccia, posizionando lo scroscio bollente sopra il collo. Ci rimase per diversi minuti. I vetri della cabina appannati, il bagno trasformato in una sauna.
Si asciug, si rivest e si fece un doppio Nespresso ad alta intensit. Quindi una sigaretta rilassante.
Aveva ritrovato il controllo. Era di nuovo saldamente sulla plancia di comando della sua vita, dell'austera e sensuale donna in toga e autoreggenti, anche se era in pantofole e vestaglia.
La vita ripartiva. Doveva ripartire come prima.
Controll il frigorifero.
I due merluzzi scongelati erano ancora accettabili. Nel ripiano degli alcolici una bottiglia di Stravecchio e una di Fernet, entrambi made in Branca.
Aveva tutto. A parte la compagnia per non farsi aggredire dalla malinconia trasportata dalla solitudine.
Un altro pomeriggio a fare il tetris con gli indizi che non riusciva a incastrare perfettamente.
Libonia aveva detto la verit su due colpi messi a segno da Sala per finanziarsi la fuga all'estero.
La mattina del 12 aprile 1981 un rapinatore solitario con passamontagna in testa e fucile a pompa in mano aveva svuotato nel giro di pochi minuti le casse degli sportelli degli uffici postali di Corsico e di Cesano Boscone, utilizzando gli svincoli della tangenziale ovest come via di fuga. Bottino non esaltante: una quindicina di milioni in tutto. Spiccioli per assicurarsi qualche mese in Francia.
Ora sapevano che sotto quel passamontagna c'era il volto di Matteo Sala. Eppure qualcosa continuava a non tornargli.
Sala non aveva fregato Serassi e non aveva messo le mani sul bottino, altrimenti non avrebbe rischiato con due rapine per raggranellare una miseria. Tanto meno lo avrebbe fatto arrestare senza avere la certezza di recuperare la refurtiva. Eppure Serassi lo aveva cercato e non solo per il funerale della Casarsa.
Lo testimoniava quel foglio, quell'articolo di Repubblica
trovato nell'appartamento di via Orsini.
Se lo riguard per qualche istante, fissandolo, scannerizzandolo con
la vista, quasi trapassandolo. Se lo studiava mentre si fumava una Camel con boccate lente e ritmate.
Il dettaglio che gli stava sfuggendo arriv insieme all'ultima boccata.
La stampa! Quell'articolo di Repubblica del 2014, quello sull'aggressione dei naziskin ai due senza tetto romani con il pestaggio di Matteo Sala, non era stato stampato con la carta della Sormani.
Improvvisamente il dettaglio fornito dal bibliotecario, quella richiesta del Serassi di effettuare delle ricerche in rete salvo poi bloccarsi di fronte alla richiesta di un documento per registrarlo, assumeva una diversa importanza.
Dovevano assolutamente ricostruire gli spostamenti del Serassi dal 25 novembre al 2 dicembre.
Escludendo i taxi, l'ex brigatista poteva essersi spostato con un mezzo di superficie, volendo anche il treno.
L'ex Prima Linea aveva utilizzato il passante ferroviario, che transitava proprio a Quarto Oggiaro, per spostarsi a Lodi. E il passante fermava anche a Rogoredo, stazione ferroviaria collegata con la metro gialla con varie fermate intermedie, come Repubblica.
Impossibile sperare di individuarlo tramite le telecamere delle stazioni della metropolitana. Troppo ampio lo spettro temporale da monitorare, almeno dieci giorni, e le fermate potevano anche essere altre. Poteva essere sceso a Corvetto o a Porta Romana per farsi due passi.
Impossibile.
Un messaggio WhatsApp della Pollini lo dest interrompendo le sue elucubrazioni. Lo sorprese con un invito a cena.
Rispose prontamente, stupito e contento: Ok, porto anche Frog. Arrivo alla solita ora.
L'appuntamento era per le 21,30, come sempre.
Ardig si present a stomaco vuoto in compagnia del suo cane spelacchiato e claudicante con la testa ingombra di pensieri per l'indagine in corso e per quella donna indecifrabile che la volta precedente lo aveva cacciato dopo aver scopato e goduto.
Delusa, offesa, risentita.
Il magistrato lo attendeva dietro la porta.
Niente vestaglia trasparente e autoreggenti.
Indossava una gonna nera che le aveva gi visto addosso, senza collant, sopra un maglione aderente con la sola concessione di uno scollo a V aperto su quelle due meraviglie che ogni uomo desiderava e tante donne le invidiavano, lievemente truccata.
Faceva arrapare anche cos, in versione casalinga, senza istinti famelici.
Nessuna candela accesa, in tavola piatti, bicchieri e la stessa bottiglia di bianco stappata la sera precedente, quando non si era presentato.
Il forno acceso, l'aroma del merluzzo gratinato si stava spandendo nel salotto.
Prima la solita razione di coccole per Frog che si accucci sul tappeto vicino alla porta dopo aver divorato una ciotola di pappa maleodorante offerta dalla padrona di casa.
Ardig si tolse la giacca e la fondina e si accomod a tavola.
Mi aggiorni sull'indagine.
Per una buona mezz'ora si confrontarono su quanto scoperto dalla sezione Omicidi, tirando le somme mentre divoravano le due porzioni di merluzzo al pomodoro e l'insalata verde di contorno, il tutto scolandosi il bianco, un Traminer che and gi senza che se ne accorgessero.
Poi sul tavolo apparve una bottiglia di Stravecchio Branca.
La Pollini riemp due bicchierini fino all'orlo e alz il suo per brindare.
All'uomo pi bastardo ed egoista che conosco.
Dedica poco incoraggiante.
Lo scand in maniera solenne, ma sorridendo.
Ardig lo prese come un complimento condito da ironia pungente.
Si scolarono il bicchierino tutto di un fiato.
Ieri sera ho avuto un problema. E una vicenda complicata da spiegare, mi spiace di non essere venuto e di non averti avvertito. Ma davvero... si giustific lui.
Lei gli fece segno di tacere, si alz, scalza, lasciando le pantofole vicino al divano, e prese la bottiglia, riempiendo nuovamente i bicchierini.
Alz nuovamente il suo.
Nessuna nuova, buona nuova.
Lo tracann avidamente mentre Ardig rimase perplesso con il bicchiere in mano. Poi si decise a ingurgitare il liquido che scendeva gi lentamente scaldandogli l'esofago.
Che significa?
Lei si avvicin, gli mont sopra, inizi ad accarezzargli il viso dolcemente, poi afferr nuovamente il bicchiere, lo riemp fino all'orlo e lo ingurgit come fosse nettare degli Di.
Basta Deborah, ma che fai? Gi hai bevuto quasi tutta la bottiglia di vino.
Non fece in tempo a proseguire.
Lei si attacc alla sua bocca, cercandolo con la lingua, quasi soffocandolo. Un bacio travolgente, senza respiro.
Sfil il maglione, sotto soltanto il reggiseno che immediatamente vol sul pavimento.
Ardig si attacc ai suoi capezzoli, succhiandoli come un poppante affamato di latte materno, facendoli indurire.
Poi lei cominci a smanettare sulla sua cerniera sempre baciandolo, ma con una foga insolita.
Si alzarono restando avvinghiati. Fecero per andare in camera da letto, ma lei si blocc per attaccarsi nuovamente alla bottiglia. Una lunghissima sorsata continua.
Ardig gliela strapp di mano confuso, disorientato.
Lei intanto aveva sfilato la gonna.
Sotto gli slip intravide l'assorbente intriso di sangue.
Lasciamo stare, non  il caso.
Lei farfugli qualcosa, poi barcoll e corse in bagno, per rigettare tutto nel lavandino. Merluzzo, insalata, vino, brandy.
Ardig attese che terminasse, le recuper la vestaglia in camera, non quella di pizzo trasparente, ma quella di lana. L'aiut a rivestirsi e l'accompagn a letto, mettendole sopra il piumone.
Stavolta fu lui ad accarezzarla per un paio di minuti, fino a quando la sent russare lievemente.
Si spost in cucina e inizi a lavare piatti e vassoi, poi and in bagno per pulire il lavandino chiazzato del vomito di un nauseabondo colore arancione. Inizi a frugare sopra la lavatrice in cerca di una spugna.
E in quel momento la vide.
La confezione aperta.
Uno di quei test di gravidanza pubblicizzati in televisione.
Rabbrivid all'istante.
Il panico lo stava gi assediando vigliaccamente.
I due misurini erano nel cestino sotto il lavandino.
Una sola stanghetta lilla si era evidenziata nella finestrella.
Consult il foglio delle istruzioni.
Nessuna gravidanza, altrimenti le stanghette sarebbero state due.
Quella frase detta sputacchiando brandy lo colp in piena faccia come fosse un diretto, nessuna nuova, buona nuova.
Rivide lo sfogo via SMS della notte precedente sotto un'altra luce, quella di una donna impreparata e spaventata.
Lo sarebbe stato anche lui, se lo avesse saputo e forse si sarebbe sbronzato anche lui.
And a farsi un altro bicchiere di Stravecchio, poi un altro ancora.
La bottiglia vuota.
Torn in camera da letto, Deborah ronfava stremata.
Al risveglio avrebbero dovuto parlare confrontarsi su quanto era accaduto. E su quanto non era successo.
Parole e pensieri che lo spaventavano. Per questo in un attimo recuper la giacca, il cappotto e Frog che dormiva, svegliandolo con una pacca. Richiuse la porta alle sue spalle e and via per le scale.
Ardig, il vigliacco, stava fuggendo.
Da lei, da lui, da loro, dalle responsabilit, dalle parole, dagli impegni.
Mentalmente si concentr sui suoi amici fantasmi: su Matteo Sala, su Walter Serassi. Meglio loro di lei, meglio quei morti ammazzati della vita vera, quella da cui stava scappando ad andatura da bersagliere, per mettere pi distanza possibile tra la sua coscienza bastarda e quel test di gravidanza.
...
.
...
6.
...
.
...
Il Remington lo ha gettato dietro la ringhiera di una villetta.
Il bandito ha ancora indosso il passamontagna e il giubbetto scuro.
Corre prendendo via Sebeto, una strada a senso unico.
Nota una villa con le imposte chiuse.
Rapidissimo scavalca la rete e sparisce nel giardino.
Riemerge pochi secondi dopo in via XX Settembre senza giubbotto e passamontagna. Un giovane uomo in jeans e maglione.
Non corre, ma cammina veloce.
Le sirene le sente che echeggiano dietro le case, vede i lampeggianti blu delle volanti che corrono verso via Pagano, dall'altra parte.
Cercano la 130.
Si rilassa, getta i guanti da lavoro in un cestino dei rifiuti e allunga il passo verso via Monti. I passanti manco lo notano.
Non ha nulla in mano, la faccia  quella di un giovane incazzoso, uno con cui non  saggio litigare.
Uno come tanti, un invisibile.
La 130 intanto ha le portiere ridotte a un gruviera.
Imbocca via Raffaello Sanzio a velocit pi bassa:  tutto tranquillo, le sirene urlano lontane, in direzione opposta.
L'autista passa dal semaforo, taglia la circonvallazione e scompare in via Rubens.
 fatta, sono fuori dal casino.
L'uomo al volante tira un sospiro di sollievo di breve durata.
Un'occhiata fugace nello specchietto gli basta per vedere l'ampia chiazza scura sul maglione del complice.
Milano, 8 dicembre 2018.
Rebecca a sorpresa aveva mancato la visita. Assente, sparita.
In compenso il mal di testa lo martellava incessante e inclemente.
Rientrato a casa si era svuotato la bottiglia di Pampero collecion e adesso aveva una campana che rintoccava nella scatola cranica. Prima di anestetizzarsi con l'antidoto di un Symflex forte, aveva deciso di punirsi con lo sforzo fisico.
Ardig sbuffava sollevando il bilanciere.
Un movimento lento, appoggiando la sbarra al petto per poi farla salire distendendo le braccia. Tre serie da settanta chili, poi modific l'inclinatura della panca in obliquo per i pettorali alti.
Tra una serie e l'altra rifletteva.
Ripensava alla Pollini, al suo rimescolamento ormonale, ai patemi per quella mancata o rischiata gravidanza, ai suoi legittimi tormenti interiori e intestini.
Non era la sua donna, non era riuscito a provare qualcosa per lei, e neanche lei per lui. Non poteva starle accanto, confortarla, sostenerla, semplicemente perch non era la persona giusta per farlo.
Rivolgersi altrove: il suo cuore aveva la serranda chiusa per eterni lavori in corso.
Terminata la panca afferr due manubri da dodici chili, per lavorare con le croci e le aperture, rivolgendo la mente a Sala.
Il redento sulla via di Damasco, il pentito senza mai pentirsi, senza mai raccontare le sue verit e assumersi tutte le sue responsabilit, rapine, furti, l'attentato al circolo Orione.
Uno che avrebbe dovuto marcire in cella e invece si era rifatto una vita nella splendida cornice di Parigi, con una bella famiglia e un lavoro rispettabile da tipografo. Senza quell'incidente, che lo aveva colpito negli affetti pi cari, probabilmente si sarebbe goduto la sua comoda esistenza parigina senza provare alcun rimorso o pentimento per le sue vittime.
Forse davvero qualcuno lass aveva deciso di punirlo togliendogli tutto sul pi bello.
E pensava a Serassi.
Quello che invece non si era mai pentito, che aveva espiato le sue colpe con gli anni, marcendo dietro le sbarre, pagando il prezzo pi alto per il male che aveva inflitto agli altri, senza nascondersi.
Due uomini diversi, che avevano sbagliato, e avevano vissuto in modo opposto la responsabilit morale e materiale dei loro delitti.
Inevitabilmente provava una maggiore empatia per Serassi.
L'uomo fuori dal tempo e dal mondo, senza un cellulare, senza una connessione internet, uno che, per fare una ricerca, andava a sfogliarsi i quotidiani in un'emeroteca, cosa possibile se hai una data precisa su cui concentrarti, molto pi complicata se invece devi abbracciare un periodo di tempo pi ampio, in quel caso devi ricorrere alla rete.
Improvvisamente gli vennero in mente le parole, riferitegli da Santoni, pronunciate dal bibliotecario ...tanto poi queste persone sa cosa fanno? Se ne vanno nei Phone center in periferia, dove bazzicano molti immigrati senza documenti e dove non ci sono controlli.
Un Phone center! Ecco dove poteva essere andato Serassi per fare le
sue ricerche su Matteo Sala, per stamparsi quell'articolo di
Repubblica e magari per prendere informazioni sull'ex complice,
informazioni che poi non aveva stampato, non regalandogli altre molliche di pane per seguire a ritroso il percorso dei suoi ultimi giorni di vita milanese.
Il Phone center pi vicino all'abitazione dell'ex terrorista era a meno di cinquecento metri, in via Otranto.
La solita insegna con l'immagine bluastra del globo terrestre a sovrastare caratteri tradotti in arabo e in cinese.
Dietro la cassa un ragazzo asiatico, bengalese o srilankese.
Ardig e Farris entrarono mostrando i tesserini senza neppure salutare.
Ingresso da poliziotti cattivi, quelli del braccio violento della legge, esibito per spaventare un poveraccio che impallid all'istante.
Non ci fu nemmeno bisogno di sputacchiargli la solita minaccia tipo
ti faccio chiudere la baracca e ti faccio cacciare via.
La foto del volto ceruleo di Serassi disteso sul tavolo settorio, la stessa mostrata ai taxisti, bast e avanz.
Il ragazzo annu presentandosi come Mujibur. Parlava un buon italiano, con una venatura di accento milanese.
 venuto qui alla mattina, quando non c' nessuno, mi ha chiesto dell'aiuto, non sapeva come fare. Cio, come se non avesse mai usato Google spieg, indicandogli le postazioni, praticamente quasi tutte libere, tranne una occupata da un tizio, asiatico pure lui, che non si era scomposto vedendoli entrare e che continuava a smanettare in qualche chat, ignorandoli.
Lasciarono Scalise a sorvegliare Mujibur mentre consultava la cronologia delle ricerche e si spostarono nel bar dall'altro lato della strada per prendersi un caff.
Quarto Oggiaro. Mitologia e leggende a confondere una realt diversa dall'immaginario collettivo.
Dentro nessun brutto ceffo, nessuna vedetta. Semplici pensionati che
leggevano la Gazzetta dello Sport, blaterando di fatti loro e una
bella ragazza, con un seno prosperoso, dietro al bancone.
Caff corretti con grappa per entrambi.
La barista li squadr per un istante, scoccandogli un sorriso complice che poteva significare mille cose o forse nessuna. Ardig ne approfitt per acquistare anche le Camel, poi tornarono nel Phone center.
Mujibur chiese ancora qualche minuto.
Il tempo di una sigaretta, fumandola dentro il locale, senza uscire. Poi l'ultimo tiro e la fumata bianca.
Ci siamo. Queste, ecco, sono queste.
Aveva effettuato le ricerche la mattina del 27 novembre.
Inizi a stampargli una pila di fogli, li raccolsero e rientrarono in commissariato.
Gabriele Maiocchi, piazza Durante.
Stando alla cronologia era questo il primo quesito inserito da Serassi sulla barra esplorativa del motore di ricerca di Google.
A seguire Gabriele Maiocchi, via Casoretto.
La stessa zona dove la sera precedente, la sera del 26 novembre, si era fatto scarrozzare in taxi, per visionare quelle strade, per riprenderne una confidenza almeno visiva.
Quella sera aveva voluto riscoprire quel quartiere, le viuzze intorno al Leoncavallo dove aveva bazzicato negli anni barricaderi delle proteste e della lotta armata.
La mattina successiva aveva cercato sul web notizie su questo Gabriele Maiocchi.
Ma non solo.
La successiva ricerca era stata antiquari restauratori Milano.
Aveva aperto innumerevoli link. Praticamente tutti i siti o le pagine degli esercizi commerciali cittadini dedicati alle antichit.
Mujibur gli mostr la successiva: Dottor Plumari, ospedale Sacco.
Forse un medico, uno di quelli che aveva seguito la Casarsa che era infatti stata ricoverata al Sacco dove era spirata il 23 novembre. Non aveva per aperto nessun link.
Poi l'asiatico evidenzi l'ultima ricerca: Uomo delle bombe e il Pietro Micca di Lodi.
Stavolta rimasero a bocca aperta.
Deborah Pollini aveva deciso di farsi del male per autocommiserarsi.
Prima di farsi la doccia, struccata, il volto tirato dopo una notte insonne e i tanti bicchieri di troppo, si umiliava di fronte allo specchio cercando di guardare solo il peggio di una donna ancora attraente e sensuale.
Il flusso mestruale era un fiume in piena.
Si tocc il ventre.
Poi si decise ad aprire il getto, posizionandolo sul tiepido ed entr nella doccia lasciandosi accarezzare dall'acqua per qualche minuto di tregua, dopo una lunga maratona notturna di pensieri, di immaginarie bilance per soppesare pr e contro, per giudicarsi, assolversi o condannarsi, e decidere alla fine con una sentenza inappellabile.
Una sorpresa dietro l'altra.
Incrociando le ricerche con la cronologia del Phone center avevano scoperto il perch Walter Serassi, nell'archivio telematico dell'emeroteca Sormani, avesse sfogliato i quotidiani milanesi dei primi giorni di agosto del
1981: il 5 agosto, in via Cogne, nel quartiere di Roserio, a due passi da Quarto Oggiaro, il dottor Luciano Plumari era stato ammazzato sul marciapiede.
Un'esecuzione feroce e spietata con due colpi alla schiena e uno alla nuca.
Esattamente come sarebbe accaduto trentasette anni
dopo a Matteo Sala, con un colpo in pi di quelli riservati a Serassi.
Gli articoli dell'epoca ipotizzavano un delitto per ragioni passionali.
Plumari, scapolo, viveva da solo in un appartamento preso in affitto proprio in quella strada, a poche centinaia di metri dall'ospedale Sacco, dove era medico internista.
Ardig si accese la solita Camel blu ordinando a Scalise di avviare le
ricerche per sapere tutto del dottor Plumari e di Gabriele Maiocchi.
Poi si concentr sull'altra sorpresa emersa dalle ricerche in rete, sull'uomo delle bombe.
Il Pietro Micca di Lodi. Un altro spettro di un passato remoto. Quello degli attentati ai tralicci e agli scambi ferroviari.
Il Pietro Micca degli anni Settanta non era un emulo dell'eroe torinese che nel 1706 aveva innescato la miccia sacrificandosi per la difesa della sua citt, bloccando l'avanzata degli assedianti francesi, facendo crollare le gallerie sotterranee scavate dai galletti d'oltralpe.
Questo non era un patriota, era un terrorista come Serassi.
Forse diverso, per l'ideologia e la metodologia.
Alberto Baresani era un anarchico e non era inquadrato nella galassia multiforme delle Brigate Rosse, ma prima ancora era stato un militare, un artificiere in servizio nelle caserme goriziane del fronte orientale, quelle in permanente allerta in caso di invasione sovietica dal confine jugoslavo.
Aveva maneggiato esplosivi e tritolo durante l'anno del servizio di leva militare obbligatorio e aveva continuato a farlo dopo il congedo imbracciando la bandiera dell'anarchia nei primi anni Settanta.
Dopo la strage di piazza Fontana, la bomba alla banca dell'Agricoltura di Milano era finita inizialmente proprio sul conto degli anarchici milanesi.
Come Giuseppe Pinelli, che i poliziotti dell'ufficio politico avevano suicidato durante gli interrogatori, approfittando dell'assenza del commissario Calabresi. Come Pietro Valpreda, il ballerino zoppo, sbattuto in galera e poi per anni interminabili messo sotto processo, prima di essere scagionato anni dopo, ma senza mai essere completamente riabilitato a livello mediatico. Come Davide Sala, il tipografo di via Benaco sospettato degli attentati sui treni del 1968, il padre di un bambino che, dieci anni dopo, avrebbe preso la stessa strada di terrorista bombardo.
In attesa di una scheda ufficiale Ardig stava utilizzando Wikipedia per conoscere la storia di Baresani.
Un elettricista con la passione degli esplosivi e della causa anarchica sospettato di vari attentati, tutti a tralicci dell'alta tensione o a scambi ferroviari. Attentati dimostrativi, che non avrebbero dovuto far del male a nessuno, solo interrompere il pubblico servizio elettrico e ferroviario.
Il 22 settembre 1980 aveva collocato un ordigno in uno scambio a Borgo Lombardo, pochi chilometri a sud di Milano. Facendolo saltare avrebbe paralizzato in due l'Italia, bloccando la principale linea ferroviaria nazionale, quella da Milano a Bologna, per almeno una settimana.
Purtroppo il timer non aveva obbedito, ritardando l'esplosione di alcuni minuti, fatali a un ignaro operaio che stava lavorando nei dintorni.
Stavolta niente passeggiata in corso di porta Ticinese e niente caff. Decise di disturbare al telefono l'ex commissario Sacchetti per farsi raccontare i fatti.
Pochi squilli, pochi preamboli come sempre.
I colleghi erano risaliti facilmente a lui tramite gli informatori. Un tipo strano, teneva una cassa di polvere nera nella cantina della villetta dei genitori e aveva cassetti zeppi di ciclostilati e volantini. Ha sempre ammesso la sua responsabilit sugli attentati ai tralicci e agli scambi, incluso quello di Borgo Lombardo. Si era
difeso spiegando che il timer avrebbe dovuto far deflagrare l'ordigno
alle cinque del mattino e non alle sei e un quarto, quando erano sopraggiunti gli operai della manutenzione aveva riassunto Sacchetti.
Concluse con uno strano epitaffio investigativo: Era un povero diavolo che non voleva fare del male a nessuno.
E invece si  cuccato vent'anni di galera.
Non erano venti ma ventisei, perch nel conto gli avevano sommato anche i precedenti attentati ai tralicci. Ne aveva scontati una dozzina, prima di ottenere la semilibert nel 1993.
Adesso sapevano cos'era andato a fare Serassi a Lodi.
Era andato a cercare l'uomo delle bombe, come avrebbero fatto anche loro.
Uscendo caric il povero Scalise dell'ennesimo onere:
Recuperami il fascicolo investigativo dell'omicidio del dottor Plumari.
Lodi  una cittadina a met strada tra la grande area urbana di Milano e la campagna della Bassa che si estende fino all'Emilia. Citt di mezzo, che separa le aree industriali da quelle agricole, una citt dalla storia secolare, con un bel centro storico delimitato da un'area pedonale e tanto verde.
Il bombarolo Alberto Baresani risiedeva a due passi dalla stazione ferroviaria, in una villetta di famiglia, non lontana dal Castello. Zona residenziale, immobili di pregio e negozietti carini: il centro abitato dalla buona borghesia lodigiana.
Il vice questore Rondoni, responsabile della Mobile di Lodi, li stava ragguagliando davanti al solito caff in un bar gestito da cinesi.
Baresani era una pecora nera di una famiglia di operai diventati imprenditori.
Il fratello minore era il titolare di una ditta con oltre trenta addetti.
Lui, dopo il carcere, era ripartito. Si era messo a lavorare come commesso in un negozio di ferramenta. Sgobbava, sorrideva, andava in bicicletta, la sua passione, e faceva il volontario in una casa di riposo per anziani per riscattarsi degli errori commessi.
Nel 2013 un pirata della strada lo aveva travolto mentre pedalava su una strada provinciale nel cremasco provocandogli fratture scomposte di femore e bacino.
Da allora Baresani deambulava con grande fatica, appoggiandosi a un doppio bastone.
I colleghi di Lodi sapevano di trovarlo in un bar dove gli anziani giocavano a carte, brava gente, con la giacca sopra il maglione e il cane accucciato sotto la sedia, ex operai, ex impiegati, ex commercianti. E un ex terrorista anarchico.
Tutti insieme, come se niente fosse.
A scortarli un agente in divisa giusto per non passare inosservati.
Il diretto interessato li vide arrivare direttamente dalla vetrata affacciata sulla strada e si alz, pass le sue carte a un compare attempato e li accolse direttamente al bancone.
Posso offrirvi un caff?
Ardig non si stup pi di tanto.
Non ci chiede nemmeno chi siamo?
L'ex bombardo della Bassa smorfi la bocca in un sorriso sghembo mostrando una dentatura gialla e storta, con le gengive ritirate.
Che siete poliziotti lo vedo, che veniate per quello l, per il Serassi, mi ci gioco il caff.
Scommessa vinta borbott Ardig facendo segno al barista di preparare gli espressi per tutti.
Si spostarono a un tavolino.
L'agente rimase in piedi, in disparte, pronto a intervenire.
Ma non ce ne sarebbe stato bisogno.
Baresani si era spostato appoggiandosi ai due bastoni con un movimento sofferto. Un soffio di vento lo avrebbe fatto cadere per terra.
Non era quell'uomo avviato alla vecchiaia a costituire un pericolo nel presente. Semmai era il suo passato che tornava in scena.
Presero i caff senza parlare, poi l'anarchico ruppe il silenzio.
Non ho nulla da nascondervi, sono a vostra completa disposizione.
Meglio per noi.
Posso almeno sapere chi siete?
Vice questore Bruno Ardig, responsabile della sezione Omicidi. E il mio vice, l'ispettore Massimo Santoni.
Baresani annu.
Il Walter  venuto qui da me la settimana scorsa, la mattina che c'era il mercato, era...
Lo sappiamo che giorno era lo interruppe Ardig per fargli capire che di cose ne sapevano gi parecchie e che non gli conveniva fare il furbo.
 passato a cercarmi a casa e mia moglie lo ha indirizzato qui al bar. Quando l'ho visto entrare...
Sorrise nuovamente con quella sua bocca orribile.
Che rapporti avevate?
Quelli che si instaurano tra detenuti. Sono stato a Porto Azzurro per nove anni, ero uno dei sepolti vivi, fino all'assurda rivolta dell'agosto del 1987...
Una vicenda che Ardig ricordava.
Un gruppo di ergastolani guidati dal terrorista nero Mario Tuti riescono a far entrare nei bracci delle armi e degli esplosivi, tentano un'evasione ma vengono scoperti, allora prendono in ostaggio una trentina di operatori della struttura, tra cui medici e infermieri e lo stesso direttore, trasformando la fallita evasione in una sommossa a cui per la maggior parte dei reclusi non collabora.
Per una settimana l'Elba diventa il set a cielo aperto di un action movie, con i corpi speciali pronti a intervenire, giornalisti da tutto il mondo e ostaggi legati alle sbarre
con i vestiti imbevuti di alcool, pronti per essere arsi in caso di incursione. Giorni di trattative poi la resa, quasi incondizionata, degli ergastolani.
...dopo sono stato spostato in altre strutture e Serassi non l'avevo mai pi incrociato. Quando l'ho rivisto, per poco non mi prende una sincope.
I poliziotti lo fecero terminare in attesa della polpa, quella vera, che Baresani srotol sul tavolo senza omissioni.
Mi ha proposto cinquantamila euro per assemblargli delle piccole bombe artigianali.
Che significa piccole?
Roba a basso potenziale deflagrante. Per far saltare saracinesche insomma. Come quelle che gli estorsori utilizzano nel racket per spaventare i commercianti che non vogliono pagare il pizzo, ma senza danneggiargli il negozio.
Voleva agganciare quelli che stanno mettendo le bombe contro le sedi della Lega, di Casa Pound, se ho ben capito voleva fare gruppo con loro.
Alla faccia! Ecco perch Serassi aveva deciso di restare a Milano, per rilanciare una sua lotta armata!
In estate aveva letto sui quotidiani delle bombe alle sedi dei partiti di destra e, appena tornato, con la scusa di seppellire la Casarsa, aveva deciso di riprendere la sua battaglia politica contro nuovi nemici, ma con vecchi strumenti e gi che c'era aveva cercato i compari di un tempo.
E lei cosa ha risposto?
La mano dell'anarchico si spost su uno dei due bastoni.
Pensa davvero che alla mia et, con questa gamba matta, mi metterei di nuovo a giocare con le bombe?
Giocare. Come se la vita strappata a un uomo innocente, quell'operaio saltato in aria a Borgo Lombardo, e tutti gli anni di galera che si era sciroppato fossero un gioco.
Lo stesso Baresani realizz l'infelicit della sua uscita.
Io ci credevo alla causa anarchica, ci credevo di poter cambiare il
mondo, renderlo pi giusto per tutti... ma tornassi indietro, se
potessi, non rifarei niente. Lo sapete che anni fa ho anche incontrato
la vedova di quel poveretto crepato per colpa mia? Ho tolto il padre a
quei figli, mi illudevo di cambiare il mondo facendo saltare in aria dei binari del treno.
Ardig scosse la testa, riportandolo a Serassi.
Che cosa voleva far saltare?
Mi ha detto le sedi dei partiti al Governo, ma anche le filiali delle banche. E poi quelle delle agenzie per il lavoro, quelle che ti chiamano solo per qualche giorno.
Le agenzie interinali?
Ecco, quelle, e poi c'era un circolo di neri, a Milano.
Un ritrovo di teste rasate.
Quello di Bonola lo anticip Ardig, realizzando immediatamente.
Una birreria aperta da ragazzi di estrema destra, gi oggetto di atti vandalici da parte dei centri sociali.
Ecco cosa era andato a vedere Serassi in taxi. Voleva fare i primi sopralluoghi prima di pianificare il suo ritorno in scena.
L'irriducibile che tornava a colpire dopo quasi quarantanni e magari anche a uccidere.
Come ha preso il suo rifiuto?
Ha provato a insistere poi, quando ha capito che anche obbligandomi o minacciandomi, non poteva convincermi, allora si  alzato e se ne  andato. Senza neppure chiedermi di tenere la bocca chiusa. Forse per lui era scontato che lo avrei fatto si strinse nelle spalle l'anarchico, mostrando una solidariet omertosa tipica tra criminali.
Se lo avesse denunciato forse sarebbe ancora vivo lo incalz Ardig.
E per cosa? Per delle chiacchiere? replic tranciante il vecchio bombarolo.
Cinquantamila euro sono una bella cifra. Non le ha detto dove li avrebbe presi.
No, e non gliel'ho domandato. Non sono affari miei.
E comunque Serassi era anche un rapinatore, avr tenuto via un gruzzolo in questi anni.
Impossibile, perch le sue rapine fruttavano lire, inutilizzabili nell'era degli euro.
Ma Ardig non prosegu. Era chiaro che l'anarchico non avrebbe detto nulla di pi e certo non poteva sbatacchiare con metodi poco ortodossi un anziano con un bastone.
Durante il ritorno in autostrada Ardig ripens alle parole dell'uomo delle bombe.
Un altro dal rimorso a met, pentito solo per aver ucciso un uomo innocente, non per aver collocato un ordigno esplosivo su un bene pubblico, una massicciata ferroviaria, e con un atteggiamento scontroso, da nemico di uno Stato che aveva combattuto e in cui non si riconosceva.
Uno Stato che da anarchico magari avrebbe continuato a combattere anche dopo tutti quegli anni di carcere, se avesse avuto meno da perdere e la gamba funzionante.
Al ritorno in ufficio trov ad attenderlo l'incartamento del delitto Plumari. Per decenni era stato conservato sotto un dito di polvere negli archivi della Questura, negli scaffali dei delitti irrisolti, i cold case.
Assassinato in una rovente sera d'estate in cui Milano si era svuotata per l'esodo dopo la serrata del 1 agosto, quando le ditte abbassavano la saracinesca, i negozi chiudevano e le citt erano deserte. Operai e impiegati intasavano le autostrade e le stazioni per andarsene in riviera, o dai parenti nel Meridione.
Era l'Italia di agosto, quella del nuovo boom economico, quella che per tre settimane si lasciava alle spalle manifestazioni, proteste, terrorismo e tutto il veleno che intossicava i polmoni delle citt industriali del Nord.
Il dottor Plumari era in servizio in quella prima settimana di agosto, le ferie le avrebbe fatte a fine mese.
La sezione Omicidi, guidata dal mitologico commissario Vittorio Maspero, aveva fermato un paio di sospetti, poi li aveva rilasciati dopo averli torchiati.
Due uomini. Uno dei due aveva un precedente per atti osceni in compagnia maschile.
Un omosessuale, un altro dopo Guerzoni.
Plumari aveva addosso il portafogli, un orologio Omega e le chiavi di una FIAT 132 parcheggiata poco distante.
Un bottino importante che il killer aveva ignorato perch gli interessava prendersi solo la vita del medico, per ragioni passionali presumibilmente.
Allegati i referti delle analisi sui tre proiettili estratti dal cadavere del medico.
Calibro 7,63, a sparare una Star MMS.
Ardig rabbrivid chiedendo a Scalise di inviare il materiale a De Piccoli, per verificare se a uccidere Plumari e Serassi, a distanza di trentasette anni, e a meno di un chilometro, fosse stata proprio la stessa pistola, la stessa che aveva freddato il gioielliere di piazza Giovine Italia, impugnata dalla stessa mano.
Anche se ormai non aveva dubbi.
Era la mano dell'assassino che stava inseguendo.
L'uomo rimasto dietro le quinte.
Eccolo,  lui.
Santoni sventolava i soliti fogli estratti dai loro terminali.
Gabriele Maiocchi, nato a Milano nel 1960. Figlio di...
Snocciol le solite generalit familiari prima di arrivare al punto.
Denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale e resistenza all'arresto, nel 1980, durante un'occupazione dell'Universit Statale.
Nel suo scarno fascicolo anche un appunto dell'ufficio Politico: Attivista del centro sociale Leoncavallo, collegato a fiancheggiatori di Prima Linea.
Un altro ragazzino che in quegli anni di piombo rovente giocava a fare il rivoluzionario.
Dopo la denuncia rimediata alla Statale, denuncia che non era mai sfociata in un processo, non aveva pi avuto problemi con la legge.
Si era laureato nel 1984 in Lettere Moderne. Quindi aveva svolto il servizio civile come obiettore di coscienza.
Non erano tanti all'epoca gli obiettori.
Due anni dopo aveva vinto il concorso, diventando docente per le scuole superiori. Da un estratto del provveditorato degli Studi di Milano risultava essere preside in un liceo scientifico, il liceo Bertrand Russell, in zona Niguarda.
Ardig decise di andarci.
Il liceo Russell  nascosto in una traversa di viale Ca'
Granda, in un comprensorio dove sono ubicati diversi istituti scolastici. Tipiche palazzine da scuole, con una piccola area verde contornata da ringhiere metalliche.
Ad accogliere Ardig e Farris nell'atrio un bidello che stava pulendo una vetrata con uno strofinaccio e l'alcool etilico.
Buongiorno. Polizia, sezione Omicidi, dobbiamo vedere il preside tagli corto Ardig.
Il bidello, un sessantenne panciuto, stempiato con baffi sale e pepe, scosse la testa.
E a casa in malattia. Da luned.
Ci dia l'indirizzo.
Certamente, venite in segreteria.
Alle 11 Deborah Pollini arriv davanti all'entrata principale del Tribunale.
Di solito accedeva dall'ingresso laterale di via Freguglia. Stavolta aveva scelto di farsi la scalinata di fronte all'imponente facciata.
Si riemp gli occhi dell'intera struttura, facendo scorrere
nella mente il film dei quasi vent'anni trascorsi in quell'edificio, dove si amministra la giustizia degli uomini.
Rivide udienze, colleghi, cerimonie, personaggi.
Anni di vita, della sua vita, condensati in un caleidoscopio di emozioni, rimpianti, soddisfazioni, paure, errori.
Tutti insieme, confusi, indecifrabili come quelle centrifughe dove si mescolano frutta dolce e ortaggi, creando beveroni dal gusto indefinibile.
Sal le scale piano, un gradino alla volta, fino all'ultimo.
Per assimilare il peso di quella salita.
Per la sua complessit interiore.
Per ritardare la sofferenza di quella decisione gi presa.
La corte di Cassazione del suo cuore e del suo cervello confermarono la sentenza mandandola in giudicato.
Il Casoretto.
Quel piccolo quartiere stretto tra via Padova, piazzale Loreto e Citt Studi, conosciuto soprattutto per quella via intitolata al musicista Leoncavallo e per quel centro sociale che aveva rappresentato per decenni un pezzo turbolento della storia e della vita di Milano.
Il Leonka si era trasferito qualche chilometro pi a nord, a Greco, da oltre vent'anni, ma ricordi, veleni e fantasmi continuavano ad aggirarsi in quelle strade.
Gabriele Maiocchi aveva sempre vissuto l. Da giovane in via Lambrate, la strada che portava all'ingresso principale del Leonka, da adulto si era spostato nella vicina piazza Durante in un appartamento ereditato dai nonni.
Rispose al citofono con voce metallica limitandosi a un
terzo piano.
La porta del pianerottolo si apr su un bel salotto luminoso, affacciato sul verde dei giardinetti sottostanti, i giardini di piazza Durante, dedicati alla memoria di Fausto e Iaio, i due ragazzi del Casoretto freddati a colpi di pistola proprio in quel quartiere, in via Mancinelli, nel marzo del 1978, due giorni dopo il rapimento di
Aldo Moro. Facile intuire che Maiocchi fosse loro amico: stessa et, stesso quartiere, stesso centro sociale.
Il preside li accolse in abbigliamento casalingo, una tuta grigia che gli regalava un'aria giovanile anche se il fisico imbolsito e i capelli diradati raccontavano di un uomo invecchiato e trascurato. Le occhiaie violacee raccontavano di notti insonni, di preoccupazioni e tormenti.
Posso offrirvi un caff?
Ardig da anni non beveva caff della moka, preferendo sempre e solo quello del bar denso e cremoso, per cui rifiut deciso.
Siamo a posto cos.
Li invit ad accomodarsi un divano di pelle moderno.
Contrastava con l'arredamento classico, con una statua greca e una biblioteca imponente.
Vi aspettavo esord Maiocchi senza scomporsi.
Per questo si  messo in malattia.
Annu.
Preferivo incontrarvi qui che a scuola. Almeno, se mi arresterete, non regaler la soddisfazione ai miei studenti di vedermi portare via in manette. Lo immaginate? Il preside ammanettato e quei bambocci a farsi i selfie...
Ardig si stup per la disarmante tranquillit della frase pronunciata da quell'uomo che li fissava dritto negli occhi, come se non avesse nulla da nascondere.
Addirittura arrestarla? Per la verit siamo venuti solo per farle qualche domanda. Per il momento...
Su Matteo Sala e Walter Serassi.
Fossero tutti come lei il nostro lavoro sarebbe decisamente pi semplice lo incoraggi il commissario intuendo che quell'uomo mansueto fosse una specie di pentolone in ebollizione, che chiedeva soltanto di sollevargli il coperchio per eruttare giorni e notti di rimorsi, tormenti, di paure sepolte sotto i ricordi, sotto anni di vita borghese.
Ma il passato non si uccide, non muore mai.
Per a volte torna per uccidere.
Maiocchi si strinse nelle spalle.
Sono a vostra totale disposizione.
La stessa frase pronunciata da Baresani, manco si fossero accordati...
Ardig si accese una sigaretta, chiedendo il permesso solo dopo aver gi aspirato il primo tiro.
Posso?
Il preside si alz a prendere un portacenere gi zeppo di cicche e si accese una bionda anche lui.
Fine dei convenevoli e inizio delle ostilit.
Ha ucciso lei Serassi? chiese il commissario a bruciapelo.
L'espressione corrucciata sul viso di Maiocchi per un istante scomparve, lasciando rilassare i muscoli facciali.
No, no rispose il professore deciso. Convincente.
La sera non esco mai di casa. Sono sempre qui a vedere la TV o a lavorare nello studio. Immagino che non avrete difficolt a controllare tutto, computer, cellulare.
Ardig spense la sigaretta e scosse la testa.
Al computer potrebbe aver lavorato un suo familiare.
E il telefono potrebbe averlo lasciato qui.
Fatemi la prova della polvere da sparo, vedrete che...
A dicembre con guanti e giacconi non troveremmo nulla e avrebbe gi fatto sparire gli abiti.
Non ho neppure una pistola.
Potrebbe aver gi fatto sparire anche quella.
Non avrei nemmeno saputo dove procurarmela.
Da qualche vecchio compagno di lotta. O da qualche moderno delinquente.
Maiocchi non si scompose.
Faccia come crede. Ma non sono stato io e ritengo che, con tutto quello che avete oggi a disposizione, telecamere e via dicendo, ve ne accorgerete presto anche voi.
I due poliziotti lo fissarono in silenzio per qualche istante.
Lui ricambi lo sguardo, sicuro, sereno.
Non stava mentendo.
Facciamo che le credo. Peraltro non sappiamo neppure noi quando sia stato ucciso Serassi. Forse sabato, forse domenica, o persino luned.
L'altro non aggiunse nulla.
Mi spieghi perch ha il timore di essere arrestato?
Maiocchi si accese un'altra sigaretta e si prese un bel respiro.
Dottore, vede, io mi ritengo una brava persona. Un bravo marito, un bravo padre di famiglia.
Gli mostr la foto del display del cellulare.
Lo sfondo dei grattacieli di Manhattan, lui, una donna cinquantenne, due ragazzi adolescenti, un maschio e una femmina. La classica istantanea di una famiglia felice in vacanza nella Grande Mela.
Ma non parlo solo della famiglia, io mi ritengo un bravo insegnante, ho sempre fatto il mio lavoro, da qualche anno sono anche preside. E mi ritengo un bravo cittadino.
In questi ultimi trentacinque anni non ho mai avuto un problema, non ho mai dato fastidio a nessuno.
Ho sempre fatto il mio dovere silenzioso per questo nostro Paese, lavorando, pagando le tasse, facendo del volontariato.
Gli ultimi trentacinque anni, il commissario colse il passaggio.
E prima?
Se siete qui, lo sapete anche voi.
Quello che per Ardig era un sospetto adesso era una certezza.
Perch non mi racconta tutto dall'inizio?
L'insegnante chiuse gli occhi come se stesse riordinando i ricordi, mettendoli tutti in fila, poi indic la finestra.
E iniziato tutto li sotto, su quelle strade. C'era un bar dove d'inverno passavamo i pomeriggi. I ragazzi di qui, liceali, adolescenti. Poi, con il Leoncavallo a due passi, farsi coinvolgere in quel turbine di idee, di emozioni, di
energia, di voglia di rivoluzione. No, non potevi starne fuori.
Ardig annu, invitandolo ad andare avanti.
Maiocchi lo fiss nuovamente in volto.
Ho sentito dire da qualcuno che tra tutte le pazzie la giovent  quella pi pericolosa. E purtroppo  vero. Sa come si dice no? Si nasce incendiari e poi si invecchia da pompieri. E sciaguratamente  capitato anche a me. I ragazzi, quelli di oggi, vivono in un altro mondo. Ma noi allora eravamo in guerra e quando c' una guerra, o ne stai fuori, o ci finisci dentro.
Maiocchi si alz, spostando le tende della finestra, mostrando i rami senza foglie degli alberi del parco sottostante.
Ho iniziato per loro, per Fausto e Lorenzo. Avevo diciotto anni, li conoscevo, erano miei amici. Se a lei avessero ucciso due amici a quell'et cosa avrebbe fatto? Bisognava reagire, bisognava fare qualcosa, non dico vendicarli, ma almeno...
Si ferm, non trovando le parole opportune.
Commissario, io non ho mai sparato a nessuno, non ho mai pensato di uccidere, ero solo un ragazzino esaltato che giocava a un gioco pi grande di lui, un gioco maledettamente pericoloso. Ma quello l'ho scoperto soltanto dopo. All'inizio erano solo i cortei, gli scontri con voi poliziotti, le bottiglie lanciate...
Quando ha conosciuto Matteo Sala e Serassi?
Non lo ricordo, credo al Leoncavallo, in quegli happening dove si discuteva di politica e di azione tra vino e canne. Erano entrambi, come dire... famosi, anzi famigerati.
Sala dopo l'attentato al circolo Orione era considerato un duro, uno cazzuto. E Serassi era uno che mordeva il freno, che diceva che i capi si erano ammorbiditi, che dopo il sequestro Moro bisognava alzare il tiro. Mi rendo conto che oggi le sembrer tutto una pazzia, eppure tutto quel delirio allora aveva un senso. Era come stare in mezzo a un
mare di petrolio nuotando con un cerino acceso in mano, non so se rendo l'idea? Ma per fare le azioni servivano le armi, i covi, i travestimenti. Per cui servivano i soldi.
E l'unico modo per averli subito erano le rapine, vero?
Lo chiamavano auto finanziamento attraverso l'esproprio proletario. Rubavamo ai borghesi per sovvenzionare la rivoluzione dei proletari. Era una teoria alla Robin Hood che giustificava i reati. Ero con altri ragazzi. Serassi ci aveva agganciato e messo alla prova. Abbiamo fatto due rapine in magazzini su in Brianza, io facevo sempre il palo fuori. Serassi diceva che la pistola era scarica, che voleva solo spaventare commessi e impiegati e che i soldi non si dividevano perch servivano alla causa. Era... come dire?
Esaltante. Alla Statale tanti ragazzi in quegli anni vivevano cos, studenti al mattino, brigatisti al pomeriggio.
E poi?
Poi  cambiato tutto quando  arrivato il morto. Il suo morto, noi mica c'entravamo. Quel povero sindacalista al Portello. Era una brava persona, un padre di famiglia.
Sono stato al suo funerale e la gente era commossa, piangeva. Con me c'era anche Giulio, solo in quel momento abbiamo capito che stavamo sbagliando tutto, che la nostra era una guerra sbagliata e persa in partenza. Cos abbiamo avuto paura...
Giulio  Giulio Romoli?
S, Giulio Romoli.
Ardig lo invit a proseguire.
Volevamo sfilarci, per qualche giorno siamo spariti, ma Serassi ci minacciava. Io sono stato zitto per timore che mi venisse a prendere a casa, mentre Giulio ha minacciato di denunciarlo.
Il resto della storia appariva chiaro e scontato.
Cos Serassi lo ha assassinato davanti alla birreria di via Adelchi e lei ha avuto ancora pi paura e lo ha seguito nel colpo di piazza Giovine Italia, dove c' scappato un altro morto.
Maiocchi abbass lo sguardo, mortificato per la vergogna, per quella codardia costata delle vite umane.
Avevo vent'anni, ero un ragazzino. Non sapevo come uscirne. E poi quel morto non doveva scapparci. Ma io non cero, ero solo di appoggio, mi avevano detto di aspettarli al Primaticcio con un'altra vettura di scambio. Era una FIAT
128. Quando li ho visti arrivare con la macchina tutta crivellata, i vetri rotti e quel poveretto che buttava sangue dalla pancia... non pu nemmeno immaginare il terrore che ho provato. E poi, una volta a casa, ho scoperto dell'uccisione del gioielliere. Ero stato complice in una rapina dove era stato ammazzato un uomo, un altro padre di famiglia.
Probabilmente nei giorni successivi era stato schiacciato dai rimorsi e aveva deciso di vendere il suo capo per sgravarsi la coscienza.
 stato lei a fare la soffiata per far arrestare Serassi?
L'uomo annu mesto.
Il padre di un mio compagno di universit era un maresciallo dei Carabinieri. Ero terrorizzato, pensavo che mi avrebbero arrestato o che Serassi mi avrebbe sparato per tapparmi la bocca. Cos gli ho raccontato alcune cose e...
lo so che  difficile da crederci, ma qualche ora dopo mi sono trovato di fronte addirittura il generale Dalla Chiesa in persona e a quel punto...
Non serviva altro.
Era tutto chiaro. In cambio della dritta su dove prendere Serassi, avevano tirato una riga nera sul nome di Gabriele Maiocchi.
Un omissis per ragioni di Stato.
Un pesce piccolo liberato dalla rete per catturarne uno pi grande.
Quello che intendeva fare anche lui.
Nel mirino non aveva un complice di una rapina finita nel sangue, ma un assassino che dal 1981 si lasciava dietro una lunga scia di sangue: il gioielliere Prover, il medico Plumari, ora Serassi e forse anche Sala.
Uhm, quando ha visto Serassi?
La mattina del 29 novembre. E venuto da me, al liceo.
Sapeva dove trovarmi...
Lo aveva scoperto nelle ricerche in rete al Phone center.
Voleva fargliela pagare per l'arresto?
Macch. No rispose secco Maiocchi, incrociando lo sguardo perplesso di Ardig.
Ha... come dire... sorvolato, come se non sapesse o fingesse di non sapere. No, no, cercava informazioni sull'altro ragazzo del Leonka.
Sergio Guerzoni?
Proprio lui.
Quello ferito nella rapina e poi crepato dissanguato?
Maiocchi aggrott la fronte.
E quello che pensavo anch'io. Era la voce che girava nel 1981. E che...
Che?
Commissario sono trentasette anni e mezzo che convivo con i fantasmi del mio passato, che convivo con i rimorsi e con il terrore, che si scopra quello che ho fatto, quello che non ho denunciato subito. Ma anche con il terrore che uno di loro tornasse a cercarmi. Per cui sono trentasette anni che leggo scrupolosamente i giornali, che mi informo su tutto.
Cos nel 2011 ha letto di quello scheletro rinvenuto alla Certosa e ha dedotto che avevano ritrovato il corpo di Guerzoni.
Esattamente.
Ma lei mi ha appena detto...
Glielo confermo. Serassi  venuto a cercarmi solo per sapere se avevo notizie di Matteo Sala e di Guerzoni. Gli ho risposto su Sala, sapevo che aveva perso un figlio, che era rientrato dalla Francia e aveva aperto un dormitorio oggetto di rappresaglie di naziskin. Ma erano tutte notizie che aveva anche lui, questo l'ho capito.
E di Guerzoni?
Serassi era sicuro che fosse vivo, ma che avesse cambiato nome e anche faccia. E che fosse ancora a Milano. Io non sapevo cosa dirgli, lo giuro... per fortuna poi se ne  andato via e non si  fatto pi vedere.
Ardig si accese un'altra Camel.
Lei era l il giorno della rapina.
No, no, glielo giuro. Ero rimasto al Primaticcio ad aspettarli.
D'accordo, ma li ha fatti salire in auto, no?
No, no. Sono andato nel panico quando ho visto il ferito e il sangue. Cos Sala, che era l'unico a volto scoperto, mi ha ordinato di caricare i sacchi in auto e di andarmene via a piedi. Cos sono corso via, ho proseguito fino alla metropolitana, sono andato a piedi in De Angeli.
Va bene ma il ferito lo ha visto, lo ha sentito, no?
 durato tutto pochi secondi, urlavano tutti, io ero terrorizzato. Gli altri due avevano il passamontagna e il giubbotto scuro, sembravano identici. Il ferito sembrava messo male e io da quel momento non ho pi visto nessuno di loro.
Per ha subito pensato che fosse Guerzoni, perch?
Perch le voci che giravano dicevano che era lui e poi era letteralmente sparito dalla circolazione. Nessuno lo ha mai rivisto. Per cui...
Cosa ricorda di questo Guerzoni?
Veniva al Leoncavallo ogni tanto, ma era uno esterno ai movimenti. Era molto bello. Biondino, occhi chiari, riccioluto, sembrava un po' quell'attore in voga in quegli anni, Massimo Ciavarro, se lo ricorda?
Vagamente, ma non gliene fregava nulla dell'aspetto esteriore di questo tizio.
Mi conferma che era un gay?
S, s. Era un attivista di quelli che organizzava incontri sull'omosessualit, aveva anche portato Mario Mieli, il loro ideologo, a un incontro in un bar vicino. Lo conoscevo di vista.
E Sala lo conosceva?
All'epoca tutti conoscevano tutti nel giro. Milano, alla fine,  piccola ed eravamo tutti dalla stessa parte, come dire...
Della barricata?
Ecco, s. Ma io non so nulla di pi, davvero. Sala con Serassi la sera prima mi aveva dato le chiavi una FIAT 128
gialla, che aveva parcheggiato in via Porpora. Mi ha ordinato di aspettarli dalle 11 dietro all'impianto del pattinaggio del Primaticcio e di stare pronto con il motore acceso.
Non sapevo quale fosse il bersaglio del colpo, se una banca o un ufficio della posta e non sapevo chi fossero i componenti della batteria.
Matteo Sala per lo conosceva.
S, gliel'ho detto. Per non sapevo neppure che avrebbe partecipato. Me lo sono trovato di fronte quando  sceso dall'auto. Si sentivano le sirene in lontananza, credevo li stessero inseguendo, che ci avrebbero raggiunti e ci avrebbero sparato.
E la refurtiva?
L'ho caricata nel baule con le armi, sparita con la 128, l'hanno tenuta loro. Io non ne sapevo nulla. Non dovevamo spartire, serviva per finanziare la causa. Credevo l'avrebbe conservata Serassi.
Nell'appartamento di via Ampre per i Carabinieri non avevano trovato i preziosi, gli fece notare Ardig.
Li avevano nascosti altrove.
E poi?
Non so altro. Qualche giorno dopo il ciocco ho portato la spesa con la roba da mangiare a Serassi e mi ha spiegato, senza fare alcun nome, che il ferito era grave, che un medico loro amico gli aveva cavato la pallottola che non aveva toccato organi vitali, che aveva perso molto sangue e si trovava in una casa sicura. Ma in quel momento non  che me ne importasse molto. Per questo non ho neppure chiesto chi fosse. Ero l per un'altra ragione. Mi importava
solo avere l'indirizzo dove stava Serassi e visionare l'appartamento come mi avevano ordinato di fare i Carabinieri, per vedere se era solo, se cerano uscite, come erano le finestre, quelle cose l.
E a quel punto ha informato i Carabinieri che hanno arrestato Serassi.
Due giorni dopo. Due giorni interminabili, il tempo non passava mai.
Fine della storia e del flusso dei ricordi.
Ardig riprese a spostare mentalmente i tasselli del suo puzzle, provando a ricostruire il quartetto criminale che aveva assaltato la gioielleria. Escluso Maiocchi, restava sempre un quarto uomo.
Lei mi ha detto di aver vissuto questi trentasette anni come un'ossessione.
Purtroppo  cos.
In cui ha pensato e ripensato a quei momenti, a ogni dettaglio. Mi aiuti, ci aiuti, chi era il quarto uomo?
Davvero, non lo so.
Era alto? Basso?
Non lo so.
Non le credo. Non ci credo che in questi trentasette anni non si sia mai chiesto chi fosse. Una risposta se la deve essere data.
Il preside abbass lo sguardo, poi si pass le mani nei capelli.
Durante i colpi in Brianza c'era un ragazzo con noi.
Abbastanza basso, tracagnotto. Era uno del nord est, direi veneto dall'accento. Mi pare avesse detto che la sua parte dei colpi gli serviva per espatriare, in Francia.
Come si chiamava?
Lo chiamavano Pecora. Il nome vero non lo so.
Quel giorno poteva esserci anche lui.
Ardig continuava a incastrare tessere nel mosaico, eppure alcune non combaciavano.
Not un iPad sul tavolo.
 connesso?
S, certo.
Lo prese senza chiedere permesso e digit su Google
omicidio dottor Plumari.
Mostr gli articoli a Maiocchi che li lesse senza commentare.
Potrebbe essere stato lui a curare il ferito?
Non lo so, davvero.
Un altro tassello tentava di incasellarsi senza riuscirci.
Mi racconti bene dell'incontro con Serassi.
Il preside si accese l'ennesima sigaretta.
 spuntato dal nulla, come un fantasma. Ha bussato alla porta, alla segretaria aveva detto che era un mio collega.
Devo avere un cuore in perfetta salute, altrimenti sarei stramazzato subito. Ho immaginato che volesse uccidermi.
E invece?
Mi ha salutato, quasi cordialmente. Il tono era sempre il suo. Da superiore, da capetto, ma era invecchiato, direi indebolito. Mi ha chiesto come stavo, se mi ero fatto una famiglia e poi mi ha subito domandato se sapevo qualcosa di Sala e gli ho risposto. A quel punto mi ha domandato di Guerzoni.
E lei?
Come le ho detto prima mi ha sorpreso la domanda.
E ancora di pi mi ha sorpreso la sua reazione quando gli ho detto che Guerzoni era morto dopo la rapina.
Perch?
Perch ha riso, mi ha detto che ero un cretino da ragazzo e che ero rimasto un cretino invecchiando. Ma che ero rimasto un bravo ragazzo come una volta. Poi se ne  andato.
Tutto qui?
Nient'altro, glielo giuro sui miei figli.
Ardig si alz andando alla finestra, guardando quei giardinetti intitolati a Fausto e Iaio.
Dal misterioso omicidio di due diciottenni in un buio pomeriggio di marzo erano scaturite guerre sotterranee contro lo Stato complice e omertoso. Erano state messe bombe, compiute rapine, commessi omicidi in un domino criminale in una Milano assassina che non trovava pace.
Si volt per osservare quell'uomo avviato verso la sessantina.
Un padre di famiglia, un professore di liceo, un preside.
Un incensurato, una persona perbene, figlio di un giovane criminale: il giovane guerrigliero Gabriele Maiocchi era morto nella primavera del 1981 e, dalle sue ceneri, era risorto il ragazzo che sarebbe diventato un brav'uomo, conducendo una vita esemplare, crescendo una famiglia e dei ragazzi in un liceo.
La giustizia italiana avrebbe potuto imputargli gravi reati, come il favoreggiamento in omicidio. Avrebbe potuto processare e condannare un uomo che non c'entrava pi nulla con il ragazzo esagitato, complice di sanguinari rapinatori.
Anche se la giustizia non ha una scadenza e neppure la verit.
Professor Maiocchi lei lo sa che l'omicidio non va in prescrizione e nemmeno la complicit in un omicidio sentenzi ad alta voce.
Gli occhi di Maiocchi si inumidirono.
Lo so, l'ho sempre saputo. Sono trentasette anni e mezzo che mi viene la pelle d'oca ogni volta che squilla il citofono o il telefono. O quando vedo dei poliziotti avvicinarsi.
Si alz.
Vado a fare una valigia. Posso?
Ardig annu, accendendosi una sigaretta. Una boccata avida dopo l'altra, mentre le lancette dell'orologio correvano veloci.
Fuori un cielo grigio a coprire il tetto di Milano, un'altra giornata senza sole.
Maiocchi ricomparve.
Tremava. Si sforzava, ma le lacrime erano in agguato, pronte a scendere sulle guance.
Pantaloni scuri, maglione, scarpe pesanti e un cappotto color cammello. La valigia ancora aperta.
Prendo anche dei libri. Posso chiamare il mio avvocato?
Ardig scosse la testa.
Ma come? Nemmeno l'avvocato?
Gli indic la poltrona, Maiocchi era pallido.
Lasci stare la valigia e si sieda.
Il preside obbed, confuso.
Mi racconti tutto di questo Guerzoni. Aveva amici?
Frequentava un bar? C'era qualcosa che gli piaceva?
L'insegnante riprese un po' di colore.
Non  che sapessi molto di lui. So che era della zona di via Feltre, che per qualche tempo aveva fatto l'operaio all'Alfa, allo stabilimento del Portello, che aveva avuto piccoli guai con la giustizia e che per mantenersi faceva piccoli lavori di restauro. Risistemava mobili, oggetti antichi, era una sua fissa, ne parlava sempre.
Combaciava tutto.
Si alz facendo segno a Farris di seguirlo.
Rimetta via la valigia e chiuda i conti con la coscienza.
Ha una bella famiglia e un bel lavoro: il generale Dalla Chiesa a suo tempo ha fatto bene a lasciarla libero. Se uno come lui le ha restituito la libert, chi sono io per toglierla?
Arrivederci.
Il preside li fiss, incredulo, mentre se ne andavano per le scale.
Perch non lo abbiamo arrestato? chiese Santoni mentre scendevano le scale.
Ardig si accese una Camel.
Una boccata d'aria gelida li accolse appena uscirono dal portone.
Perch in questa caccia all'uomo non ci serve fare prigionieri.
La notte del 18 settembre 1980 un ordigno rudimentale zeppo di chiodi era esploso davanti al portone di casa di un giudice nel cuore del centro elegante di Padova.
Un atto dimostrativo nell'intento dei bombardi. Peccato che un metronotte che stava facendo il suo giro stesse proprio transitando di l. Ci aveva lasciato la pelle e aveva lasciato moglie e un figlio.
Secondo la sezione Politica della Questura di Padova, a collocare l'esplosivo erano stati dei rossi del collettivo studentesco che stava occupando l'ateneo locale.
Un nome emerse dalla polvere di quello scoppio.
Roberto Pegorer.
Padre imprenditore, fratello commerciante.
La pecora nera di una buona famiglia.
Una storia che ricordava quella dell'uomo delle bombe di Lodi. Un altro assassino per caso, ma si sviluppava in maniera differente.
Pegorer si era reso subito latitante e, per trovare coperture, si era fatto reclutare dalle BR. A Milano, oppure a Torino, secondo le informazioni degli investigatori veneti che ne avevano perso le tracce.
Desaparecido. Espatriato all'estero come altri della sua risma.
Ardig intravedeva il suo mosaico quasi completato.
Per incastrare gli ultimi tasselli aveva bisogno di qualche conferma.
Il caff offerto dall'ex poliziotto senza pistola era pessimo come sempre. Ardig ormai non riusciva pi a bere quell'acqua sporca che vomitavano le caffettiere tradizionali.
Solo per educazione aveva accettato.
Sacchetti era in vestaglia, costipato per un raffreddore.
Non poteva trascinarlo fuori, al bar, con tre gradi.
Mand gi la brodaglia spacciata per caff ristretto e inizi a snocciolare al suo mentore la storia che stava costruendo pazientemente, un tassello dopo l'altro.
Una storia parziale, con qualche buco ancora da riempire.
Tutto inizia una fredda mattina di una primavera che stava tardando a presentarsi, un 29 marzo di trentasette anni prima. La storia di un giovanotto omosessuale di periferia, un ragazzo che ha una vita in salita, orfano, sbandato, che, per campare, si arrabatta con piccoli lavoretti di restauro e con marchette nel parcheggio del cimitero Maggiore. Una zona che, a furia di infrattarsi nel retro di quel campo santo, impara a conoscere bene. Fino alla sera in cui rimorchia un gioielliere voglioso e loquace che, per ricompensarlo, gli offre dei piccoli mestieri nel suo esercizio commerciale, ignorando di mettersi in casa un Giuda Iscariota che scopre che, nella cassaforte, c' un tesoro in gioielli da centinaia di milioni e che, intravedendo la possibilit del colpo della vita, si rivolge a una testa calda che bazzica il centro sociale Leoncavallo, uno che non ha paura di uccidere.
Walter Serassi.
Uno con le palle, un duro, uno che spara alla gente.
Uno che organizza la batteria, coinvolgendo due dei suoi, il latitante Pegorer, che non ha nulla da perdere e ha bisogno di denaro per fuggire all'estero, e un altro assassino e criminale, Matteo Sala, uno che ha messo una bomba uccidendo un ragazzo e mutilandone un altro senza mai essersi pentito. E poi c' in appoggio un quinto uomo, il giovane Maiocchi, reclutato a forza, con la minaccia di fargli fare la fine del suo amico Giulio Romoli, accoppato dal suo cattivo maestro.
Il resto  la cronaca di quella rapina sfociata nel sangue del gioielliere Prover con un epilogo a sorpresa.
I Carabinieri risalgono all'anello debole della catena, Gabriele Maiocchi, un altro Giuda, che si vende subito il suo capo in cambio di un'invisibile amnistia sul suo recente passato, che per omette di raccontare della rapina di piazza Giovine Italia.
Forse i grippa neppure glielo domandano perch, stanno dando la caccia a un terrorista e non a dei rapinatori, di quelli si occupa la Polizia, non l'Arma.
A quel punto, con Serassi rinchiuso in un carcere a prova di evasione, con l'ergastolo come unica sicurezza del suo avvenire, e con il Pecora crepato per la pallottola che gli ha bucato la pancia, lo scenario pi probabile  che Guerzoni e Sala si accordino per spartirsi il bottino, ma non solo.
Guerzoni elabora un piano diabolico e terrificante.
Sfrutta la morte del suo complice Pegorer per uccidere anche se stesso, il suo presente, il suo ricordo con un semplice espediente: far passare il cadavere del Pecora come il suo, mettendogli addosso una collanina che indossava sempre. Cos, quando troveranno il cadavere, dovr presentarsi come Sergio Guerzoni, il ferito della rapina di piazza Giovine Italia.
Uscito di scena Pegorer, un latitante che nessuno cerca e che tutti credono scappato chiss dove, resta solo l'unico testimone: il medico che, dietro chiss quale compenso, aveva curato il padovano, estraendogli la pallottola e cercando inutilmente di salvargli la vita. Per farlo fuori utilizza la stessa Star cecoslovacca con cui aveva freddato il gioielliere.
Poi svanisce nel nulla, con la refurtiva, cambia vita, cambia nome, forse cambia faccia, almeno stando alle parole del Serassi.
Sacchetti ascolt tutto senza commentare. Poi chiuse gli occhi, per riflettere, per chiamare i ricordi a raccolta.
Dopo il nostro ultimo incontro ho fatto delle verifiche, ho risentito alcuni dei miei uomini.
Un paio di anni dopo la rapina arriv una lettera anonima.
I timbri postali erano quelli della stazione Centrale, lo ricordo ancora, era scritta con le lettere ritagliate dai settimanali.
E cosa diceva?
Che Sergio Guerzoni era morto dopo la rapina e il suo corpo era stato sepolto vicino alla Certosa.
La Certosa ripet Ardig, trovando l'ennesima conferma.
La zona dove Guerzoni si imboscava con i clienti e dove sapeva di poter seppellire un corpo senza essere visto da nessuno.
Un altro tassello che andava a incastrarsi.
Ma si trattava di un'indicazione troppo vaga. Abbiamo fatto qualche ricerca, ma quella era una zona di orti, con buche, baracche...
E Pegorer?
Un nome mai sentito fino a poco fa. Del resto, come le ho gi spiegato, di terrorismo si occupavano principalmente i Carabinieri di Dalla Chiesa. Certo, se ci avessero informato sulla soffiata sul Serassi... ma lo sa che i cugini sono sempre stati gelosi delle loro prerogative e anche delle loro informazioni. Oggi come allora.
Adesso quadrava tutto.
Ma erano finiti in un vicolo cieco.
Milano, 9 dicembre 2018.
Un'altra notte di buio senza Rebecca a tormentarlo.
Come se la chiacchierata con Nebuloni fosse bastata a cancellare il suo fantasma, a scacciarlo. Forse aprire il flusso dei ricordi era servito a esorcizzare quell'incubo riportandolo alla luce del sole, dissolvendo il buio delle paure pi profonde.
La riunione dal questore era stata fissata alle 9. Niente corsetta mattutina, niente flessioni.
La minuziosa indagine condotta da Ardig aveva portato a un emerito nulla.
Teorie, ricostruzioni, un testimone, quel Maiocchi, che non voleva bruciare per non comprometterne la posizione.
Se avesse messo a verbale la sua deposizione avrebbe
dovuto farlo incriminare per favoreggiamento in omicidio rovinando una famiglia felice. Per cui si limit a fare il muto, suffragando il teorema a cui non credeva per niente, secondo cui Serassi aveva ucciso Sala in un regolamento di conti per vecchie ruggini e a sua volta era stato poi assassinato da qualche esponente della galassia anarchica o antagonista per ragioni tutte da verificare.
Erano a un punto morto.
Ma il questore era furibondo per altre ragioni.
Nella notte le solite mani ignote avevano affisso sulla cartellonistica urbana nella zona di viale Monza e via Andrea Costa inquietanti volantini con il simbolo della stella a cinque punte e, sullo sfondo, la foto dietro le sbarre di Nadia Desdemona Lioce, la terrorista reclusa nel regime detentivo speciale del 41 bis, dopo gli ergastoli sommati per gli omicidi dei giuslavoristi Massimo D'Antona e Marco Biagi, commessi a Roma e Bologna nel 1999 e nel 2002
dalle nuove BR.
Inquietante anche il titolo dei volantini in stampatello.
FACCIAMO FRONTE COMUNE CONTRO LA
REPRESSIONE E sotto la scritta: Costruiamo la solidariet proletaria.
Ardig non poteva non domandarsi di quale proletariato si parlasse in una Milano dove tutti giravano con smartphone di ultima generazione per immortalare sui social ogni istante della giornata...
Abbiamo rinvenuto volantini identici anche in piazza Pompeo Castelli, sotto casa di Antonio Iosa aggiunse De Bellis citando un nome dimenticato dalla cronaca milanese.
Iosa. Un simbolo dell'anti terrorismo milanese negli anni di piombo e dopo nel conservarne la memoria: un cattolico, un borghese che i brigatisti, nel 1980, avevano gambizzato insieme ad altri due compagni democristiani perch definiti nemici di classe in una vera e propria esecuzione. Li avevano messi al muro, minacciando di giustiziarli, poi gli avevano sparato alle gambe.
Iosa aveva rischiato l'amputazione, vivendo nei decenni a seguire una vita di calvari ospedalieri, con ben trentaquattro operazioni chirurgiche, trascinandosi con quel bastone da sciancato a ricordare le conseguenze permanenti di quel gesto dimostrativo.
Un simbolo vivente, in carne, ossa e dolore, di quegli anni terribili, di quella Milano assassina che continuava a mietere vittime anche trentasette anni dopo.
L'episodio era avvenuto a Quarto Oggiaro, proprio il quartiere di Walter Serassi. Facile pensare che ci fosse anche lui in quel gruppo di fuoco.
Il collegamento mi pare evidente. C' un unico filo conduttore. Le bombe alle sedi dei partiti di destra, l'omicidio Sala, quello Serassi, adesso questi manifesti sulle Brigate Rosse borbottava sconsolato il Prefetto.
Al suo fianco il sostituto procuratore Pisticci, che annuiva e interloquiva, e la collega Deborah Pollini, insolitamente castigata in un maglione nero che fotografava il suo umore, con il volto pallido, un minimo sindacale di trucco e nessuna voglia di aprire bocca.
Seguiva distrattamente il filo dei ragionamenti limitandosi ad assentire senza convinzione.
Alla fine del briefing Ardig la agganci proponendole un caff.
Lo presero al bancone, in un baretto di corso Monforte, senza scambiare una parola, poi si incamminarono verso il Tribunale sempre in un silenzio ingombrante. Oltre l'imbarazzato.
Si decise a parlare quando intravidero la sagoma imponente del Palazzo di Giustizia.
Dovrei riferirle l'esito delle mie indagini...
No, ora no. Ho diverse incombenze burocratiche da adempiere. Venga a riferire nel mio ufficio a fine pomeriggio.
Tassativo e categorico, Ardig prese atto e fece dietrofront.
Curiosamente si trovava proprio davanti alla biblioteca Sormani.
Ripens al vecchio Serassi, con gli occhiali a frugare nelle pagine dei vecchi quotidiani, in cerca di ricordi e tasselli che anche lui doveva incastrare. Pure lui stava rincorrendo un fantasma senza nome e senza volto in un'indagine che poi non si discostava molto dalla sua.
Vaffanculo Matteo Sala, vaffanculo Walter Serassi e vaffanculo a tutti i brigatisti vari che aveva incontrato in quegli ultimi giorni, criminali che non meritavano giustizia terrena, in quanto a quella divina, se fosse davvero esistita, a quest'ora entrambi si sarebbero gi trovati all'inferno con le loro vittime a pisciargli in testa dalle nuvole, variando il repertorio della visione dantesca dell'al di l.
Ripart a passo svelto.
La chiamata di De Piccoli arriv mentre attraversava Largo Augusto.
Vedi? Guarda i punti di comparazione?
Detestava quei dettagli - per lui erano tutte cazzate -
che per servivano per risolvere un'indagine per omicidio.
Si era sbattuto per giorni per inseguire spettri svaniti negli anni, per ricostruire la bomba al circolo Orione e quella maledetta rapina in piazza Giovine Italia, per comprendere chi fossero quegli uomini e come si fossero spartiti il bottino, e poi in un amen la Scientifica tirava fuori un jolly che manco era nel mazzo.
Le banconote da cinquecento euro, di quel viola/lilla che pochi vedevano nella vita di tutti i giorni, quelle nove banconote rinvenute a casa di Matteo Sala e nel portafogli di Walter Serassi erano state maneggiate dalla stessa persona, da un truffatore, un filibustiere.
Ennio Gentile, un casertano che a Milano apriva e chiudeva esercizi commerciali e ristoranti, che nei furgoni con
le sue mozzarelle faceva viaggiare anche la cocaina che saliva lungo lo Stivale.
De Piccoli gli aveva scodellato l'incartamento gi pronto e servito.
I colleghi della Narcotici lo avevano arrestato diverse volte. L'ultima nell'ormai lontano 1996, alla fine, con il patteggiamento aveva limitato i danni con una condanna di trenta mesi.
Ma con il nuovo millennio erano arrivate altre condanne, questa volta per truffa e bancarotta fraudolenta e un giro completo di calendario nella casa di reclusione di Monza.
Avvert Santoni di preparare la squadra e le manette.
Da alcuni anni Gentile non aveva pi avuto guai con la giustizia. Ufficialmente faceva il ristoratore. In realt il ristorante La grotta azzurra e la mozzarelleria adiacente erano intestate al fratello minore, Pino, clamorosamente incensurato.
Ardig scorse la documentazione cercando di vederci chiaro, tra le righe di quel fascicolo penale.
Era un imprenditore colluso con la malavita, uno che non c'entrava un cazzo con ex brigatisti. Eppure quelli avevano banconote da cinquecento euro, fresche di emissione, con un'unica impronta digitale riconoscibile.
Indizi. Mancavano le prove.
Tuttavia con questo Gentile bisognava parlarci subito e senza troppi riguardi.
Piazza del Tricolore.
Un salotto secondario di Milano dietro il palcoscenico elegante del centro storico. Case raffinate affacciate sul verde di un giardino stretto tra l'asfalto. Negozi a go go e il rinomato ristorante campano La grotta azzurra.
Nelle trattorie alle 15 si fanno le pulizie nella sala da pranzo e nelle cucine, a seguire una breve tregua di un paio d'ore prima di ricominciare a sgobbare, verso le 19.
Ardig e i suoi si presentarono in sei divisi su due Giuliette.
Facce cattive, modi bruschi.
Gentile stava scartabellando i registri per gli adempimenti fiscali di fine anno. Sobbalz vedendoli entrare, anzi, irrompere con i distintivi appesi al collo, come nei film, tranne il capo, quello con il cappotto nero e il volto da pezzo di merda.
Vice questore Bruno Ardig. Sezione Omicidi della Questura di Milano.
L'uomo riusc a conservare un'invidiabile flemma.
Mi sa che avete sbagliato indirizzo.
Il cacciatore di assassini gli mostr le manette con un sorriso sardonico.
Mi sa che lei  in grossi guai.
Stavolta Gentile accus il colpo.
Accomodatevi. Posso offrirvi un caff? Un limoncello?
Buon commediante, come tutti quelli che hanno le mani sporche di piccoli loschi affari e sanno sfoggiare un falso sorriso a cattivo gioco.
Vada per il caff.
Al tavolo si accomod anche Santoni mentre Farris, con l'espressione truce e le braccia conserte, restava in piedi, recitando la parte dello sbirro cattivo.
Ditemi, sentiamo un po'...
Matteo Sala e Walter Serassi. Li conosce?
Il ristoratore si sorprese, ma solo per un istante.
Questo Sala non mi dice nulla. L'altro  il terrorista che hanno ucciso qualche giorno fa, no? E io cosa c'avrei da spartire con questo tizio?
Dovrebbe dirmelo lei. Le conviene. Noi lo sappiamo che vi conoscete. Altrimenti non saremmo qui.
Io? Ma quando mai? Mai visto. Solo sui giornali.
Gli mostr la foto di Matteo Sala.
E questo?
Un perfetto sconosciuto pure esso.
Ardig scosse la testa contrariato.
Andiamo male signor Gentile. La vedo molto male per lei. Malissimo.
L'uomo si assest sulla sedia.
Dottore, mi creda che state sbagliando persona. Io sono a vostra disposizione, procedete pure.
Anche lui a disposizione, come il bombardo di Lodi, come il preside Maiocchi. Tutti pronti a collaborare, lindi e cristallini, peccato che poi appena aprivi i loro armadi venivi travolto dagli scheletri.
Uhm. Facciamo che le vengo incontro.
Ditemi.
Lei presta soldi?
Vi hanno detto male. Mai fatto uno strozzo.
E allora se le dicessi che in casa di questo Matteo Sala e di Walter Serassi abbiamo trovato banconote con le sue impronte?
Le mie impronte? E che mi viene a significare. Io maneggio soldi come tutti. Mica che se una banconota l'ho toccata io...
Stavolta Ardig alz la voce.
Gentile, non mi prendere per il culo. Abbiamo trovato banconote da cinquecento euro, mica spiccioli. Parliamo di quattromilacinquecento euro. Banconote fresche di emissione, appena sfornate da uno sportello bancario. Ci mettiamo dieci minuti a verificare quando le hai prelevate.
Lo capisci che sei in un mare di guai?
Il pregiudicato si afflosci sulla sedia, sgonfiato come un sacchetto forato. Poi improvvisamente si riprese.
Avete detto proprio banconote da cinquecento euro?
Fresche fresche?
Hai capito bene.
Il sollievo irradi il viso del ristoratore che afferr il cellulare appoggiato sul tavolo a fianco iniziando a smanettare forsennatamente.
Eccole, stanno qua.
Gli pass il cellulare.
Una conversazione WhatsApp con un interlocutore registrato come BELLINI VIA PISACANE.
Il botta e risposta tra i due non lasciava dubbi.
Gentile il 21 novembre alle 16,44 aveva confermato un acquisto che avevano trattato di persona.
Se mi fai sconto prendo le ballerine.
Allegata c'era la foto di un quadro, uno di quei dipinti realisti ottocenteschi. Un gruppo di ballerine su un palco, vestite con abiti sgargianti, contorniate da un pubblico disposto ad anello.
L'altro aveva risposto tre minuti pi tardi: Posso farti al massimo 4500. Solo perch siamo amici.
Alle 16,47 Gentile aveva replicato con un secco: Andata.
Ma voglio contanti.
Nessun problema aveva risposto Gentile alle 16,48
chiudendo la conversazione.
Ardig gli ripass il telefono.
Li ho prelevati la mattina seguente, andate in banca a verificare.
Che banca?
La filiale della Banca Intesa che sta qui di fronte. Se andate mo' la trovate ancora aperta, chiude alle 16,30. Il direttore mi conosce bene e vi confermer.
Non ce n'era bisogno, la busta trovata a casa del Sala era proprio della Banca Intesa.
Gentile era sincero, stavano cercando la persona sbagliata.
Mi dica chi  questo Bellini, forza.
Prima di passare in Tribunale si era fatto lasciare dai suoi uomini davanti all'ingresso della clinica San Giuseppe.
Sal nel reparto di Medicina.
L'agente con la divisa azzurra della Penitenziaria lo riconobbe salutandolo con un cenno del capo. Nebuloni
stava leggendo un libro con la copertina rossa dal titolo La triade italiana. L'autore era il giornalista televisivo Giorgio Sturlese Tosi, quello che a Quarto grado sviscerava i casi di omicidi irrisolti con servizi esclusivi.
 sull'espansione della mafia cinese a Milano e in Italia.
Lo ha scritto un bravo cronista, me lo ha portato uno dei miei agenti di custodia, sono stati gentili spieg l'uxoricida che appariva in buon stato di forma.
Domani mi riportano in cella. Pare che la mia vacanza in questo hotel sia gi terminata.
La flebo infilata nel polso, la cannula che centellinava liquidi trasparenti.
La medicina che vince sulla volont dell'uomo, che decide per lui.
Lo sapeva anche Nebuloni che appariva rassegnato al suo destino.
Come vanno le sue notti, commissario?
Stranamente bene. Lei non sta pi venendo.
Il suo subconscio ha elaborato la pratica.
La nostra chiacchierata  stata risolutiva. Le sono grato.
Nebuloni scosse la testa.
Non ho fatto nulla.
Per me ha fatto molto. E potrebbe farlo anche per tanti altri, un giorno non lontano.
Lo psichiatra rivolse lo sguardo alla finestra.
Vedremo. Per ora il mondo l fuori  migliore senza il sottoscritto.
Quella sera non avrebbero fatto sesso.
Deborah Pollini, riparata dall'altra parte della scrivania, aveva ascoltato il suo resoconto, annuendo senza quasi mai contraddirlo e aveva firmato le richieste per gli accertamenti patrimoniali e anagrafici e per le intercettazioni di Manuel Bellini senza battere ciglio. Era fredda, distaccata, lontana.
Una volta imbrattate le autorizzazioni, avvitato il tappo del Mont Blanc, gli annunci la novit che aleggiava nell'aria.
Gli incartamenti da luned passeranno al mio collega, il sostituto procuratore Gerbaudo a cui  stato assegnato il caso.  con lui che dovr conferire.
Che significa?
Che  stata la nostra ultima indagine. L'ultima... insieme.
Ho protocollato questa mattina la richiesta di trasferimento immediato in un'altra Procura della Repubblica.
Da domani sono in aspettativa, in attesa dell'assegnazione al nuovo ufficio con il nuovo anno.
Ardig accus il colpo, subendolo senza replicare.
Non se l'aspettava.
Usc e torn in commissariato con la testa ingombra di fardelli.
Quasi le 20.
Bruno da mezz'ora era in corridoio ad attenderla insieme a Frog.
La segretaria era gi andata via da venti minuti quando Deborah si chiuse alle spalle la porta dell'ufficio che aveva occupato con la sua presenza negli ultimi quindici anni, scaldandolo con il suo calore e con l'ardore che aveva sempre sprigionato.
Aveva gi traslocato libri e quanto si sarebbe portata nella nuova sede con un pomeriggio di intenso lavoro in cui aveva selezionato quello che si lasciava alle spalle e quello che l'avrebbe accompagnata nella sua nuova vita.
Ardig faceva parte di quello che sarebbe rimasto indietro, nel passato che voleva archiviare.
Lo sapeva, per quello era l con Frog, per proporle un'ultima passeggiata. Solo quella per.
Dal Tribunale a casa.
Una sorta di scorta per aiutarla con l'ultimo scatolone che aveva appena finito di imballare.
Lei accett. Era pensierosa e silenziosa.
Stivali neri, trench scuro. Maglione, sempre scuro, al posto della solita camicetta sbottonata.
Gi il sipario sulle sue scollature. Su quel suo modo di provocare, di sedurre, di spargere malizia in ogni suo movimento felino.
Ci aveva costruito un'immagine su quel modo di fare, sapendo che qualunque cosa facesse o dicesse, gli occhi dei suoi interlocutori maschili sarebbero stati sempre rivolti l, insieme ai loro desideri, alle loro chiacchiere al bar.
Si era illusa fosse un vantaggio, un'arma a suo favore, un modo per attaccarli, per obbligarli a una condizione di subordinazione, quasi di adorazione.
Adesso era stanca. Di quella Deborah, di quegli uomini, di quel modo di vivere e di quel modo di lavorare.
Era anche stanca di Ardig, di quell'alone nero che lo circondava, di quell'aura negativa che assassini e vittime spandevano su di lui e su chi gli stava intorno, lei inclusa.
Si era illusa anche su di lui, di utilizzarlo a suo piacere, come un giocattolo.
Aveva finito per farsi male. Tanto male.
Tagliarono per le strade alle spalle della sagoma austera del Palazzo di Giustizia, risalendo verso il Policlinico.
Quasi le 20, saracinesche abbassate, in via Lamarmora una sola vetrina illuminata, dentro tanta gente. Alla libreria Cultora era in corso una presentazione di un romanzo.
 una libreria piccola ma molto ben fornita, la titolare, Laura,  gentile e davvero preparata. Dovrebbe farci un salto gli sugger la PM.
Non che Ardig leggesse molto.
Thriller e gialli soprattutto, Carrisi, Carlotto, Manzini, De Giovanni, Mazzanti, i migliori, quelli in testa alle classifiche.
Li prendeva nelle librerie di piazza del Duomo, alla Feltrinelli sotto la Galleria soprattutto, dove aveva iniziato a chiacchierare con Claudio, un libraio lambratese simpatico, interista e tifoso
dell'Olimpia come lui. Un patito di legioni romane, tanto da
partecipare la domenica a quelle rievocazioni con equipaggiamenti e armi in cui si simulano le battaglie pi epiche combattute dalle Aquile.
Glielo raccont. Cos, per farle vedere che ogni tanto anche nella sua vita vuota c'erano lampi di normalit.
Non riuscirono a dirsi altro.
Nessun accenno a quel ritardo, a quel test di gravidanza, a quella perdita emorragica, a quello che per anni li aveva attratti e, forse senza accorgersene, anche legati molto di pi di quanto avrebbero mai ammesso l'una all'altro.
Arrivarono al portone di Largo della Crocetta, lei infil la chiave nella serratura. Quasi un gesto difensivo.
Poi si volt verso di lui.
Gli occhi lucidi, dietro la montatura nera degli occhiali.
Siamo al capolinea. E la mia ultima fermata.
Bruno non disse nulla.
Deborah gli prese le mani.
Dove andrai?
Non  ancora ufficiale ma  abbastanza sicuro, verr trasferita alla procura di Venezia.
Complimenti. Un posto splendido, mi immagino la vista che avr sul Canal Grande.
Infatti, volevo ripartire da una citt che adoro. Una citt cos diversa.
E molto romantica.
Ci andr da sola.
Lo so.
E in questo periodo di aspettativa?
Voglio caldo e sole. Parto domani pomeriggio.
Dove vai?
Zanzibar.
Sola?
Incontrer tante altre donne sole...
Traduzione: trover compagnia maschile in loco e non ti rimpianger.
Il silenzio riemp il freddo che li stava aggredendo.
 un addio? le chiese.
Forse. Chiss. Non lo so...
Lui non rispose limitandosi ad appoggiare per terra lo scatolone, lasciando a lei l'ultima parola.
Facciamo che  un arrivederci.
Accarezz Frog che scodinzol in segno di ringraziamento, poi si avvicin a lui.
Occhi negli occhi, mani nelle mani.
Le labbra lo cercarono per l'ultima volta.
Un bacio appassionato, caldo, sentito. Forse per la prima volta.
Ciao mio bel commissario, vedi di non farti troppo male da solo.
Ci provo, te lo prometto.
Un guizzo le lampeggi negli occhi nocciola.
La mano improvvisamente gli accarezz la cerniera.
Comunque ci siamo divertiti, eh?
Non le rispose.
Stavolta la chiave scatt nella serratura, recuper lo scatolone e il portone di legno inghiott Deborah, come un buco nero che fagocita una stella che brilla pi delle altre.
Ardig rimase l, davanti a quel legno freddo, chiuso fuori dalla vita di un'altra donna.
Prima Miriam, poi Deborah.
Il portone si apr improvvisamente, come in un film, facendogli sobbalzare il cuore... lei che torna, lo abbraccia, lo bacia, lo trascina su per fare l'amore selvaggiamente.
Fece un passo deciso verso quel legno duro.
Dal buio invece spunt un ragazzino con uno zaino a tracolla e gli auricolari nelle orecchie.
Si blocc trovandosi di fronte quell'uomo massiccio vestito di scuro che stava per travolgerlo.
Deve entrare? domand incerto, quasi intimorito.
No, non pi. Non ci entrer pi.
...
.
...
7.
...
.
...
Il quinto uomo  un ragazzo, vent'anni appena. Trema.
Il volto coperto solo da una sciarpa per proteggerlo dall'insolito freddo di quella mattina di fine marzo.
La FIAT 128 gialla  rimasta acquattata dietro al palazzetto
del ghiaccio, ha il motore acceso come da ordini ricevuti.
Sgrana gli occhi quando vede arrivare la 130 con la carrozzeria traforata di squarci sulle portiere e sul bagagliaio.
Sono le 11,13.
Ci hanno messo sette minuti dopo aver lasciato piazza Giovine Italia.
Che ci sia stato il ciocco lo sbarbato lo aveva intuito gi da qualche istante, non appena aveva iniziato a sentire le sirene.
Troppe per una semplice rapina.
Non domanda neppure come sia andata.
Sono in tre.
E non c' il Walter.
Il gandula accorre, pallido. Non vede l'ora di filarsela.
L'autista sfila il cappuccio.
Matteo Sala ha i capelli sudati e la barba increspata.
Gli occhi rossi, come fosse un diavolo uscito dall'inferno.
Spalanca lo sportello posteriore e lo chiama.
Prendi le borse, sbrigati cazzo.
Il gandula  pietrificato.
Vede il ferito che urla, l'altro che lo tira fuori dall'auto.
Hanno ancora il passamontagna e i giubbotti scuri.
 messo male, butta sangue gli urla il complice.
Matteo Sala lo affianca, strattonandolo: Muoviti, su. Lo portiamo subito dal dottore che lo rattoppa.
Il ragazzo trasferisce i tre sacchi e le pistole nel bagagliaio.
Fatto tutto grida, eccitato, mentre gli altri sono gi sopra.
Una manciata di secondi e la 128 riparte.
Matteo da di gas mentre nello specchietto intravede il piscinin che sparisce in una strada laterale.
 fatta, ragiona, mentre infila via Osoppo.
Proprio quella via Osoppo, quella della rapina del 1958, la rapina da seicento milioni.
Si vede che era destino, pensa, prima di schiacciare a tavoletta.
Dietro, sfilato il passamontagna, appare il volto giovane e bello di un altro ventenne, faccia da attore, capelli chiari e occhi azzurri.
Questo sta andando commenta ad alta voce.
Uno di meno con cui spartire, meglio cos, pensa il biondino senza dirlo.
 quello che pensa anche Matteo Sala.
Milano, 28 dicembre 2018.
Due giorni da incubo alle spalle, altro che Santo Stefano.
Ardig contava i giorni per agire.
La data del 27 cerchiata in rosso.
Tutto pronto, tutto preparato per far scattare le manette.
Diciotto giorni di meticolose ricerche sotterranee.
Andare a ritroso quando hai un nome e un volto da abbinare a una
ricerca  meno complesso di quanto si possa presumere.
Il nome era quello di Manuel Bellini, antiquario, il volto quello di un sessantenne di bell'aspetto.
Erano partiti dall'automobile a lui intestata.
Una Maserati Levante color sabbia, un Suv extralusso da ottantamila euro. Un gioiello che non poteva passare inosservato.
Soprattutto in un quartiere periferico come Quarto Oggiaro.
La notte di sabato 1 dicembre era stata immortalata dalla telecamera di una banca, in via Eritrea, a un chilometro dall'incrocio con via Orsini, dove risiedeva l'irriducibile Walter Serassi.
Quel dato collocava Bellini sulla scena del delitto, in un orario compatibile con l'omicidio Serassi.
Il resto potevano ricostruirlo ancora pi agevolmente.
Matteo Sala era stato assassinato tra le 10 e le 12 nel parco della Vettabbia.
Le telecamere degli incroci di quella zona non avevano dato alcun riscontro, finch un'intuizione dell'ispettore Pinton si era rivelata vincente.
I video della stazione della metropolitana di Porto di Mare inquadravano alle 9,12 un uomo con un giaccone sportivo, la tuta e scarpe da jogging che emergeva dalle scale che salivano dal binario. Lo stesso uomo ripassava alle 11,53 per tornare indietro, offrendo il volto per qualche secondo alla telecamera sul binario.
Niente Maserati stavolta, aveva scelto la metropolitana dove pensava di essere invisibile.
Riscontri con telecamere, celle telefoniche, piccole testimonianze che combaciavano e poi la prova regina: regolari bonifici mensili alla casa di accoglienza La porta delle stelle.
Aveva preparato tutto, fissando il blitz per il 27.
Invece era stato costretto a far slittare l'operazione per
un altro morto ammazzato che stavolta non sarebbe stato di sua pertinenza.
Un ragazzo di trentotto anni era deceduto all'ospedale San Carlo nella notte per le lesioni interne riportate dopo che un auto gli era passata sopra.
Non un investimento fortuito, una botta che fa volare il malcapitato proiettandolo a metri di distanza sull'asfalto.
L'auto gli era proprio passata sopra per schiacciarlo, per fargli male, mentre intorno a lui infuriava una guerra urbana che nessuno poteva prevedere.
Ultras neroazzurri contro ultras azzurri, milanesi contro napoletani, in mezzo varesini, francesi di Nizza, altri violenti da altre citt. Un rendez vous per darsele di santa ragione con mazze, spranghe, persino roncole e asce.
Si erano affrontati nel mezzo della strada, in via Novara, l'arteria che dalla tangenziale ovest conduce al piazzale dello stadio Meazza, un'ora prima di Inter-Napoli.
Alla faccia dello spirito natalizio!
Bilancio terrificante: un morto, quattro accoltellati, qualche decina tra feriti, contusi e i primi arrestati. Tutti nerazzurri.
Tutta gente di destra, con un passato che raccontava la loro storia di violenza calcistica e politica e un presente in una cella di San Vittore.
La DIGOS a dirigere le operazioni, la sezione Omicidi di supporto per quell'omicidio stradale, per capire dai filmati perch un'auto scura avesse travolto quel ragazzo...
non ci voleva Maigret per comprenderlo: anche una macchina diventa un'arma letale in una battaglia urbana.
Obbedendo al questore avevano fatto la loro parte, ora toccava ai colleghi della DIGOS identificare i tifosi incappucciati, far parlare gli arrestati, risalire agli organizzatori.
Cazzi loro, si ripeteva Ardig, mentre infilava per l'ennesima volta quella strada cos particolare.
Via Pisacane a Milano  la via degli antiquari, come via dei Coronari a Roma.
Le migliori esposizioni sono tutte l, concentrate su due marciapiedi contrapposti.
Erano partiti da un parco agricolo, dalla roggia della Vettabbia, per risalire a una tipografia trasformata in dormitorio per senza tetto. Un lungo giro dentro la citt, scavando nel suo passato, ricostruendo una brutta pagina di cronaca nera cittadina, quella della rapina di piazza Giovine Italia.
Loro, i cattivi, erano tutti morti, Pegorer, Sala, Serassi.
Tutti tranne lui, alla fine, ne era rimasto uno solo.
L'ultimo highlander.
L'ultimo immortale.
Morto una volta e risorto un istante dopo.
L'uomo che stava vivendo due volte.
La prima vita l'aveva vissuta fino al 1981, ora c'era questa.
Manuel Bellini possedeva la doppia cittadinanza, svizzera e italiana. Domiciliato a Locarno, dall'altra parte del confine, in un attico affacciato sul lago, anche se in settimana risiedeva in viale Majno, in una palazzina moderna, a due passi dal suo esercizio commerciale.
Un bell'uomo sulla sessantina.
Brizzolato, capelli con la riga e una pettinatura vaporosa, mani curatissime, alto e snello.
L'eleganza era il suo vezzo, la vanit il suo errore.
Quel pomeriggio indossava un completo grigio cenere con un maglione di cachemire scuro e una pashmina blu notte al collo.
Ardig lo aveva osservato per giorni, prima di Natale, passeggiando con il cane, transitando in macchina, fingendo di cercare qualche regalo da mettere sotto un immaginario albero che non aveva. Occhiate fugaci, per non farsi notare, per studiarselo con lo sguardo, e ascoltando pettegolezzi vari e variegati.
Bellini, lo svizzero, nel quartiere lo conoscevano tutti da quasi vent'anni.
La gentilezza fatta a persona. Un uomo di successo, affabile e affabulatore e di gusti raffinati. Belle auto, begli orologi, bei vestiti e begli uomini.
La sua omosessualit non era un mistero, tutt'altro, era un biglietto da visita che sfoggiava con disinvoltura davanti a qualsiasi interlocutore che conquistava con i suoi modi istrionici e studiati, come ogni tassello con cui aveva costruito la sua seconda vita.
L'altra, quella in periferia, l'aveva sepolta un giorno lontano, insieme al corpo di un disgraziato padovano crepato al suo posto, sacrificato per regalargli una seconda vita.
Sergio Guerzoni era scomparso qualche settimana dopo la rapina di piazza Giovane Italia con un colpo di spugna, grazie a una pallottola sparata nella pancia di un altro, il bombardo padovano Roberto Pegorer che era morto al suo posto. Morto per farlo rinascere.
Poi era arrivato Manuel Bellini.
Documenti svizzeri, conto in una banca svizzera.
Un mestiere imparato in bottega da un antiquario omosessuale di Lugano, conquistato dalla bellezza di questo ragazzino spuntato dal nulla.
Con la collaborazione della Gendarmeria cantonale ticinese avevano ricostruito la sua storia.
Sergio Guerzoni era un ragazzo di strada, cresciuto nelle case popolari di via Feltre, dove finiva la citt e iniziavano i campi.
Un ragazzo di sinistra, uno che blaterava di rivoluzione proletaria mentre si faceva una canna al Leoncavallo.
Manuel Bellini era un borghese, opulento, lontano anni luce dal giovanotto che lo aveva preceduto, quello che si era sporcato le mani di sangue, che aveva scavato fosse, che aveva sparato con una Star MMS cecoslovacca e con una Luger P08.
Eccolo l'unico legame tra quei due uomini: le pistole ereditate da Bellini quando Guerzoni era morto.
Ardig aveva atteso l'avvicinarsi dell'orario di chiusura.
Una sera invernale, il buio e il freddo a scoraggiare i clienti. Due auto della Polizia Municipale piazzate ai due ingressi della strada, bloccandola pochi minuti, il tempo di svuotare i marciapiedi e arrestare un pericoloso assassino occultato sotto l'eleganza di un antiquario di successo.
Bellini si trovava solo nel suo negozio quando il trillo del campanello, posizionato all'esterno della porta con vetro anti proiettile, cominci a martellare... Ora che stava dall'altra parte della barricata voleva evitare visite indesiderate di rapinatori.
La vecchia Luger era stata immolata nell'appartamento di Serassi, come prova accusatoria per l'ex terrorista. C'era comunque la fidata Star sempre pronta, riposava nel retro, dove aveva allestito un cucinotto con tanto di divano e televisore.
Fece scattare il pulsante di apertura per far accomodare quel cliente in completo nero, cappotto nero e camicia blu notte. Elegante, tranne per le Clark ai piedi che stonavano.
L'uomo aveva il suo perch, quarantenne o poco pi, fisico atletico, muso imbronciato da bel tenebroso... valeva la pena aprire a uno cos.
Buonasera, stavo quasi per chiudere. Ho fatto un'eccezione per lei.
Lo so, sono venuto apposta a quest'ora.
L'antiquario rimase perplesso dalla risposta e soprattutto dal tono duro.
Rimase ancora pi sbalordito quando, da sotto il cappotto, vide spuntare una Beretta Parabellum, il cane rivolto verso di lui, il colpo in canna.
Per un lungo istante tent di decifrare quell'uomo.
Un sicario? Inviato da chi?
Non certo da loro, loro non esistevano pi. Erano solo fantasmi, ricordi.
Un solo lungo istante, poi riconobbe in quel volto quello di un poliziotto che ogni tanto finiva sui giornali.
Non alz le mani, non occorreva.
Lei  un poliziotto.
Non era una domanda.
Vice questore aggiunto Bruno Ardig, sono il responsabile della sezione Omicidi.
Bellini inal la notizia senza scomporsi continuando a fissare la Beretta.
 venuto da solo?
Fuori c' la mia squadra. Abbiamo bloccato l'intera via, non si sa mai.
Addirittura, avete bloccato la strada? Suvvia, per uno come me?
Ridacchi istericamente, cercando di riordinare le idee in quell'inatteso fine corsa.
Lei  un assassino, ha ucciso quante persone? Quattro?
Cinque? Quel gioielliere, il medico e poi i suoi complici.
E magari altri.
Non lo so. Me lo dica lei.
Tempo sprecato. Non sono venuto qui per Sergio Guerzoni, sono qui per Manuel Bellini, l'assassino di Walter Serassi. E probabilmente anche di Matteo Sala, giusto?
E chi lo dice?
Ardig ondeggi la canna della Beretta, bluffando come aveva imparato a fare da anni.
Mille prove. Telecamere sparse nei pressi del parco della Vettabbia, un testimone che portava a passeggio il cagnolino. Altre telecamere a Quarto Oggiaro, la sua Maserati Levante ripresa il sabato sera dalle telecamere all'incrocio di via Lessona compatibili con l'orario del delitto Serassi, le telecamere della stazione del metro di Porto di Mare il sabato mattina...
L'altro non abbocc.
Sta bluffando.
No. E lo sa anche lei. Posso dimostrare che la mattina
di sabato 1 dicembre lei era al parco della Vettabbia ad aspettare Sala e la sera era a Quarto Oggiaro da Serassi.
Anche se fossi transitato in quelle zone non significherebbe nulla.
 vero, abbiamo anche altre prove. E anche un testimone come Gabriele Maiocchi se occorre. Non serve che le racconti di chi stiamo parlando.
I due uomini si scrutarono per qualche secondo, poi l'antiquario comprese che la partita era perduta.
Aggir la scrivania, si lasci cadere in poltrona e si accese la pipa in radica, armeggiando con il fornello senza fretta.
Come avete fatto a risalire a me?
Vede Bellini, faccio questo mestiere ingrato da diciotto anni o gi di l. Ormai come cacciatore di omicidi sono maggiorenne, se mi passa la battuta. E lo sa cosa ho scoperto?
No.
Che un errore, anche piccolo, anche minuscolo, lo commettete sempre. L'imperfezione  nella natura umana.
E il suo errore sono state delle banconote da cinquecento euro. Cos ingombranti, cos vistose...
E io cosa c'entro con delle banconote?
C'entra, centra... vede, quelle banconote erano state prelevate in una banca di piazza del Tricolore da un farabutto, uno che commercia mozzarelle e fa il ristoratore, ma che ha una fedina penale lunga come un lenzuolo.
Bellini alz le mani in plateale segno di resa.
Ha ragione lei, commissario.  stato un errore, non potevo saperlo. Per in realt si sbaglia, lo sa quale  stata la mia vera colpa?
La presunzione.
Quasi. La vanit. Mi faccia sedere per favore, ne ho bisogno.
Ardig si accomod a sua volta. La Beretta sempre puntata verso l'interlocutore.
Le mani, cortesemente, le tenga in vista.
Bellini rise.
Tanto, cosa potrei fare?
Spararmi, per esempio.
Per farmi ammazzare dai suoi uomini? No, grazie.
Stantuff un tiro della pipa sbuffando fumo grigiastro dal camino.
Vuol sapere perch ho ammazzato il Matteo e il Walter?
Anche.
Perch non potevo fare altro.
Mi racconti la storia dall'inizio.
Non parliamo di Sergio, vero?
No, di lui ormai so gi tutto. Voglio sapere di Manuel.
Bellini sorrise, quasi compiaciuto del gioco assurdo cui veniva invitato a partecipare.
Sergio era un bel ragazzo, con un borsone pieno di banconote. Quel ricettatore amico del Matteo Sala aveva pagato bene la roba.
Avevate fatto a met?
Non proprio. Sala doveva espatriare, aveva fretta, bisognava attendere che le acque si calmassero. Cos ha lasciato in custodia il bottino a un dottore che conosceva.
Il dottor Plumari che aveva tentato di salvare il vostro amico padovano.
Complimenti, sa proprio tutto.
Non tutto, per esempio mi racconti di Pegorer.
E morto la sera stessa della rapina. Plumari non poteva tenerselo in casa, cos, due giorni dopo, lo abbiamo portato alla Certosa che era quasi mattina. Era il 1 aprile e forse per quello mi  venuto in mente quello scherzo, mettergli al collo la mia catenina. L ho iniziato a pianificare la mia nuova vita. Quasi per scherzo.
E poi?
 successo tutto in fretta. Cera pressione degli investigatori, i
Carabinieri stavano ribaltando Milano. Qualcuno alla fine avrebbe
parlato. Serassi era stato arrestato e la situazione stava precipitando, Sala temeva prendessero anche lui e fremeva per andarsene, ma i gioielli scottavano, c'era di mezzo un morto ammazzato, e il ricettatore doveva muoversi con calma. Cos, per rimediare qualche milione mi ha chiesto di fargli da palo per due rapine facili e in cambio mi stampava nuovi documenti.
Le rapine a Corsico e Cesano Boscone.
S, proprio quelle l. Bottino da pochi milioni, ma a Sala bastavano per andarsene in Francia. Aveva gi preparato i documenti per me e per lui. L'accordo era che sarebbe tornato a prendersi la sua parte quando le acque si sarebbero calmate, oppure avrebbe incaricato il fratello. A me stava bene, mi interessava avere una nuova identit.
Cos  nato Manuel Bellini.
L'antiquario scosse la testa.
No, no. Manuel  nato a Bellinzona, da un altro falsario.
Non pensi che in Svizzera siano tutti santi, anzi... Allora mi chiamavo Simone Lettieri e abitavo in viale Tibaldi,
pensi un po'. Mi servivano documenti nuovi per tirare avanti qualche mese, nell'attesa che il ricettatore concludesse la vendita. Ho dovuto attendere fino ad agosto.
A quel punto ha fatto fuori il dottor Plumari.
Almeno su questo posso non risponderle? Mi aveva promesso di parlare di Manuel, non di Sergio.
Decise di stare al gioco. Tanto regalargli un ergastolo in pi o in meno non cambiava nulla, gli bastava ammanettarlo e concludere la caccia.
Perch  andato in Svizzera?
Perch non dicevo una parola di nessuna lingua. Oggi sono tutti figli dell'Erasmus, io ero figlio di due poveracci crepati quando ero un bambino. Mi hanno cresciuto i nonni, a minestra, bollito e dialetto. E lo zio nella falegnameria a bestemmiare Dio ogni volta che facevo uno sbaglio con un attrezzo. Mica potevo andare a Londra o a Parigi, dovevo passare inosservato e la Svizzera italiana era
perfetta. Abbastanza lontano da Milano per ricominciare.
Ma prima ho fatto tappa a Bellinzona.
Con l'indice fece un cerchio a 360 gradi intorno al volto.
Dal chirurgo estetico?
In un centro all'avanguardia a quei tempi, parliamo del 1982. Mi hanno letteralmente cambiato i connotati.
Intervento maxillo-facciale, raschiamento, blefaroplastica e, naturalmente, impianti dentali. Adesso ne parlo come se fosse stata una passeggiata, ma in quelle settimane non  stato tutto rose e fiori, non ha idea di che dolore provocassero quelle cicatrici. Sono stato in ballo circa nove mesi, il tempo di partorire una nuova persona, Manuel.
E nel frattempo mi sono fatto preparare anche i nuovi documenti, chiudendo definitivamente con la mia vita precedente.
E cos ha scelto Lugano e si  scelto un antiquario a cui piacevano i bei ragazzi.
Gliel'ho detto, la bellezza era l'unica dote che avevo, insieme ai quattrini. Ma i soldi mi servivano per il futuro, prima dovevo costruire me stesso, la mia persona, la mia professione. Dovevo costruire Manuel. Partendo da questo bel faccino che allora, mi creda, era proprio bello e da quel poco che sapevo fare, il restauro dei mobili.
Uhm... e dopo?
Ho imparato l'arte e, come si dice, l'ho messa da parte.
 chiaro che mi sono occorsi un po' di anni, ma di tempo ne avevo davanti.
Quale arte?
Di comprendere la bellezza degli oggetti, la loro storia, la luce che potevano emanare se osservati con il giusto sguardo. E di brillare di quella luce riflessa da tutto quello che avevo intorno. Il lusso, il denaro, gli uomini di potere.
Sa, come quei pannelli solari che catturano la luce del sole, ecco, io catturavo la bellezza altrui e la facevo mia per diventare perfetto. Ho girato per l'Europa, ho imparato le lingue, ho studiato anche per imparare a stare al mondo. Pensi che ho fatto corsi di sommelier, ho preso lezioni di pianoforte, persino di golf.
Perch  tornato a Milano?
Il mio mentore era invecchiato e avevo bisogno di cambiare aria. Stava sbaraccando e io avevo allargato il giro di affari con merce di contrabbando, dipinti di alto valore, insomma meglio telare.
E ha scelto Milano per ricominciare.
Gi. Diciamo per una specie di rivincita silenziosa.
Qui avevo vissuto da morto di fame, emarginato, considerato un pervertito... sono uscito dalla porta di servizio e sono rientrato da quella principale. Cos ho rilevato questo negozio e il resto credo che lo sappia gi.
Ha fatto la bella vita.
Me la meritavo dopo quello che avevo vissuto da ragazzo
rivendic Bellini, aspirando un'altra boccata dolciastra dalla pipa.
Mi tolga una curiosit. Lei era davvero un terrorista?
Quanto meno uno che credeva nella causa?
Nella rivoluzione del popolo? Figuriamoci, quando mai! Ero un frocio, allora ci chiamavano cos cattolici e fascisti. Non sa quante botte mi davano. Tutti. Li odiavo, odiavo tutti, volevo un mondo migliore. Quando sei in fondo alla scala vuoi sempre ribaltare tutto. Ma se fossi stato in cima non avrei voluto cambiare nulla. Come oggi, sono il pi conservatore che ci sia. A ogni modo questa  la vita. Per...
Per?
Ero stato uno dei primi ad accorrere quando erano stati ammazzati Fausto e Lorenzo. Me li ricordo ancora poveretti, le ambulanze, i soccorsi, i ragazzi intorno che piangevano. Almeno loro li volevo vendicare, volevo lottare per dargli giustizia. Questo me lo voglio riconoscere.
Cos  nata l'idea della bomba all'Orione.
 proprio bravo lei, ha ricostruito tutto. Chapeau.
E l'idea del colpo in piazza Giovine Italia?
 stato un caso. L'ho incontrato per caso quel gioielliere, non avrei mai immaginato che una marchetta avrebbe cambiato la mia vita e quella degli altri, evidentemente il mio destino era essere Manuel e non Sergio. Quell'idiota in negozio parlava ad alta voce, apriva la cassaforte con dentro diamanti e altri preziosi, si vantava di quante centinaia di milioni valessero, che insieme erano un tesoro che manco la regina Elisabetta aveva. Pareva volesse per forza farsi rapinare.
E anche farsi uccidere.
Mi aveva riconosciuto.
Poteva stare in auto, a fare il palo.
L'altro sorrise, un sorriso sadico che spiegava perch aveva deciso di entrare, per assassinare.
Ardig si accese una sigaretta.
Torniamo al presente. Serassi come ha fatto a rintracciarla?
Bellini allarg le braccia.
Non mi ha trovato lui.
Realizz tutto.
Matteo Sala.
Purtroppo. Glielo stavo accennando prima: la vanit  stato il mio errore.
Bellini sbatacchi la pipa per schiacciare meglio il tabacco.
Non la seguo...
Dottore, stavo a Lugano, mica in Mongolia. In tutti quegli anni ho sempre letto il Corriere, guardavo ogni sera la tiv e avevo ancora qualche amico a Milano che poteva riferirmi. Sapevo che Sala era in Francia, sapevo tutto.
Pensava che l'avrebbe cercata per reclamare la sua parte di refurtiva.
Naturalmente. Ma avevo un'altra faccia, un'altra identit, ero stato attento. A Lugano avevo messo su una bella rete di conoscenze. Tuttavia per anni ho dormito con la pistola sotto il cuscino e la luce accesa.
La sua Star cecoslovacca.
Mica solo quella, mi ero portato anche una seconda pistola per tenerla in auto.
La Luger della rapina, quella del suo complice morto dissanguato?
Perch mi fa delle domande di cui gi conosce le risposte?
E poi?
Poi ogni tanto venivo a Milano, per fare un giro, per respirare l'aria della mia citt. E giravo, sono stato anche a Parigi. Avevo tutto sotto controllo. Serassi all'ergastolo, Sala felicemente sposato a Parigi, per cui potevo stare tranquillo. E cos ho abbassato anch'io la guardia.
E Sala come l'ha riconosciuta?
Per la mia maledetta vanit. Due anni fa, mi hanno chiesto di partecipare a un'asta di beneficienza per alcune associazioni di volontariato e, dati i miei modi, come dire, garbati, accattivanti, mi hanno proposto di fare il banditore con il microfono, sul palco. Tre ore da one man show. Non l'avevo nemmeno notato Sala, era cos invecchiato.
Invece lui l'ha riconosciuta.
E venuto qui in negozio qualche settimana dopo, mi ha raccontato della sua tragedia parigina, di come era cambiato e del suo dormitorio. E ci siamo accordati per un bonifico mensile da mille euro che a me non costava nulla e per lui era oro.
Poteva accopparlo allora.
Non ne valeva la pena, pi facile pagare. E per qualche anno  filato tutto liscio.
E Serassi? Non temeva che un giorno sarebbe tornato, no?
Gliel'ho detto, leggevo i giornali. Avevo seguito la rivolta che aveva organizzato nel carcere dell'Elba. Pensavo che quel demonio sarebbe crepato in carcere. Uno cos, indomabile... pensavo ne avrebbe combinata una delle
sue, una ribellione, un'evasione... ci crede se le dico che da anni lo avevo rimosso?
Lui invece non si era dimenticato di lei.
Bellini scosse la testa, infastidito dal ricordo.
Era fuori di testa, Serassi si era convinto che fossi stato io a consegnarlo ai Carabinieri. Per questo era tornato.
Ma io non c'entravo nulla con il suo arresto, mi creda.
Gli credeva. Lo sapeva, ma non importava.
Serassi era tornato per ucciderla?
No, no... per ricattarmi. Diceva di aver preparato un dossier per incastrarmi: voleva mezzo milione di euro, come risarcimento per gli anni che gli avevo tolto e come quota del bottino.
Una bella cifra.
Avrei potuto pagarla.
Ma ha scelto di non farlo.
Perch avevo capito che non me l'avrebbe fatta passare liscia nemmeno se avessi pagato. Serassi aveva coltivato un odio profondo verso di me. Avrebbe preso i soldi e poi avrebbe consegnato il dossier a voi. Oppure mi avrebbe aspettato una sera al buio e mi avrebbe ucciso.
Uno cos...
Da che pulpito! Da un assassino che aveva accoppato almeno quattro persone sparando a tradimento a ognuno di loro, colpendo sempre alle spalle.
Cos ha deciso di precederlo. E di far fuori anche Sala che a quel punto l'avrebbe denunciata.
Non avevo alternative. Non volevo campare con la paura per il resto dei miei giorni. A mali estremi anche i rimedi sono estremi. Era rischioso, ma cosa potevo fare?
Serassi voleva dei soldi subito, cos ho dato un anticipo di quattromilacinquecento euro a Sala e gli ho chiesto una settimana di tempo per mettere insieme il denaro. L'anticipo serviva per tranquillizzarli e mi serviva qualche giorno per pedinarli, per studiarli. Il resto mi sembra che ormai le sia chiaro, no?
E quella busta con quelle nove banconote  stata l'altro suo colossale errore.
Gli occhi di Bellini si chiusero come due fessure disegnando su quel bel volto invecchiato il suo originario taglio cattivo.
O loro, o io. Sala era diventato un debole. E Walter era uno che uccideva a sangue freddo.
Come lei.
L'antiquario non replic limitandosi a fissare Ardig.
E cosa voleva fare Serassi con quel mezzo milione?
Quella sera a casa sua, quando l'ho incontrato, mi ha detto che voleva far ripartire la lotta armata, che la battaglia era ancora attuale, che i fascisti, i padroni, i banchieri, lo Stato oppressore erano ancora i nemici da combattere.
Tutte cazzate. Serassi non era cambiato, era rimasto al 1980.
Stavolta a ridacchiare fu Ardig.
Per lei erano tutte cazzate anche nel 1980.
Non lo so, forse. Gliel'ho gi detto, quel ragazzo  morto nel 1981. Io sono morto trentasette anni fa.
Ardig scosse la testa poi si alz.
Mi consegni la Star.
 nel mio appartamento. Abito qui vicino, in viale Majno. Se vuole accompagnarmi a casa... almeno faccio anche una valigia. Si fa cos quando si viene arrestati, giusto?
Giusto. Abbiamo parlato abbastanza, ora mi deve seguire.
Per le manette no fu l'ultima richiesta dell'uomo.
D'accordo. Posso anche non ammanettarla accett Ardig, rilassandosi. Uno cos non avrebbe potuto fare nulla, un bel ceffone lo avrebbe spedito in traumatologia.
Bellini si alz e annu.
Va bene. Almeno di andare a prendere il cappotto me lo concede?
La accompagno.
Ma dove vuole che vada? La porta sul cortile  chiusa a chiave.
Ha un minuto esatto per prendere le sue cose.
L'antiquario spar nel retro.
La sua voce echeggi dall'altra stanza.
Ha ragione lei dottore, lo sa? Erano tutte cazzate quelle della lotta armata...
Si sbrighi, per cortesia.
Ho quasi fatto. Eccomi sono pronto.
Avvert l'eco di un rumore metallico, qualcosa che scattava, sbloccandosi. Impieg una frazione di secondo a realizzare.
Ci vediamo in un'altra vita dottore, vado da Walter, da Matteo e dal Pecora...
La frase fluttu nell'aria. Ardig non fece neppure in tempo a urlare no.
Il botto della detonazione rimbomb tra dipinti, tappeti e mobili di pregio. Corse nel retro bottega.
Manuel Bellini era riverso sul divano, un foro scuro sulla tempia destra. Il sangue stava inzuppando il tessuto.
La Star MMS rotolata sul pavimento.
Dalla canna uscivano fumo e quel maledetto odore di cordite.
L'antiquario lo fissava a occhi aperti.
Un'ultima luce gli balen nelle pupille.
L'ultimo guizzo dell'anima, come se qualcosa stesse fuggendo via, altrove, abbandonando per sempre il corpo di quell'uomo, morto due volte, nel 1981 e nel 2018.
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Epilogo.
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Domenica, 13 gennaio 2019.
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La Giulietta sfrecciava lungo l'autostrada A4.
Una fredda domenica invernale. Sulle radio nazionali niente musica, solo notiziari in edizione straordinaria.
L'Italia era stata svegliata dalla notizia attesa da quindici anni: in un'operazione congiunta, in cui erano state coinvolte anche le nostre forze dell'ordine, il latitante Cesare Battisti era stato arrestato in Bolivia, dove si era rifugiato dopo la fuga dal Brasile a causa del cambio dei vertici politici e la fine delle protezioni garantitegli dai socialisti.
Fine della corsa per il pluriassassino dei Proletari Armati Comunisti.
Lo avrebbero estradato subito, sarebbe atterrato in Italia gi il giorno successivo.
Aveva vinto lo Stato questa volta.
Ardig ascoltava, guidando, senza pensare. Infil l'uscita di Sirmione prendendo la direzione del lago.
Giornata nuvolosa, ma senza pioggia.
Il borgo era malinconicamente deserto. Pochissimi turisti,
saracinesche abbassate. Lo attravers in fretta, costringendo il
povero Frog a una maratona. Percorse la strada costeggiata dagli ulivi per arrivare fino al promontorio.
Non era cambiato nulla in sei anni, la staccionata in legno a forma circolare, lo spiazzo erboso con le panchine e qualche albero. Sotto, il Garda con le sue acque scure ma tranquille.
Le ceneri di Rebecca Adorni erano state disperse l. Le aveva sparpagliate Malerba, gettandole nel vento, verso quelle acque agitate come il suo spirito.
Ardig si affacci al parapetto, riempiendosi gli occhi dell'orizzonte scuro.
Un lungo attimo di silenzio poi, quasi senza accorgersene, le parole sgorgarono da dentro, a bassa voce.
L'eterno riposo dona a lei, o Signore. Splenda per lei la luce perpetua, riposi in pace. Amen. Addio Rebecca.
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Nota dell'Autore.
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Milano Assassina  un romanzo che nasce dalla cronaca del 2018, quando sui muri di Milano sono apparsi pi volte manifesti inneggianti alle BR, alla lotta armata e alla terrorista Nadia Desdemona Lioce, oppure scritte spray contro il generale Dalla Chiesa, contro la Polizia e la magistratura, contro alcune vittime del terrorismo, o ancora per invitare alla rivoluzione, ad attaccare lo Stato e a colpire gli esponenti di Governo.
Sempre nel 2018, nei mesi estivi, diverse sedi politiche a Varese, Bergamo, Cremona e in Brianza sono state oggetto di attacchi esplosivi, di atti vandalici o di invio di lettere con proiettili.
Il 22 gennaio 2019 la sezione della Lega di via Carcano,
a Milano,  stata oggetto di un attacco incendiario -
non esplosivo come invece ho raccontato in questo libro.
I fatti realmente avvenuti a Milano o in Lombardia, tutti facilmente verificabili in rete, sono la premessa per spiegare come l'attualit mi abbia influenzato spingendomi a scrivere un noir che, tra dicembre e gennaio, proprio mentre stavo mettendo nero su bianco questa nona indagine del commissario Ardig, si  poi intrecciato ulteriormente con la cronaca di quelle settimane, quando si intensificava
la caccia a Cesare Battisti, fino al suo arresto e alla sua estradizione.
Giorni in cui l'opinione pubblica e la politica riscoprivano i nomi dei tanti ex terroristi - tutt'ora latitanti e protetti dalla Francia o da stati centroamericani - assassini condannati dai nostri tribunali che non hanno mai pagato per i loro crimini.
In questo romanzo vengono innestati fatti di cronaca realmente accaduti negli anni Settanta e Ottanta con una trama di fantasia che si sviluppa nel dicembre del 2018, dove naturalmente ogni riferimento a fatti e persone  da intendersi come puramente casuale.
Tengo a precisare che questo libro non ha la pretesa di spiegare o ricostruire nessuno degli avvenimenti citati e non contiene alcuna declinazione politica o giudizio politico dei fatti passati o recenti.
Milano Assassina - quasi interamente ambientato tra il centro, la zona dello scalo di Porta Romana, il Casoretto e Quarto Oggiaro -  un noir di taglio poliziesco, che racconta una storia di terrorismo e crimine comune, attraverso un viaggio nella Milano che sono abituato a descrivere, con le sue bellezze e le sue storture.
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Ringraziamenti.
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Sono tante, come sempre, le persone che devo ringraziare se questo mio decimo romanzo ha visto la luce. E come sempre ne ometter alcune per ragioni di spazio.
Grazie a Valentina Di Rienzo per le sue splendide copertine;
grazie a Debora Bionda e a Terry Schiavo che mi affiancano nelle presentazioni, grazie al giornalista televisivo Marco Oliva che mi ospita nella sua trasmissione Lombardia Nera su Antenna3, permettendomi di approfondire i delitti che avvengono sul territorio lombardo fornendomi spunti preziosi; grazie alla studiosa di dottrine esoteriche Elena Cartotto per avermi illuminato su alcuni passaggi di astrologia inseriti nel testo; grazie a Ilaria Bonacina che mi sprona ogni volta in cui batto la fiacca.
Grazie allo staff Mursia che mi segue e mi sopporta, grazie all'editore Fiorenza Mursia, ad Antonella, Huguette e Lorenza.
E poi ovviamente ci siete voi, i miei lettori, e siete sempre di pi: grazie a tutti voi che mi seguite, che pubblicizzate i miei romanzi, che, con mia grande sorpresa, mi avete fatto balzare ai vertici delle classifiche di vendita con il Codice di Giuda in diverse librerie e su Amazon, regalandomi
una soddisfazione che non avrei mai immaginato di provare.
Se sono arrivato a pubblicare dieci romanzi  solo perch voi mi leggete e mi incoraggiate a scrivere.
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FINE.